martedì, dicembre 06, 2016

LA STOFFA DEI SOGNI

La stoffa dei sogni
di Gianfranco Cabiddu
di Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri
Italia, 2016
genere, drammatico
durata, 101'



Nel rifarsi all'essenza del cinema che nella consistenza onirica delle sue immagini si nutre e nello stesso tempo alimenta la sfera più recondita del subconscio collettivo "La stoffa dei sogni" è destinato a caricarsi di suggestioni prima ancora della sua visione. A complicare le cose, o per meglio dire, a renderle maggiormente stratificate ci si mette anche il regista che nel costruire la storia del film non si accontenta di scomodare un mostro sacro come William Shakeaspeare, prelevato di peso dalla sua Inghilterra e trapiantato in Sardegna dove la compagnia di teatranti guidata da Oreste Campese (uno Sergio Rubini da David di Donatello) viene incaricata dal direttore del carcere dell'Asinara di allestire nientemeno che "La tempesta", uno dei tanti capolavori del formidabile Bardo. La struttura narrativa de "La stoffa dei sogni" è infatti il frutto di una contaminazione artistica che prevede nel suo menù non una ma addirittura due versioni del grande Eduardo De Filippo, trasferito nella sceneggiatura e trasposto sullo schermo in maniera diversa e complementare: dapprima trasformando il contesto de "L'arte della commedia" nella cornice necessaria al film per dare senso logico alla messinscena dell'allestimento teatrale di cui abbiamo appena detto e, successivamente, facendolo entrare in gioco quando Campese per agevolare le interpretazioni dei suoi commedianti decide di riscrivere la piece shakespeariana utilizzando l'idioma napoletano, ripreso nei dialoghi provenienti dalla traduzione in dialetto partenopeo scritta dallo stesso De Filippo.


Se d'istinto la presenza di due mostri sacri come Shakespeare e De Filippo poteva far pensare a un'operazione squisitamente intellettuale, calcolata a priori - come capita in operazioni di questo genere - per sfruttare i vantaggi derivati dalla reverenza che pubblico e addetti ai lavori solitamente hanno quando si tratta di confrontarsi con un simile cotè culturale, al contrario la visione del film smentisce questa ipotesi: un po' perché il tono generale e in 





particolare quello adottato da Rubini per incarnare il suo personaggio rasenta la pochade (soprattutto quando si tratta di riprendere gli elementi più indisciplinati della sua compagnia), un po' perché a Cabiddu riesce ciò che di solito risulta la cosa più difficile da raggiungere che è quella di saper trasferire l'universalità dei classici, in un contesto narrativo coerentemente autonomo - e la "La stoffa dei sogni se lo crea in modo naturale - e con una forma cinematografica che avendo nel suo dna profili come quelli dei nostri due campioni riesce a scongiurare il pericolo di scadere nel cosiddetto "teatro filmato"; oppure di ricalcare schemi ultra sfruttati come quello della sovrapposizione tra arte e vita che le analogie tra i personaggi di finzione e quelli shakesperiani potevano in qualche modo autorizzare. Sotto questo profilo, ed è questo il primo punto a favore del regista, "La stoffa dei sogni" è cinema tout court a partire da uno sguardo che predilige il paesaggio naturale - quello dell'Asinara, selvaggia e ancestrale quanto basta per evocare i fantasmi che agitano le anime dei protagonisti - e gli spazi aperti, privilegiati non solo quando si tratta di seguire gli incontri clandestini di Miranda, la figlia del direttore segretamente innamorata di Ferdinando, il figlio del boss camorrista creduto morto dal padre - Don Vincenzo interpretato da Renato Carpentieri - a sua volta costretto insieme ai suoi sgherri a fingersi attore per evitare di ritornare in cell; ma anche, e diremmo soprattutto, nel momento in cui il film dopo aver stabilito i rapporti di forza tra i personaggi e aver fatto dell'Arte (Campese) l'ago della bilancia tra Giustizia (De Caro, il direttore del penitenziario interpretato da Ennio Fantastichini) e Malaffare (Don Vincenzo) - allegoricamente impegnate a riprodurre i tentativi di condizionamento subiti dall'artista - si concentra sulla rappresentazione del processo creativo costituito dalle sessioni di prova organizzate da Campese nel cortile interno del carcere che la fotografia di Enzo Carpineta e la bellezza dell'isola trasformano per l'occasione in una sorta di anfiteatro greco.



