domenica, novembre 19, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA

Zoey Kazan, attrice

GEOSTORM

Geostorm
con Dean Devlin
con Gerard Butler,Jim Sturgess, Abbie Cornish, Ed Harris
USA, 2017
genere, fantascienza
durata, 109


Il genere catastrofico è per sua natura di proporzioni colossali: viene da sé, perciò, che un film come "Geostorm", esordio alla regia dello sceneggiatore e produttore di Indipendence Day, Dean Devlin, debba essere annoverato tra le grandi produzioni hollywoodiane, quelle che attori ed effetti speciali rendono competitive ai massimi livelli del box-office. E qui sta il primo appunto che si può muovere agli autori del progetto, poiché a fronte dell’impegno profuso per  dare vita alle esagerazioni tipiche del filone, corrisponde la decisione di affidarsi alla professionalità dei molti caratteristi (da Andy Garcia, nel ruolo del primo inquilino della casa Bianca, a Ed Harris in quello del suo vice), ingaggiati per  interpretare i personaggi secondari, anziché puntare sul carisma e l’empatia di Gerard Butler, il quale, dopo il successo personale registrato per il ruolo di Leonida in 300, ha visto gradualmente scemare le sue prerogative divistiche. D’altronde, o forse proprio per questo, "Geostorm" punta forte sul collettivo, togliendo spazio all’eroismo del protagonista e diversificando il proprio campo d’azione, suddiviso per l’appunto tra le avventure spaziali di Jack Lawson (Butler), scienziato dalla vocazione avventuriera incaricato di ripristinare le funzioni della struttura satellitare che impedisce il verificarsi di tsunami e terremoti, e quelle terrestri del fratello Max (Jim Sturgess), impegnato nel tentativo di sgominare il complotto che attraverso il sofisticato marchingegno minaccia l’incolumità del genere umano.

Una ripartizione che è il riflesso di un disaster movie meno ortodosso del solito, per il fatto che il vero avversario di Lawson e soci non è tanto la crisi provocata dagli sconvolgimenti ambientali quanto piuttosto chi muove le fila dell’organizzazione che li fa capitare. Se l’obiettivo dei protagonisti è quello di scongiurare il disastro invece che sopravvivergli, allora diventa gioco forza enfatizzare la componente action della vicenda, con largo spazio alla detection messa a punto dai buoni per catturare i cattivi. Deciso a sfruttare le tematiche ambientaliste ma costretto a tenere conto dello scarso successo dei vari "The Impossible" e "San Andreas", Devlin realizza un ibrido che funziona solo in parte. A mancare è la capacità di tradurre in meraviglia i soldi spesi (oltre 120 milioni di dollari) e soprattutto una drammaturgia in grado di fornire all’eroe un’epica che lo faccia percepire tale. Cosa che, nonostante le molte imprese in cui è coinvolto, non succede mai al personaggio di Butler.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su taxidrivers.it)

sabato, novembre 18, 2017

ATYPICAL

Atypical
di,aa.vv.
(da un’idea di Robia Rashid).
con Keir Gilchrist, Bridgette Lundy-Paine, Jennifer Jason-Leigh, Michael Rapaport, Amy Okuda, Graham Rogers, Jenna Boyd, Nik Dodani.
Stagione I 
ep. I/VIII
USA 2017


A margine dell’estasi triste indotta da un’epoca incapace di vera coesione ma incontenibile nel rito meccanico della condivisione e nonostante la saturazione raggiunta dal sempre meno prolifico bacino delle idee è purtuttavia ancora possibile pescare e nutrirsi, se non proprio dal fondale puro dell’originalità, quanto meno dalle acque in favore di luce poste a mezza via e interessate dal ricircolo di correnti a base di scampoli di brio gentile, di spunti irriverenti, d’ammicchi polemici e/o ironici - preferibilmente serviti, poi, in salsa d’intrattenimento agrodolce - tali da inquadrare da un punto di vista un tanto stravagante temi, situazioni e personaggi che la ripetizione, leggi l’usura, rischia di sfibrare una volta per tutte, vista la serrata riproposizione a cui sono sottoposti.

Caso di specie è la serie Netflix “Atypical” - ideata da Robia Rashid, quella di “How I met your mother” - al suo esordio (con ogni probabilità ribadito almeno per un’altra stagione) offerta secondo l’impianto di otto episodi di circa mezz’ora ciascuno e svolta a mo’ di racconto di formazione, tra ritmi da sit-com e coloriture da commedia pop, al cui centro spicca la figura di Sam Gardner/Gilchrist, diciottenne autistico ad alto funzionamento, gran esperto di fauna artica, candido e intransigente fino al conflitto aperto, colto nel trapasso dalla condizione di vigilato speciale da parte di famiglia e (rari) amici a quella, forse ancor più complicata e sottilmente insidiosa, di adulto alle prese con le incognite delle scelte, ovvero con la frattura fondamentale tra il principio di piacere e quello di realtà. In un microcosmo suburbano ordinato e attutito tipico di certa tradizione letteraria e cinematografica a stelle e strisce (villette in successione distribuite attorno ad ampi viali alberati; il liceo, teatro di buona parte dell’azione, immerso nel verde e intitolato a Isaac Newton; il piccolo centro commerciale locale; bar e luoghi di ritrovo disegnati sugli echi delle tendenze provenienti dalla metropoli, et.), le vicende di Sam e dei di lui congiunti - Elsa/Jason-Leigh, la madre, parrucchiera a domicilio, allo stesso tempo protettiva nei confronti del figlio particolare e frustrata per una routine domestica che comincia a mostrare il grigiore sotto l’apparente sicurezza delle consuetudini; Doug/Rapaport, il padre, paramedico affettuoso e disponibile, come pure turbato da un passato percorso da sentimenti contrastanti riguardo il proprio ruolo di genitore di una persona fuori-dal-comune; Casey/Lundy-Paine, la sorella minore, promettente quattrocentista, ansiosa d’emanciparsi dalla generosa tirannia familiare (a sua volta specchio abbastanza fedele del subdolo quanto inesorabile paternalismo provinciale), eppure ancora incerta sul da farsi, non secondariamente proprio a causa del legame che la vincola a Sam, al quale magari non lesina impertinenze ma su cui vigila (è a lei che ogni giorno, alla stessa ora, Sam chiede i soldi per il pranzo) come una vera guardia del corpo - si snodano in un rincorrersi di piccole svolte quotidiane, di fatali giri a vuoto, di stalli, spesso culminanti in un defaticante eterno ritorno all’istituto sociale e affettivo di base, componendo man mano il paesaggio materiale e psicologico di un gruppo umano qualunque i cui rapporti, d’elezione oblativi, sono comunque punteggiati da (morbide) asprezze, da improvvise tensioni, da dubbi ricorrenti e in relazione ai quali la presenza e l’indole di Sam - per il senso comune dominante giovane uomo difficile - assolvono alla duplice funzione di catalizzatore e d’elemento detonante.


