venerdì, marzo 11, 2016

L'ODORE DELLA NOTTE

L'Odore della Notte
di Claudio Caligari
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Giorgio Tirabassi
Italia, 1998
genere, drammatico
durata, 92'


Il noir italiano può fregiarsi di un numero cospicuo di autori e titoli di consistenza davvero importante, avendo esemplarmente dato vita ad uno dei generi minori più frequentati nel cinema di genere. Il decennio che anticipa lo scoccare del ventunesimo secolo sembra essersi appropriato, per meriti storici di non poca importanza, di un modo di fare cinema che si sviluppa con sempre maggior aderenza alla realtà, pur continuando nel solco dell’aderenza al modus operandi cinematografico classico, permettendo sperimentazioni ulteriori del mezzo filmico soprattutto in epoche recenti (si vedano i casi delle opere a regia Stefano Sollima o Francesco Munzi). La frenesia che accompagna l’azione, tipica di tale genere, si ravvede nella prima metà della seconda opera di Claudio Caligari, il regista da poco scomparso che oltre a LOdore della notte ha posto la propria firma anche su Amore Tossico ed il postumo Non essere cattivo): il ritmo è piuttosto concitato e permette una comprensione adeguata dello script proposto, lasciandoci immergere immediatamente nel vivo della storia.

L’incipit presenta in medias res uno degli elementi fondamento di questo film, ovvero gli inserti di rottura della “quarta parete”, quella particolarissima metodica adoperata solamente in poche occasioni (in tempi recenti sia nella serialità televisiva cult – House of Cards, dove ad usufruirne era il perfetto Underwood/Spacey – sia nella cinematografia, indipendentemente dal genere – Deadpool ed i siparietti ironici del protagonista) ma che dona immediatamente un’impronta di originalità all’opera che ne approfitta. La banda viene presentata come un ideale prototipo, sgangherato e molto meno organizzato, dei malviventi protagonisti di Romanzo Criminale, all’interno della quale tutti sembrano agognare ad un nuovo colpo per meri intenti personali, uscendovene alla prima possibilità. Remo, al quale da volto il carismatico Mastandrea, si fa trait d’union in voice over del gruppo e ne presenta i singoli componenti al pubblico, in una curiosa miscela di titoli in sovraimpressione, voice over dello stesso e rottura della quarta parete – a mo’ di interrogatori su asettici fondali – degli interessati: Maurizio e Roberto completano la primordiale terna borgatara, lasciando ben presto il posto a quei reietti di matrice pazzoide che Remo avrebbe voluto tenere il più lontano possibile dall’azione criminale congiunta. 

Il reclutamento del Rozzo comporta una deriva violenta delle rapine utile, tuttavia, a sventare il riutilizzo di personaggi di dubbia provenienza (probabilmente fratelli di quei Cesare, Enzo e Roberto motori primi immobili di quel brodo criminale primordiale che risponde al nome di Amore Tossico) e permettendo all’ex agente di polizia di liberarsi dei propri demoni acquisiti in servizio e dare libero sfogo alla sua carica psicologica. Il tratteggiamento caratteriale prosegue di pari passo con il metaforico, in un continuo rimando di giochi metalinguistici davvero meritevoli: se da un lato la Roma inquadrata da Caligari sembra assomigliare moltissimo ad un mashup visivo con inserti dall’atmosfera intrinsecamente macchiata di rosso Argento (il grigiore, le inquadrature ed il Tevere de La terza madre) e di pioggia nera come la pece (gli acquazzoni onnipresenti in Suburra), dall’altro il regista mostra interessanti frammenti di problematiche della vita quotidiana riflessi nella vita romana. La vita dei componenti di questo sgangherato trio-quartetto si macchia progressivamente di reati in crescente ordine di ferocia, incrostando le loro anime al pari del fornello davanti al quale Remo si blocca ed inizia a riflettere su ciò che quei ragazzi sono diventati; il furto si mischia col terrorismo, la necessaria ma vana ricerca di una nuova identità con la sempre maggior frequenza di indispensabili rituali purificatori (il lavarsi le mani tinte di sangue provando, in qualche modo, a ripulire le proprie coscienze) oltre alla dose di metalinguismo che piomba sulla scena con i manifesti dei giornali, con la rottura volontaria del televisore e l’inserto musicale ad opera di un Little Tony curiosamente utile alla narrazione. 

Le note di Cuore Matto e Cicale si differenziano in uno score musicale particolare che si unisce alla bella fotografia notturna del Calvesi responsabile in futuro delle luci di Mine Vaganti e Non essere Cattivo. Caligari abusa, senza stancare, in carrellate e si avvicina ai personaggi voyeuristicamente, scorgendone i passi tra fessure che si aprono in muri e cancelli, all’interno del film più cinematografico della sua trilogia, non lesinando in rimandi ed omaggi (il simil-trunk shot tarantiniano e la scena del vomito già apparsa nel suo primo film). Se la pioggia e l’acqua di fonte laveranno i peccati dalle anime dei protagonisti non ci è dato saperlo, ma Caligari espia questi ragazzi di borgata senza moraleggiare, li fa confessare senza rimorso e ce li avvicina più di quanto ci saremmo aspettati.
Alessandro Sisti

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