Ora se è vero che il cinema di Cabiddu è distante anni luce dalle forme di intrattenimento dei prodotti commerciali e che i modelli culturali trasfigurati nel suo film appartengono alle vette della drammaturgia di ogni tempo a stupire è la naturalezza con cui "La stoffa dei sogni" riesce a convogliare il suo patrimonio letterario in una storia attraversata da miserie e nobiltà che appartengo tanto alla commedia popolare che al lungometraggio d'autore. In questo senso la scelta di Sergio Rubini corrisponde perfettamente all'idea di un opera che valorizza le sue eccellenze senza darsi arie e anzi facendole sembrare più il frutto di un espediente occasionale che il risultato di una concentrazione di talenti a cui Cabiddu offre meritatamente il palcoscenico.
(pubblicata su ondacinema.it)
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lunedì, dicembre 05, 2016

CENA DI NATALE

La cena di Natale
di Marco Ponti
con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone
Italia, 2016
genere, drammatico
durata,95'  


Il convito come collettore di incomprensioni famigliari è uno dei luoghi  di cui il cinema italiano e non solo (si pensi a Racconto di Natale” del francese Arnaud Desplechin e a “E’ solo la fine del mondo” del canadese Xavier Dolan) si serve per accendere la tensione drammaturgica e scatenare le conflittualità tra i personaggi. Un espediente che  applicato a un film come “La Cena di Natale”  rischia di rimanere lettera morta non tanto perché al regista Marco Ponti manchi la tipologia umana necessaria a metterlo in pratica  quanto piuttosto per l’effetto fotocopia che si palesa nel corso del film, viziato dall’idea che un prodotto vincente – in questo caso la buona accoglienza riservata a “Io che amo solo te” di cui “La Cena di Natale” è il sequel” non abbia alternative se non quella di essere pedissequamente replicato  Per la cronaca ricordiamo che il primo atto della serie puntava sull’idea di combinare il glamour della coppia Chiatti/Scamarcio con il mestiere di attori di lungo corso come Michele Placido, Maria Pia Calzone Dino Abbrescia, messi a disposizione di una storia vivacizzata dall’infedeltà della compagine maschile il cui l’eccesso di testosterone  finiva per mettere a rischio i sogni d’amore della controparte femminile. “Cena di Natale” esaspera questo schema alzando i livelli di una crisi che riguarda sia i personaggi – Chiara e Damiano come pure i loro genitori – sia l’istituzione natalizia, violata dalla relazione extra coniugale di Damiano che simbolicamente si macchia di un duplice infanticidio: del bambino che Chiara sta per dare alla luce e, di rimando, di quello venuto al mondo duemila anni fa che le famiglie della coppia si preparano a festeggiare nella cena organizzata dalla moglie di Don Mimì.

Non potendo contare sul fattore sorpresa e con un canovaccio pressoché simile al precedente Ponti finisce per calcare la mano sul parossismo delle situazioni che, stante l’improbabile scioglimento finale, buonista ogni buon senso, risultano prive di peso e il più delle volte anestetizzate dal punto di vista del divertimento e del buon umore. A rimanere e’ la bellezza da copertina dei due protagonisti e le splendide locations regalatoci dal paesaggio pugliese.
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domenica, dicembre 04, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA





























Una giornata particolare di Ettore Scola, Italia 1997
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UN NATALE SUD