Tale specifico finisce per circoscrivere (e restituire) con sufficiente (e divertita) approssimazione i caratteri d’un ennesimo sguardo sulla medietà d’inizio millennio, inquieta ma non auto-indulgente; capace di rappresentarsi a un certo grado di consapevolezza però non prona al cinismo: edace d’esperienze quantunque fiduciosa e capace d’ascolto. Ogni categoria della prassi e dello spirito composta in un ordine suo proprio dalla scelta d’un preciso registro linguistico: sarcastico, patetico, edificante, polemico, et. Si dialoga molto, cioè, in “Atypical”, misurandosi spesso oltreché con le ovvie incomprensioni generazionali anche con le inerzie e le ipocrisie del politicamente corretto relate alla condizione di Sam, per contro avvicinata in sede di scrittura lasciando da parte sia gli estremi melodrammatici (che in generale pagano bene al tavolo dell’immedesimazione superficiale), sia i rigori d’una trasposizione eccessivamente mimetica - questa e quelli, d’altro canto, frequentati con una certa assiduità dalla Hollywood versione, diciamo così, caso umano, talvolta con esiti più o meno sensazionalistici, talaltre imprimendovi una carica tale di realismo da rasentare il grottesco (e tacendo sulla propensione tutt’altro che episodica di molte star a cimentarsi in un ruolo problematico) - riconsegnandoci, invece, con gustoso paradosso, l’immagine della persona Sam, conscia della propria stranezza che la consegna a una relazione spesso conflittuale con l’Altro, in specie se suo coetaneo, e che tuttavia verso l’Altro la spinge, quando la curiosità e il desiderio - uno dei tormentoni della serie è l’articolata mobilitazione messa in moto, in parte dallo stesso Sam, allo scopo di trovare una ragazza - sono più forti persino della difficoltà di progettarli e d’indirizzarli con chiarezza, nonostante lo sforzo logico speso dal protagonista, sempre armato di quaderno e penna su cui annotare regole e schemi da seguire alla lettera con tutte le conseguenze che si possono immaginare, tenti a modo suo di dare ordine al caos della vita.


Chiaro che un siffatto spettro d’ambivalenze si prestasse, quasi giocoforza, si potrebbe dire, a riserve relative al tono generale da imprimere alla narrazione - di fondo tarato, quest’ultimo, sull’utilizzo accorto della prevedibilità e sul ciclico dilatarsi e riavvolgersi delle sottotrame - come alla selezione dei tipi umani chiamati ad animarlo. Per fortuna il lavoro della Rashid e compagni dribbla, da un lato, le trappole fenomenologiche del caso esemplare, optando per una sorta d’ironico understatement per cui Sam intreccia e scioglie, ora come artefice ora come vittima non del tutto inconsapevole, i fili delle sue stesse intemperanze; dall’altro, si giova, esaltando ancora una volta il patrimonio davvero inesauribile di volti e di corpi che il Cinema americano sa offrire all’immaginario contemporaneo globale, di caratterizzazioni spontanee ma sentite, al limite del naïf eppure come avvertite, in particolare per ciò che riguarda le giovani e giovanissime leve (la Lundy-Paine e proprio Gilchrist su tutti), degne contraltari di attori sperimentati (Rapaport) e d’interpreti di rango superiore (Jason-Leigh), facilitando, al tempo, in chi guarda, l’emergere del desiderio di misurarsi addosso la reale portata dei pro e dei contro impliciti nel lasciar via libera a quel tanto di atipico che alberga in ognuno di noi.
TFK

venerdì, novembre 17, 2017

I'M INFINITA COME LO SPAZIO

I'M infinita come lo spazio
di Anne Riitta Ciccone
con Barbora Bobulova, Mathilde Bundschuh, Guglielmo Scilla 
Italia, 2017
genere: drammatico 
durata, 112’

Jessica è una diciassettenne dai capelli viola che abita in un condominio-alveare di una cittadina scandinava. I compagni di scuola la chiamano "stramba", due ragazzi la deridono, e le tre più belle della scuola la trattano come una nullità. A casa non va meglio: Jessica è in lotta perpetua con la madre Maria, colpevole di avere una visione mesta e pragmatica della vita in cui non sembra esserci spazio per i sogni, e ha come rivale la sorellastra minore Aurora, che vorrebbe da lei solo un po' di attenzione. Le uniche figure positive della sua esistenza infelice sono un compagno di scuola timido e dark, Peter, una cantante punk rock in declino, Susanna, e il fantasma del padre, che le appare nei momenti più difficili con il capo coperto da una zucca come quelle di Halloween.