Un Natale al Sud
di Federico Marsicano
con Massimo Boldi, Biagio Izzo, Debora Villa
Italia, 2016
genere, commedia
durata, 90' 


Peppino, un carabiniere del nord, e Ambrogio, un ex impiegato del sud con velleità di cantante neomelodico, sono sposati rispettivamente con la lombarda Bianca e la partenopea Celeste. Ognuna delle coppie ha un figlio: Riccardo e Simone, entrambi youtuber, entrambi fidanzati solo virtualmente con due ragazze, Giulia e Ludovica, incontrate sull'app di dating Cupido 2.0 che, fra le varie amenità, offre ai single la possibilità di partecipare a un ritrovo annuale in un lussuoso resort. Poiché i genitori ritengono necessario che i propri figli incontrino dal vivo le loro ragazze, fanno in modo che i quattro giovani partecipino a quel raduno, e decidono di pedinarli in loco. Lì troveranno anche una blogger in cerca dell'uomo ideale e un influencer innamorato di se stesso, un autista romano a caccia di avventure e una performer di burlesque. La stessa squadra di "Matrimonio al sud" si ripropone in formazione quasi compatta: le due coppie Massimo Boldi-Debora Villa e Biagio Izzo-Barbara Tabita, gli scapoli Paolo Conticini ed Enzo Salvi, la giovane Fatima Trotta e Paolo Costella, questa volta non più alla regia, ma alla sceneggiatura con Gianluca Bompressi. L'idea è quella di affrontare il contemporaneo, parlando di chat, selfie e sms e identificando alcuni personaggi come figure partorite da Internet, senza però dare alcuna connotazione specifica al ruolo, al di là della vanità e dell'egocentrismo. 


La trama è ancora più superata di quella di "Matrimonio al sud", tanto più che parte da simili premesse, le due coppie nord-sud, i figli da sorvegliare nei rapporti con l'altro sesso, e non è un caso che a farci la figura peggiore siano i personaggi più giovani, teoricamente i più all'avanguardia, e invece ridotti a idioti generici senza alcuna personalità. La sensazione generale è quella di profondo imbarazzo, sia da parte degli interpreti, che avrebbero le capacità e i tempi comici per fare molto di più, sia da parte del pubblico che assiste a un intreccio totalmente incoerente e improbabile, senza alcun riscontro reale o alcuna umanità riconoscibile. Le battute virano dal puerile allo scurrile, toccando tutte le tappe del politically incorrect senza averne la capacità trasgressiva e la forza comica. Ce n'è per tutti: donne basse, che "se le baci sanno di tappo", e sovrappeso, uomini pelati, neri servili, lesbiche siliconate e dandy gay; tutti tradiscono, basando le proprie voglie esclusivamente sull'aspetto fisico della preda concupita, tranne quando Cupido ci mette lo zampino. Rispetto a "Matrimonio al sud", anche le due mogli, interpretate dalle due brave attrici Villa e Tabita, vengono confinate alla cifra grottesca e perdono credibilità, e tutti sguazzano in un oceano trash che, se fosse spinto verso una modernità autentica, forse funzionerebbe, ma affrontato in questo modo diventa una pietanza insipida, colma di battute che non possono essere considerate tali. Un esempio per tutti: "Chiama il 118!" "Ma non so il numero!".
Riccardo Supino
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sabato, dicembre 03, 2016

SULLY


Sully
di Clint Eastwood
con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney
Usa, 2016
genere, drammatico
durata, 96'