È questo il piccolo mondo di Jessica, che l'inconscio e l'immaginazione della ragazza, bravissima nel disegno, trasfigurano davanti ai nostri occhi. Anche noi, dunque, vediamo la sua scuola come un universo distopico, in cui gli studenti si muovono come automi e le insegnanti sono virago in divisa, anche noi percepiamo molti degli adulti che la circondano come personaggi di una favola nera.

A metà fra la fantascienza e l'horror, “I'm infinita come lo spazio” riproduce il mondo adolescenziale attraverso il filtro emozionale di una ragazza che, come molti teenager, teme di rimanere incastrata per sempre nelle aspettative e nelle frustrazioni dei grandi, e allo stesso tempo non ha abbastanza coraggio e autostima per trovare la propria strada autonoma e ribelle.


La regista italo-finlandese Anne Riitta Ciccone sceglie il 3D per raccontare quel mondo, scelta azzeccata soprattutto nelle scene ambientate a scuola, fra corridoi resi interminabili dalla stereoscopia, e nelle sequenze di incubo/visione, fra cui quella iniziale che vede un cacciatore girarsi verso di noi e spararci in faccia. Il senso di aggressione che Jessica prova davanti alla propria quotidianità è reso bene dal 3D, così come l'isolamento in cui la ragazza si ritrova rispetto agli altri personaggi, madre e sorella comprese. La giovane attrice tedesca Mathilde Bundschuh è perfetta nel ruolo della lunare Jessica e l'ex youtuber Guglielmo Scilla, che interpreta Peter, risulta credibile nei panni dell'emarginato silenzioso. Meno efficace la storia parallela di Susanna, interpretata da Barbora Bobulova, narrata un po’ sopra le righe secondo i cliché dell'artista incompresa.

Anche la trama che riguarda Jessica non presenta nulla di nuovo: le consorterie escludenti, il rapporto con la migliore amica ancora più "sfigata" di lei, le sirene della popolarità, la paura e il desiderio di iscriversi ad una scuola che potrebbe cambiare il suo destino e legittimare il suo talento artistico sono molto sfruttate dal cinema per adolescenti, che in Italia è quasi totalmente assente, ma negli Stati Uniti è già perfettamente codificato. “I'm infinita come lo spazio” è girato in inglese e interpretato da un cast internazionale, dunque probabilmente aspira a una distribuzione oltre ai confini dell’Italia, anche se la produzione è tutta nostra, ma questa sua mancanza di originalità rischia di penalizzarne la vendita e la distribuzione nel resto del mondo. Per l'Italia, però, resta un esperimento cinematografico interessante e coraggioso, che segna un altro passo avanti nella carriera di un'autrice orgogliosamente fuori dal coro.
Riccardo Supino

giovedì, novembre 16, 2017

JUSTICE LEAGUE

Justice League
di Zack Snyder
con Ben Affleck, Henry Cavill, Gail Gadot, Ezra Miller, Jason Momoa
USA, 2017
gerere, azione, avventura, fantascienza, 
durata, 120'


A volte basta un film per cambiare la carriera di un regista. Nel caso di Zack Snyder l’anno della svolta è stato il 2009, quando la direzione di “Watchmen” gli ha permesso di diventare il plenipotenziario delle produzioni Warner legate all’universo DC Comics. L’aggettivo non è affatto abusato, avendo Snyder diretto ben 4 titoli tratti dai fumetti della casa editrice americana e, in veste di sceneggiatore, produttore e supervisore, coinvolto in vario modi in quelli - “Suicide Squad” e “Wonder Woman” - realizzati dai suoi colleghi. Senza dimenticarsi dei progetti che da qui ai prossimi anni lo vedono impegnato a sviluppare le avventure dei super eroi che ancora non hanno avuto la possibilità di debuttare sul grande schermo. Sotto questo profilo “Justice League” rappresenta un gustoso antipasto di ciò che verrà perché nella lega messa in piedi da Batman per arginare le forze del male trovano spazio le new entry di Acquaman, Flash e di Cyborg, destinati (almeno i primi due) nel prossimo futuro ad avere un lungometraggio a loro dedicato. Inoltre, in ottemperanza della regola che vuole ogni nuovo film di Batman e soci come segmento di un unico racconto, “Justice League” ha il compito di sciogliere la questione relativa alla morte di Superman, la cui dipartita, avvenuta al termine de  “Batman vs Superman: Dawn of Justice”, è usata da Snyder per giustificare l’ondata di violenza che all’inizio della storia investe Gotham City.


Alla stregua degli altri blockbuster anche “Justice League” appartiene alla categoria di quelle operazioni poco adatte a una valutazione tradizionale a causa di caratteristiche che trascendono il cinema e riguardano soprattutto le sinergie economiche collegate allo sfruttamento del film in altri settori di mercato. Se poi aggiungiamo che titoli come questo si rivolgono a una platea di giovanissimi, ai quali poco interessano gli aspetti di approfondimento e di coerenza così amati dagli esegeti della settima arte, si capisce subito che in questo caso la riuscita dell’operazione  deve essere misurata in termini di performance fisica e sensoriale. Da qui la prevalenza anche in “Justice League” di situazioni che permettono a Snyder di sfoderare le armi di sempre, che, da copione, hanno a che fare con le abilità guerriere e lo spirito di rivalsa necessari ai nostri per prevalere sulle forze nemiche. Nella bagarre generale e in controtendenza rispetto all’eversione ludica inaugurata da “I guardiani della galassia”, ciò che si nota in “Justice League” è la scelta di un’epica in cui non c’è posto per leggerezze e prese in giro. Come dimostra la chiusa finale affidata alla voce fuori campo di Gail Godot, la quale, nel rendere onore allo spirito di sacrificio dei compagni trasforma il suo discorso in un’orazione talmente solenne da risultare inadeguata persino per chi ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia del genere umano. Non serve lamentarsi per la ripetitività del copione che abbozza le psicologie anziché raccontarle come pure meravigliarsi di come la mancanza di fantasia si rifletta nella prevedibilità che scandisce le azioni delle parti in causa, perché a contare è l'accumulo di sensazioni, il moltiplicarsi dei personaggi e la velocità del montaggio. Tutte cose che di certo non mancano nel film di Snyder.
Carlo Cerofolini

mercoledì, novembre 15, 2017

OGNI TUO RESPIRO

Ogni tuo respiro
di Jean-Stéphane Bron
con Andrew Garfield, Claire Foy, Tom Hollander, Stephen Mangan, Dean-Charles Chapman,
Harry Marcus, Penny Downie, Hugh Bonneville, David Wilmot, Amit Shah, Ben Lloyd-Hughes, Miranda Raison, Diana Rigg, Ed Speleers, Roger Ashton-Griffiths, James Wilby
Gran Bretagna, 2017
genere, Drammatico
durata, 117’


E’ il 1957. Il brillante giovane inglese Robin Cavendish (Andrew Garfield) incontra la bellissima Diana Blacker (Claire Foy), se ne innamora e, dopo averla sposata, si trasferisce con la moglie in Kenya. Qui, tra paesaggi mozzafiato, lavora nel commercio del tè in attesa che Diana dia alla luce il figlio Jonathan (Dean-Charles Chapman/Harry Marcus).
La vita dei due procede come in una fiaba. Ma l’idillio, all’improvviso, diventa un incubo. Robin si ammala di poliomelite e resta paralizzato dal collo in giù, sopravvivendo solo con l’aiuto di un respiratore artificiale. 

Sembra l’inizio di un racconto drammatico, destinato a far piangere. E invece non lo è. Ogni tuo respiro è tutt’altro. Non c’è nulla, nella prima prova da regista di Andy Serkis, che faccia pensare alla tristezza, alla pesantezza, alla commiserazione. Perché la tragedia umana diventa lo spunto per raccontare una vita fatta di coraggio, di determinazione, di profonda dignità, di amore e di gioia di vivere. La malattia di Robin non è il preludio di una fine, ma l’opportunità di un nuovo inizio.
Diana spinge sorprendentemente il marito fuori dall’ospedale contro il parere del medico. Lo riporta a casa e, con il supporto di un’ingegnosa sedia a rotelle costruita dall’amico e Professor Teddy Hall (Hugh Bonneville), lo accompagna in viaggio per il mondo.
Inizia così la coraggiosa sfida di una coppia destinata a cambiare per sempre la concezione e la vita dei disabili.

Robin non solo sopravvive. Vive. E questo instancabile attaccamento alla vita contro ogni aspettativa traspare meravigliosamente sullo schermo attraverso una straordinaria espressività degli attori.
La fotografia straordinaria dei paesaggi e dei tramonti africani, l’ironia e la comicità con cui i personaggi affrontano le difficoltà, l’eleganza dei costumi british, le musiche allegre che fanno da colonna sonora conferiscono alla storia un senso di leggerezza inaspettato, tanto più se si pensa che quella di Robin Cavendish è una vicenda realmente avvenuta.
E’ con questa leggerezza che non scade mai nella frivolezza che Ogni tuo respiro affronta temi di grande attualità: dall’immagine che diamo alla disabilità fino al diritto di autodeterminazione del malato e, in fondo, all’eutanasia. Ed è grazie a questa leggerezza che il film (prodotto tra l’altro da Jonathan figlio di Cavendish) convince a credere che la più grande tragedia umana può nascondere una cammino positivo e che ‘scegliere di vivere’ è più doveroso che sopravvivere.
Dalla storia al mondo in cui è raccontata, Ogni tuo respiro fa uscire dalla sala non indifferenti e con un senso di attaccamento alla vita che fa dell’opera prima di Serkis un film inaspettato che ciascuno, almeno una volta, dovrebbe vedere.
Valeria Gaetano

AUGURI PER LA TUA MORTE

Auguri per la tua morte
di Christopher Landon
con Jessica Rothe
USA, 2'017
genere, horror, thriller
durata, 96'


All’inizio la curiosità nei riguardi de “Auguri per la tua morte” era conseguenza del fatto che il lungometraggio di Christopher B. Landon fosse stato realizzato dalla Blumhouse Productions, la casa di produzione indipendente capace di contendere alle major la fetta di mercato relativo al cinema horror. Questo, fino al giorno del debutto nelle sale americane e al responso del box-office che ha visto il lavoro di Landon scalzare dalla vetta nientedimeno che “Blade Runner 2049”, costato cento volte di più, eppure incapace di tenere testa alle schiere di fedelissimi che hanno premiato il debutto del film in argomento. Detto che questo tipo di operazioni rappresentano la specialità della casa creata da Jason Blum, da sempre artefice di progetti a basso costo destinati a realizzare ricavi stratosferici, bisogna dire che la fortuna del brand non è solo una faccenda di semplice  contabilità ma risiede nella felicità di certe intuizioni (come quella di rivitalizzare il genio in ambasce di MN Shyamalan) e nella capacità di lavorare sull’immaginario dello spettatore. Sotto questo profilo “Auguri per la tua morte” offre motivi di discontinuità rispetto alla vitalità dei prodotti della blumhouse, essendo troppo deboli le ragioni che giustificano l’urgenza della riproposta in chiave orrorifica del seminale “Ricomincio da capo”, appena utilizzato come modello  per il drammatico “Before I Fall”. 