La classicità di Clint Eastwood è qualcosa che va oltre la forma cinematografica, appartenendo prima di tutto all’uomo e alla sua visione del mondo e poi in caso al regista e ai film da lui realizzati. Dopo il controverso “American Sniper”, affossato dalle ipocrisie di quella parte della critica europea reverente solo a patto di non vedere riflessi sullo schermo i tratti più marcati della sua indole conservativa il nuovo lavoro di Eastwood dimostra quanto della vecchia hollywood alberghi nel cuore e nella testa dell’ autore. Perché “Sully” non è solo la rievocazione di un pezzo di storia newyorkese, rappresentato appunto dall’ammaraggio sul fiume Hudson del volo U.S. Airlines 1549 pilotato dal comandante Chesley Sullenberger. O meglio, è anche questo grazie alla scelta di aumentare il tempo dedicato alle sequenze dello scampato disastro ricostruendole di volta in volta con i pezzetti di una memoria - quella del protagonista - traumatizzata e resa incerta dalla shock conseguente all’accaduto. Ma il nuovo film di Eastwood è prima di tutto e ancora una  volta, dopo “American Sniper”, il ritratto di un “un buon soldato” che all’insegna del motto Dio, Patria e famiglia ristabilisce l’ordine delle cose, partecipando con dignità e trasparenza all’iter investigativo che gli viene intentato per accertarne la liceità delle procedure adottate in fase di volo . 

Con il suo status da eroe del quotidiano fiducioso di se e degli altri, il Sully di Tom Hanks assomiglia per spirito e costanza ai tipi umani interpretati da James Stewart nei film di Frank Capra; se non fosse che in un momento in cui nel cinema americano fanno discutere lungometraggi - “Birth of a Nation” e “Free State of Jones” e il prossimo “Fences” di Denzel Washington - che mettono in dubbio i principi fondativi della nazione un film come “Sully” risulta tutt’altro che allineato allo spirito del tempo. Poiché, se il richiamo del protagonista all’unità d’intenti quale fattore determinante per  risollevare le sorti del paese può sembrare lo slogan di uno spot elettorale, è vero che l’integrità morale e il carisma di Sully sono talmente super partes non avere equivalenti ne a desta ne a sinistra; alla pari dell’altruismo messo in mostra durante le operazioni di salvataggio, così disinteressato e partecipe da fare ombra alle migliori versioni di Trump e Obama. Con buona pace di chi ancora utilizza le categorie del pensiero politico per valutare l’arte del regista americano. 
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giovedì, dicembre 01, 2016

THE HOMESMAN

The Homesman
di Tommy Lee Jones
con Tommy Lee Jones, Hilary Swank
Usa, 2014
genere, western
durata, 122'
Se il Western è un genere passato allo storia allora esiste un'unica soluzione per continuare ad occuparsene, e cioè realizzarlo come se fosse un'altra cosa. Una strada che certamente ha percorso Tommy Lee Jones, giunto alla sua seconda regia con un film, "The Homesman",
che alla pari del precendente ha avuto l'onore di partecipare, in concorso, all'ultima edizione del festival di  Cannes, dove fino all'ultimo è stato pronosticato come possibile vincitore. Sappiamo tutti com'è andata a finire, con il film uscito a mani vuote nonostante le belle interpretazioni dello stesso Jones e di Hilary Swank, ancora una volta al fianco di un mostro sacro del cinema americano.
Dettagli di contorno che nulla tolgono o aggiungono a "The Homesman", storia di confine incentrata sul viaggio di una strana coppia - la zitella Mary Bee Cuddye George Beegs, l'uomo che lei ha salvato da morte sicura - incaricata di trasportare tre donne malate di mente da chi se ne prenderà cura, attraversando lo spazio sconfinato e selvaggio dell'America del xix secolo. Un impresa non da poco, considerato che durante il  cammino saranno costretti ad affrontare situazioni paradigmatiche tipiche del genere, con indiani, fuorilegge e tutori della legge pronti ad imporsi nella storia del film più per il carisma iconografico ereditato dalla tradizione letteraria e cinematografica che per doti contingenti, letteralmente consumate dall'entropia di un mondo alla deriva. Figure del paesaggio che, nella mancanza di peso specifico, e nella tangibile violazione delle regole - con l'elemento maschile in completo disarmo toccherà a Mary Bee caricarsi di ogni responsabilità - appaiono la certificazione del malessere di un genere filmico che vive nel costante prolungamento della sua agonia. La regia di Jones leggittima queste considerazioni, trasformando la frontiera americana in uno spazio claustofobico che separa chi vi sta dentro dal resto del mondo. Come dimostra l'escalation di morti e di disgrazie che si moltiplicano quanto più la carovana si avvicina alla cosiddetta civiltà. Quasi a dire che il western, con i tipi umani e le tradizioni che lo contraddistinguono, è un luogo geografico e mentale "irriproducibile". Destinato a scomparire senza lasciare alcuna eredità.
Ancora una volta on the road, (anche "Tre sepolture" era costruito su un viaggio "riparatore") il regista Tommy Lee Jones  affronta il suo film nell'unico modo possibile, e cioè decostruendolo ai limiti del farsesco. Scelta che l'attore iscrive nel suo viso, deformato in una maschera da fool, e nella voce modulata su toni striduli e grotteschi. Ma che ricorre anche nella sceltà di un incipit - la follia delle donne trasportate- di cui nessuno - come piu volte viene affermato - vuole parlare. Un tabù che, nella sua indicibilità sembra contaggiare l'anima del film, la cui urgenza rimane indefinita, simile allo sguardo delle donne che Mary e George si portano dietro.
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martedì, novembre 29, 2016

TRAIN TO BUSAN

Train to Busan
di Yeong Sang-ho
con, Ma Dong-seok, Gong Yoo, Kim Sun-an, Kim Eui-sung, Jung Ju-im
Corea del Sud 2016 
durata, 118'

L'ulteriore, bieca accelerazione inferta al nostro modo di vivere (?), ben si presterebbe ad una lettura metaforica incline a porre - entro il territorio dell'horror, spesso così fertile di punti di vista eccentrici, genuinamente inquietanti; di riletture in chiave apocalittica o parodistica del presunto reale - il periodico ripresentarsi di figure di riferimento di un intero immaginario (qui, gli zombi/morti viventi/non morti, dotati di inediti atout fisici) in correlazione diretta con l'inesausto affastellarsi di propositi parcellizzati a cui è assimilabile il cosiddetto presente, secondo i termini di un autentico rapporto di causa-effetto e nella forma di un medesimo, letale virus, movente di ogni contagio, indi di ogni nuova invasione.


Del resto, se, per dire, indizi complementari della stessa ipotesi possono essere rilevati - sebbene capovolti, a testimoniare se non altro come l'assunto arrivi a funzionare anche agli estremi dello spettro narrativo - nel circo congelato dell'ultimo Refn (all'interno del quale, come visto, la velocizzazione costante del meccanismo di riproduzione/consumo/deiezione della Bellezza stride/sanguina con l'inerzia ingorda della stilizzazione volta al raggiungimento della posa/finzione perfetta, in un processo d'irrigidimento sovrapponibile al decorso di una patologia degenerativo-progressiva che mina l'organismo dall'interno fino alla sua consunzione, al tempo predisponendosi, senza ostacoli apparenti e a reiterazione dello schema, alla rinascita in un altro ospite: più o meno, la concatenazione di eventi che lega la trasmissione dell'infezione all'innesco della metamorfosi in zombie), nondimeno teorici vincoli di consequenzialità lineare si sono resi manifesti a partire da avvisaglie balenate qua e là nelle proposte cinematografiche recenti, ad integrazione ed arricchimento di quel magistero sociologico concepito e trasformato in linguaggio da un autore come Romero. Prova ne sono - e solo per fare mente locale - l'esperimento in chiave apertamente cinetica (risolto ancora, però, nonostante buona lena e lucido pessimismo, al limite dell'omaggio-riadattamento delle coordinate stabilite dal maestro newyorkese) condotto da Snyder nel 2004 (a sua volta in gestazione, volendo includere altre suggestioni, già nel "28 days later..." di Boyle, di poco precedente), allorquando in "Dawn of the dead" presenta un'orda tanto affamata quanto rapida negli spostamenti e un minimo imprevedibile nelle strategie di caccia, e l'apoteosi podistico-mirmecologica delle biche inumane (trans-umane ?) viste nel "World War Z", di Forster nel 2013.