Rispetto al film di Ry Russo-Young, la conquista del “paradiso” da parte della protagonista - chiamata espiare le colpe  delle proprie manchevolezze - passa dal rewind narrativo in cui la poveretta è costretta a rivivere la propria morte per mano del suo assassino. Considerato che l’orizzonte del thriller messo in scena da Landon è quello di mettere Tree (Jessica Rothe, al suo primo ruolo  importante dopo essere apparsa “La La Land”) nella condizione di scoprire l’identità del suo assalitore, “Auguri per la tua morte” si sviluppa in maniera prevedibile, agganciando di sequenza in sequenza particolari e situazioni che, tra gli altri, si rifanno a  un classico come “Scream” , riciclato attraverso il rapporto esistente tra le dinamiche di gruppo, tipiche dei teen movie di ambientazione studentesca (dalla supremazia sulla compagine maschile alle invidie di rivali e colleghe) e la ritualità degli omicidi, anche questi segnati da un mascheramento irriverente e un po' grottesco. Non è dunque un caso se, dopo il boom fatto registrare nella prima settimana di programmazione il film sia rientrato nei ranghi di una normalità comunque premiante, ma non in linea con l’andamento degli incassi iniziali. 
Carlo Cerofolini

martedì, novembre 14, 2017

THE PLACE

The Place
di Paolo Genovese
con Valerio Mastandrea,Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Alba Rohrwacher, Silvia D'amico, Silivo Muccino, Rocco Papaleo, Vinicio Marchioni
Italia, 2017
genere, drammatico
durata, 109'


La differenza c'era già in partenza. Se "Perfetti sconosciuti" era farina del proprio sacco, capace di valorizzare un'idea non solo originale ma anche in linea con alcuni degli elementi basilari dei rituali contemporanei, "The Place" nasce come copia di un lavoro altrui, prodotto derivativo, tratto da una serie statunitense - "The Booth at the End" neanche troppo popolare, eppure in grado di solleticare la fantasia di Paolo Genovese, qui alle prese con il difficile compito di far dimenticare, o forse, chissà, di riproporre in altre vesti la fascinazione del film precedente.

Ammesso e non concesso che il rifarsi all'esistente sia un difetto, vale la pena ricordare che a suo tempo autori del calibro di Alfred Hitchcock furono capaci di fare proprie e valorizzare al massimo livello opere già scritte e in qualche caso dimenticate, e che, in singolare continuità, uno come Gus Van Sant aveva portato alle estreme conseguenze questa procedura addirittura girando un vero e proprio calco di uno dei capolavori del genio inglese ("Psycho", 1960). Senza contare - e questa è proprio l'ultima considerazione in tal senso - che una delle caratteristiche del cinema contemporaneo, quella che identifica un lungometraggio come appartenente al cosiddetto mainstream, è appunto il riutilizzo sistematico di forme ampiamente collaudate (prequel, remake, sequel, etc.).




Genovese da parte sua non si nasconde dietro un dito ma fin dalla campagna pubblicitaria, centrata in parte sulle stesse facce presenti nel lavoro del 2016, e nell'evidente scelta di riproporre lo stessi tipo di concentrazione spaziale, collocando la vicenda all'intero di un unico ambiente (il bar che dà il titolo al film) in cui ritroviamo il coro di personaggi che danno vita alla storia (come capitava in "Perfetti sconosciuti"), dimostra di volersi muovere ancora dalle parti di una teatralità esibita non tanto nel modo di filmare la scena, ripresa con disinvolta mobilità, quanto nel primato attribuito alla parola e alla performance degli attori. D'altronde, la trama di "The Place", sviluppata intorno al personaggio di Valerio Mastandrea, capace di realizzare ogni possibile desiderio umano e per questo interpellato da un certo numero di avventori disposti a sottoporsi all'ordalia delle opzioni da lui propostegli, altro non è che un confronto dialettico tra le parti in cui l'azione viene restituita esclusivamente attraverso il dialogo. Ancora una volta lo sguardo del regista è rivolto alla parte più indicibile dei sentimenti (e delle azioni) umani, anche se, in questo caso, il meccanismo non gioca a nascondino con lo spettatore, rivelandogli fin da subito ciò che si nasconde sotto l'apparente austerità del ruolo sociale. 


I tipi scelti da Genovese (la suora, il poliziotto, il padre di famiglia, il cieco, la pensionata e altri) si mostrano immediatamente per quello che sono, disperati a tal punto da non farsi scrupolo di accettare le condizione, spesso draconiane, imposte, dal misterioso individuo, anche quando si tratta di oltrepassare qualunque limite morale. A creare lo scarto rispetto al modello di "Perfetti sconosciuti" e, in generale, all'intera filmografia del cineasta romano, interviene la scelta di un tono che si allontana dai sorrisi e dall'istrionismo tipico della commedia, per avvicinarsi a una dolorosa drammaticità di cui Valerio Mastandrea incarna a perfezione la maschera. Unico tra gli attori a essere presente dalla prima all'ultima scena, l'interprete di "Fai bei sogni" recita in modo che sia il suo sguardo a farsi carico delle scelte dei suoi questuanti, caricandosi di un'afflizione che è tanto più onerosa quanto il suo personaggio, laconico e in apparenza impassibile, riesce a dissimularne le conseguenze. Lungi dal discriminare il movente che spinge i personaggi a farsi oggetto dei ricatti del mefistofelico faccendiere, Genovese non è interessato a entrare nel merito delle singole vicende, tutte più o meno riportate con un taglio piuttosto abbozzato, quanto nel riprodurre una tendenza comune all'intero consesso umano per spiegare la quale il regista ricorre all'espediente fantasy, rappresentato dal carisma di Mastandrea, capace di spettacolarizzare il prodotto e nel contempo di facilitarne gli snodi narrativi. Più del coraggio di sperimentare, almeno per lui, un genere poco frequentato, "The Place" deve essere giudicato per il suo tentativo di coniugare profondità di riflessione e piacevolezza dell'insieme. Da questo punto di vista i risultati fanno registrare qualche cedimento, soprattuto quando nella parte finale si tratta di arrivare al dunque. Nel complesso l'esito è comunque positivo soprattutto in considerazione della prova degli attori tra cui si distinguono Sabrina Ferilli, quantomai sobria, e, soprattutto, Valerio Mastandrea in versione kieslowskiana. 
Carlo Cerofolini
(pubblicata su ondacinema.it)

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: BORG MCENROE

Borg McEnroe
di Janus Metz 
con Sverrir Gudnason,  Shia Lebouf
Svezia, Danimarca, Finlandia
genere, drammatico, biografico
durata, 100'


Le finali di Wimbledon sono tutte importanti, ma quella giocata da Bjorn Borg e John McEnroe nel 1980 assunse fin da subito un significato particolare non solo perché metteva di fronte nel palcoscenico più importante due stili di gioco agli antipodi, con lo svedese padrone della linea di fondo e l'americano artista dei colpi giocati sottorete, ma soprattutto in ragione di personalità che non potevano essere più distanti. Ed è proprio lo scarto caratteriale tra i due tennisti e il paragone tra la compostezza del primo e le intemperanze del secondo a creare la cornice drammatica all'interno della quale il regista Janus Metz racconta il percorso tennistico e privato che porta i due campioni a ritrovarsi di fronte nel giorno della finale. Raccontato al presente ma corredato da una corposa presenza di flashback volti a ricostruire la biografia dei protagonisti, "Borg McEnroe" fa dimenticare il suo pedigree sportivo in virtù di un impianto drammaturgico che trasforma il tennis nel mezzo con il quale esplorare il limite che separa il successo dal fallimento. Detto questo, "Borg McEnroe" non tradisce le aspettative degli appassionati del genere in questione, contribuendo ad arricchire la lista dei lungometraggi a tema sportivo con riprese capaci di documentare il gesto tennistico come mai fino ad ora si era visto sul grande schermo. Senza contare che Sverrir Gudnason nella parte dell'orso scandinavo e Shia Lebouf in quella del moccioso newyorkese soddisfano al meglio le qualità mimetiche del biopic contemporaneo. Consigliato anche ai non praticanti.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)

lunedì, novembre 13, 2017

THE SQUARE

Di Rubén Östlund
con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West
Svezia, 2017
genere: commedia drammatica 
durata: 142’


Christian è il curatore di un importante museo d’arte contemporanea di Stoccolma. Una mattina, sulla strada per il lavoro, soccorre una donna in pericolo e si scopre derubato del telefono e del portafoglio. Al museo, intanto, lui e la sua squadra stanno lavorando all'inaugurazione di una mostra che prevede l'installazione dell'opera "The Square": un quadrato delimitato da un perimetro luminoso all'interno del quale tutti hanno uguali diritti e doveri, un "santuario di fiducia e altruismo". Su suggerimento di un collaboratore, Christian scrive una lettera in cui reclama i suoi averi rubati, innescando una serie di conseguenze che spingono la sua rispettabile ed elegante esistenza in una vertigine di caos. 
Östlund riprende la riflessione, già presente in “Forza maggiore”, sulla difficoltà di agire realmente secondo i propri valori, ma la astrae da una condizione di emergenza, portandola nel quotidiano di un individuo che si trova in condizioni privilegiate e che tende a evitare il confronto con chi non appartiene al suo ambiente.

Ma si potrebbe anche dire, altrimenti, che il regista amplia l'emergenza fino a farle inglobare la condizione sociale contemporanea in generale, anche e soprattutto là dove, per contrasto, assume maggior visibilità, vale a dire nella solidale e storicamente egualitaria Svezia. La crisi della responsabilità individuale, che Östlund illustra con toni "dogmatici" nella feroce scena della cena di gala durante la quale nessuno si alza per aiutare i malcapitati di turno e tutti si chiudono in se stessi sperando che non capiti a loro, è un seme tematico che, piantato all'inizio del film, germoglia a più riprese, fino a sfociare nel disperato discorso di scuse di Christian a un ragazzino, che diventa sproloquio autoassolutorio, elegia del senso di colpa collettivo. 
“The Square” non si può ritenere un film equilibrato: sfora nella lunghezza e sembra aprire argomenti che non conclude.


Questa pellicola, però, come l'oggetto dell'arte contemporanea, è aperta all'interpretazione che il pubblico vorrà darne, e questa, forse, è la sua caratteristica più preziosa. 
Riccardo Supino

domenica, novembre 12, 2017

THE PARIS OPERA

The Paris Opera
di Jean-Stéphane Bron
con Stéphane Lissner, Benjamin Millepied
Svizzera - Francia, 2017
genere, Documentario
durata, 110’

Tutti conoscono l’Opéra national de Paris. Qualcuno si è goduto uno dei suoi spettacoli. Quasi nessuno sa cosa ci sia ‘dietro le quinte’ dei suoi palchi. Ed è alla scoperta di questo mondo nascosto che corre la camera del Jean-Stéphane Bron. Al centro è la complicata stagione del 2015/2016. In questi mesi, il regista segue passo dopo passo il direttore artistico Stéphane Lissner alle prese con gli improvvisi inconvenienti che minano la buona riuscita degli spettacoli: dalla paura per la strage del Bataclan, ai tagli alla cultura fatti dal Ministero, ai capricci del direttore del balletto Benjamin Millepied, alla necessità di ricontrattare il prezzo dei biglietti fino all’urgenza di trovare un sostituto per un baritono malato e alla minaccia di uno sciopero nazionale degli artisti.