Ebbene: il novero di queste alterazioni, asistematiche ma ricorrenti nel metabolismo inquieto dell'horror contemporaneo, si ripropone al cospetto di un'opera come "Train to Busan", del coreano Yeong Sang-ho, da poco incrociata alla Festa del Cinema di Roma, in replica alla XVI edizione del Trieste science+fiction Festival e - ci si augura - prima o poi in uscita nelle sale, con l'aggiunta dello specifico vettore simbolico di propagazione-del-Male rappresentato da un treno in corsa che stipa individui impegnati ad evitare di essere contaminati/fagocitati da bipedi mostruosi posseduti da un misterioso morbo. A rigore, quindi, erano presenti un buon numero di fattori per illustrare con coerenza - e auspicabile resa spettacolare - gli eventuali nessi che avvicinano (magari ancora non così platealmente, eppure al punto in cui siamo, tutto sommato, già con una sua sinistra plausibilità) la frenesia irriflessa e onnivora di una modernità che s'agita a mo' di cadavere percorso da spasmi post-mortem e l'imprevedibilità tourettica di creature animate da un vitalismo talmente sospetto da non poter escludere del tutto la congettura in base alla quale la malattia che li scatena sia conforme al parossismo (leggi: pulsione di morte) di un mondo che, in qualche modo, li ha prodotti o, comunque, di fatto, ne contempla l'esistenza e, a suo modo, la prepotente brama di vivere.


Perlopiù, invece, assistiamo, nel lavoro di Sang-ho, ad un incontro di variazioni su temi a lungo sperimentati. Ad esempio, quello dell'epidemia fuori controllo (come conseguenza di un progetto bio-tecnologico sfuggito di mano per un accidente del caso), la cui pericolosità si diffonde esponenzialmente per il tramite del morso di un soggetto - all'apparenza affetto da un sorta di furibonda idrofobia - indotto a sbranare (in parte per cibarsene) suoi simili sani, a loro volta, dopo rapida mutazione, pronti ad ingrossare le fila dei predatori. Perdono consistenza, così, mano mano, le sopracitate alternative inerenti un racconto allegorico (da centrare sul nesso davvero angosciante che vorrebbe saldare senza mediazioni il forsennato torchio quotidiano a cui sono assoggettati milioni d'individui, ad un irreversibile stravolgimento fisico degli stessi, in cui far convergere giorni, anni di rancori, di umiliazioni, di frustrazioni senza sbocco, al punto zero di un'esagitata esplosione a cavallo tra esuberanza senza freni, redde rationem ed èlan mortel), e (ri)prendono vigore, altresì, i piani narrativi - e immaginativi - di certa consuetudine, a partire da quelli che intersecano le vicende di personaggi diversi per estrazione, mentalità, interessi, et., loro malgrado chiamati ad una disperata lotta per la sopravvivenza su un convoglio in viaggio (per ciò che ci riguarda, una tratta veloce tra Seul a Busan). Ritroviamo, allora, la varia umanità composta da, nel caso, un paio d'anziane sorelle in composto diporto; una mezza squadra juniores di baseball. Quindi, professionisti, studenti, pendolari, coppie assortite. E alla fine, la piccola Soo-an/Kim Sun-an, ragazzina seria e precocemente giudiziosa, a fianco del padre Seok-woo/Gong Yoo, giovane analista finanziario, tipo sbrigativo e distante, obtorto collo persuaso ad accompagnare dalla madre la figlia - ancora speranzosa in una possibile ricomposizione del nucleo familiare - utilizzando inconsapevolmente proprio il treno fatale...


A merito del film va ascritta in primis l'attitudine a sfruttare con una certa abilità sia l'angustia degli spazi dell'aerodinamica barain movimento ingombra di figure tanto fameliche quanto quasi inermi se non sollecitate da un rumore o da un contatto visivo diretto (per mezzo d'inquadrature al contempo pragmatiche ed estrose, primi piani carichi d'ansia e bruschi stacchi ad intercettare gli spasmi dei corpi impegnati nella lotta o nella fuga); sia - ed è meno ovvio - l'inerte ostilità dei vuoti - stazioni, aree di parcheggio, ampie zone di transito e di attesa - riportati ad una specie di desolazione originaria dopo il passaggio dell'esercito cannibale. Da segnalare, inoltre, l'indomita tempra, la segaligna tenacia, nonché la sorprendente resistenza agli urti, delle avanguardie zombie, in grado di lanciarsi a peso morto da scalinate, tetti, alte vetrate, elicotteri (!), senza sfracellarsi: al contrario lesti, dopo qualche istante d'immobilità seguito da un generale sgranchimento, a gettarsi all'attacco con rinnovato slancio, al punto d'aggrapparsi - facendosi trascinare - al locomotore che trasporta i pochi superstiti, nella foggia di una ghignante catena di braccia e gambe serrate fra loro. D'altra parte, è pure vero che il ritmo sostenuto della vicenda (in virtù dell'elementare ma sempre efficace rilancio operato sull'eventualità di un'incursione imprevista dei cacciatori o di un passo falso delle prede) è, a scansioni quasi regolari, spezzato da pause riservate oltre che alla ovvia necessità di tirare il fiato e riorganizzarsi da parte dei rimasti, ad un esplicito tratteggio in miniatura della perentorietà dei rapporti di forza operanti su scala sociale, per cui il pezzo grosso Yong Suk/Eui-sung Kim, ben presto e d'autorità prende il controllo delle decisioni scavalcando anche il personale di bordo e il macchinista del treno, mentre, all'opposto, il rude proletario Sang Hwa/Ma Dong-seok, disincantato e d'indole beffarda con moglie incinta al seguito, ecco che, in crescendo, mostra coraggio e spirito di sacrificio assieme ad un'epidermica insofferenza alle ingiustizie ("Tu sei un broker", apostrofa il padre di Soo-an, "cioè uno esperto a lasciare indietro i più deboli"). Tra tali estremi, cerca la sua collocazione il resto della compagnia - Soo-an e Seok-woo inclusi - a riproporre, nell'insieme, i lasciti logori di una lotta di classe da quel dì conclusasi con la vittoria del Capitale e la periodica recrudescenza di una sterile guerra tra poveri per essere sul serio rivitalizzata da scampoli di un umanitarismo generico e, un tanto opportunisticamente, risorsa-d'ultima-istanza, dinamica, questa, lontana, purtroppo, tanto dagli ambigui scenari adombrati con ben altra tensione, mettiamo, dallo "Snowpiercer" di B.Joon-ho, quanto dall'idea radicale ma, come accennato, non così peregrina, riguardo una parentela stretta tra il nostro tritacarne quotidiano, il suo disperato rincorrere un'immagine fantasmatica di sé stesso, e ciò che, più mestamente e angosciosamente, in parte, già siamo.
TFK
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lunedì, novembre 28, 2016

UN ALTRO ME

Un altro me
di Claudio Casazza
Italia, 2016
genere, documentario
durata, 83'