Ma The Paris Opera è anche il racconto dell’infinito lavoro e della fatica degli artisti mentre si preparano a mettere in scena uno spettacolo che deve essere perfetto. Il sudore, le lacrime, l’affanno, gli errori, le preoccupazioni  lo sforzo per migliorare diventano gli ingredienti di una rappresentazione fatta non solo di luci e paillettes.

Bron sceglie un approccio ravvicinato, costruito sui primi piani e sui dettagli. Ci butta dentro la scena, ci fa fare le prove insieme agli artisti, ci apre le porte dei camerini, ci fa infilare nello studio del direttore e ci fa assistere alle riunioni. Ci dà una visione originale dello spettacolo, osservandolo sempre da ‘dietro le quinte’ e portando allo stesso tempo sul palco tutti, persino tecnici e pubblico. Sullo schermo prende piano piano forma la messinscena della messinscena. Una sorta di metateatro dove uno dei teatri per eccellenza, l’Opera, racconta se stesso. Ma non fino in fondo.

Bron guarda e ci fa guardare la commedia umana in una maniera troppo discreta. La sua camera è educata. E non mantiene la promessa di illuminare tutti gli angoli bui della scena. Dell’universo che mette in mostra, non ci fa toccare realmente le questioni più insidiose. Le accenna si, ma solo quando hanno già trovato una soluzione, chiudendo allo spettatore le porte delle vere discussioni tra i vertici e delle decisioni ‘politiche’. A questo, si sommano una lentezza della storia e una durata forse eccessiva che penalizzano un po’ il documentario e rendono il racconto a tratti noioso. Alla fine dei conti perciò The Paris Opera è certo uno spettacolo singolare che purtroppo, quando il sipario si chiude e le luci si spengono, non fa lasciare il teatro pienamente soddisfatti. 

Valeria Gaetano

LA FOTO DELLA SETTIMANA

A Hard Day's Night di Richard Lester (UK, 1964)

sabato, novembre 11, 2017

SE DOVESSI CAMMINARE IN UNA VALLE OSCURA.../A PROPOSITO DI VALLEY OF SHADOWS

Se dovessi camminare in una valle oscura…”/A proposito di "Valley of shadows"


Paura e sete di conoscenza sono stati psicologici spesso complementari. Non a caso rappresentano due dei pilastri della fabula, del racconto esemplare: peculiarità ancor più esaltata qualora il fulcro della vicenda sia un animale sapiens di pochi anni. Si pensi, per dire, all’irresistibile curiosità (oltreché al più prosaico appetito) che spinge Hänsel e Gretel nella dolce dimora della strega. O a Pollicino e alla sua baldanzosa astuzia, strumento questo in grado di farsi beffe dell’Orco ancor prima di sconfiggerlo. Nello stesso istante, timore e desiderio di sapere identificano spinte che agiscono tanto nell’orizzontalità dei più diversi contesti storici e culturali, quanto nella profondità dei singoli caratteri individuali. Questo per sottolineare quanto sia in generale pregnante la loro influenza e nel particolare verosimile la loro collocazione in un ambiente eccentrico o remoto. Non stupisce, allora, riconoscere le conseguenze dell’impatto della loro forza entro gl’incerti confini d’un minuscolo abitato dell’aspro Nord dell’emisfero boreale riassumibili nello sguardo assorto e nei gesti misurati di Aslak, ragazzino silenzioso e introspettivo quanto attento ai dettagli e per nulla incline a lasciar svanire nel torpore ominoso d’un mondo all’apparenza immobile specifici segni inquietanti che invece quello produce a testimonianza della propria sotterranea e primigenia irrequietezza.

In un quotidiano fatto di giorni brevi e perlopiù freddi in cui le ombre s’allungano impietose e ritagliano anche nel conforto dei luoghi conosciuti interminabili istanti d’angosciosa sospensione sempre aperti, per un verso, all’irruzione d’un’orrore indicibile anche perché appena consumatosi (la tragica perdita del fratello, per Aslak) o, di contro, addirittura già detto e ripetuto, ossia entrato a far parte del patrimonio condiviso di narrazioni leggendarie e, chissà, di episodi sepolti dalla polvere della Storia (la macabra eliminazione di alcuni capi di bestiame intervenuta a spezzare la sonnolenta imperturbabilità del villaggio viene subito attribuita da Lasse, amico del cuore di Aslak, alle fasi di luna piena, cioè agl’istanti prediletti dalla ferocia d’un ipotetico licantropo); per l’altro, come dolcemente predisposti al prevalere d’una innocua e inscalfibile monotonia, ecco che proprio le spinte contrastanti ma non meno potenti della rassegnazione ansiosa e della rivolta quieta ma decisa (Aslak parla pochissimo. E’, di fondo, mite e servizievole, eppure non arretra mai di fronte a una rivelazione impressionante; all’incognita d’una verità magari insostenibile ma a portata di mano; alla possibilità d’armeggiare con la chiave che da accesso all’irrazionale), marcano lo scarto che divide il protagonista, la sua purezza di sguardo che lo protende verso ciò che “aspetta alle soglie del buio” - come ammoniva Eschilo - dal resto d’una comunità colta perlopiù nel suo frammentario e irrisolto (complice ?) anonimato (gli adulti nell’opera di Gulbrandsen vengono via via ridotti alle proporzioni del punto di vista di Aslak, quindi sovente se ne odono solo brani di dialogo o se ne avverte la presenza mentre entrano o escono da settori di spazio già delimitati da pareti o da altri ostacoli naturali).

Data una premessa simile, acquista maggiore coerenza (e guadagna in approssimazione) l’ipotesi per cui la figura di Aslak si stagli infine più che altro come inconsueta raffigurazione paradigmatica dell’eroe al momento della prima delle sue molteplici iniziazioni. Il viaggio solitario alle radici del Male penetrando lo scrigno che ne protegge l’enigma (un'incombente foresta degna dell’intuizione febbrile di Frederich o di Böcklin); l’attraversamento d’un corso d’acqua disteso sul fondo d’una piccola imbarcazione (reminiscenza di vari miti norreni e non inerenti l’attraversamento del confine tra la vita e la morte); il sibillino faccia a faccia, in un’oscurità brumosa, con un’insinuante e inquisitiva personificazione del Negativo, risolto con impassibile ambiguità (interrogato da una voce profonda proveniente dal buio con un perentorio “Hai paura di me ?”, Aslak non risponde ma curva impercettibilmente l’angolo delle labbra in un’impenetrabile eppure allusiva espressione); il ritorno alla vita nella medesima barchetta ma risalendo la corrente, inerzia alimentata da una nuova consapevolezza, paiono scandire, in altre parole, i momenti interiori d’un tempo-al-di-là-del-tempo in cui armonizzare la cadenza dei passi all’ampiezza d’un itinerario volto ad arginare il dolore con lo sforzo di comprensione al fine di misurarsi degnamente con ciò che sta oltre la Ragione e impedire alla Morte di rimanere solo un'estranea muta.
TFK

venerdì, novembre 10, 2017

GLI ASTEROIDI

Gli Asteroidi
di Germano Maccioni
con Riccardo Frascari,  Nicolas Balotti, Pippo Delbono
Italia, 2017
genere, drammatico
durata, 91' 


Se dovessimo scegliere un frammento che meglio di altri può aiutare a cogliere il senso ultimo del film di Germano Maccioni, decideremmo per quello piazzato dal regista a metà della storia. A caratterizzare l'inquadratura, realizzata in campo lungo, ci sono Pietro, Ivan e Cosmo, i tre ragazzi protagonisti della vicenda, ma soprattuto c'è il paesaggio circostante. Giocando con le prospettive e restringendo la profondità, Marconi fa si che la struttura della centrale astronomica (la stessa in cui la Monica Vitti di "Deserto rosso" si ritrova a camminare) posta sullo sfondo, risulti in qualche modo accostata al rudere di una casa colonica filmata in primo piano, a definire, non solo il contesto ambientale in cui si svolge la vicenda (collocata nella pianura della bassa padana) ma anche il senso di questa composizione, con la centrale, simbolo di un presente sfuggente e indecifrabile, messa a confronto con le rovine dell'antico edificio, testimonianza di un passato laborioso ma superato dal progresso della tecnica. La collocazione dei protagonisti, disposti in ordine sparso nelle vicinanze del rudere, non è casuale, poiché sembra sintetizzare, - trasfigurandola nell'immagine in questione - la marginalità economica, sociale e culturale dei ragazzi che il film ha raccontato prima di questa scena.

Ripercorrendo la prima parte di film ci si accorge infatti che Maccioni non è stato tenero nei confronti dei protagonisti, raccontanti attraverso la tragedia personale di Pietro, il quale, oltre al suicidio del padre deve far fronte - insieme alla madre - ai debiti contratti con il fallimento della società di famiglia. Le cose non vanno meglio per Ivan, orfano di madre e in combutta con Guido (interpretato da Pippo Delbono), che lo ha convinto a partecipare ai suoi loschi affari. E cosa dire di Cosmic, condizionato da un handicap mentale che però non gli impedisce di essere allo stesso tempo la coscienza morale del gruppo e il folle visionario capace di collegare la fine del mondo al passaggio sulla terra di un gruppo di Asteroidi.

Detto che il prosieguo della vicenda non regalerà agli amici una vita migliore, con il furto organizzato da Guido in collaborazione con Pietro e Ivan destinato a concludersi nel peggiore dei modi, ciò che preme evidenziare sono le contraddizioni di un film in cui l'apatia esistenziale dei protagonisti, la loro mancata adesione al complesso di valori proposto dalla componenti più istituzionale della società (la famiglia ma anche la scuola che Pietro marina spesso e volentieri e in cui Ivan ha smesso da tempo di andare), così come la mancanza di valori evidenziata dalle loro scelte quotidiane si traducono in un dispositivo cinematografico che, al contrario, è ricco di erudizione, di conoscenza e di profonda consapevolezza. Dei riferimenti alla settimana arte abbiamo già accennato (anche se ci sarebbe da aggiungere quello d'apertura dove la connotazione western del paesaggio padano viene anticipata dalla citazione di "Sentieri Selvaggi" ), ma, sparse qua e là, fanno capolino nel corso della proiezione reminiscenze kantiane ("Il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me", sentenzia Cosmic in uno dei suoi vaticini) e simbolismi, come quello del mancato funzionamento della lampada con l'effige del partito comunista, utilizzata per collegare la crisi delle coscienze con la scomparsa delle vecchie ideologie. Per non dire del ricorso alle teorie astronomiche che forniscono lo spunto per equiparare il movimento fuori orbita degli asteroidi alla quotidianità randagia e fuori dagli schemi dei protagonisti. Uno sforzo lodevole, quello di Maccioni, il quale, però, avrebbe bisogno di una messinscena più spontanea, meno preoccupata di confermare la griglia delle sue premesse culturali e più attenta a trovare uno stile di recitazione diverso da quello urlato e poco naturale che contraddistingue le interpretazioni degli attori (non) professionisti Riccardo Frascari (Pietro) e Nicolas Balotti (Ivan). Peculiarità, queste, che fanno il paio con la sensazione di una struttura narrativa che procede a strappi e in maniera forzata.
Carlo Cerofolini
(pubblicato su ondacinema.it)