Se la questione della violenza sulle donne è uno dei temi del quale più si discute nel tentativo anche legislativo di combattere il dilagare di una simile aberrazione      non sorprende che anche il mondo del cinema manifesti attenzione nei confronti del problema. A sorprendere è semmai il coraggio di taluni cineasti capaci di prendere di petto l’argomento, evitando di diventarne semplice cassa di risonanza ma al contrario proponendo punti di vista inediti e per certi versi  addirittura provocatori. Così se nel circuito ufficiale ci pensa Tom Ford e il suo “Animali notturni” a sparigliare le carte con la storia di un doppio femminicidio che all’insegna del politicamente scorretto finisce per annullare la distanza tra vittime e carnefici, in quello cinefilo e festivaliero è Claudio Casazza a mantenere alto il profilo della discussione grazie a un film come “Un altro me” selezionato (il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne) in qualità di film d’apertura della 57/ ma edizione del Festival dei popoli in corso in questi giorni a Firenze. Il film di Casazza è infatti il resoconto filmato di un anno di lavoro svolto da un equipe di psicologi, criminologi e terapeuti impegnati nel recupero di detenuti condannati per reati sessuali la cui finalità è quella di evitare l’eventualità di ulteriori ricadute. 


A differenza del collega americano Casazza si muove su una linea più tradizionale sia per quanto riguarda la forma cinematografica, modulata su una tipologia di documentario scevra da quelle declinazioni poetiche e creative che così bene hanno figurato nei lavori dei vari Pietro Marcello e Roberto Minervini, sia per ciò che concerne i contenuti, di fronte ai quali il regista assolve una funzione testimoniale che non entra mai in contraddizione con l’assunzione di responsabilità certa e definitiva da parte dei colpevoli. 


A ricordarcelo durante la visione non sono solo le parole degli educatori che all’interno del film hanno la funzione di ristabilire la realtà dei fatti rispetto all’interpretazione che di essi viene data da parte dei loro “pazienti” ma anche la scelta del regista di  mostrarci i detenuti con il volto sfocato, a rimarcare un’anomalia che va al di là di ogni privacy e che materializza come meglio non si potrebbe la vergogna dichiarata dai protagonisti per i delitti di cui si sono macchiati. A fare la differenza in “Un altro me” e a produrre lo scarto rispetto a quanto lo ha preceduto è uno sguardo che si affaccia sugli abissi dell’indicibile e riesce a dargli voce senza omissioni ne censure eppure in grado di mettere in luce l’umanità del male - quella che gli stessi carnefici si riconoscono nel corso delle loro disquisizioni - senza mancare di rispetto o diminuire il dolore inferto donne che lo hanno subito. Che infatti partecipano - attraverso le dichiarazioni di una loro rappresentante - quando si tratta di raccontare (all’uditorio) degli abusi subiti non come atto di accusa ma per stimolare il processo di consapevolezza messo in piedi dall’istituto di detenzione. Lungi dall’offrire soluzioni definitive al problema  “Un altro me” è il transfert cinematografico di un esperimento sul campo e come tale si fa carico della fragilità emotiva che si accompagna alla mancanza di certezze sugli esiti del trattamento curativo. In fondo la modernità del documentario di Casazza consiste proprio nel trasformare lo schermo in uno spazio di confronto e di domande aperte a ogni possibile risposta.
(pubblicata su taxidrivers.it)
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domenica, novembre 27, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA


























La  stangata di George Roy Hill (Usa, 1973)
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YO-YO MA E I MUSICISTI DELLA VIA DELLA SETA

Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta
di Morgan Neville
con Yo-Yo Ma, Kinan Azmeh, Kayhan Kalhor
USA, 2015 
genere: documentario
durata: 95' 



Figlio di un musicologo violinista e di una cantante lirica di Hong Kong, nato a Parigi nel 1955 e cresciuto a New York, il celebre violoncellista Yo-Yo Ma conosce bene, anche se non direttamente, l'oppressione dei regimi rispetto alla libera espressione artistica. Così anche diversi componenti della Silk Road Ensemble, collettivo internazionale di circa cinquanta musicisti da lui riunito nel 2000. L'ex bambino prodigio, che a 7 anni ha suonato alla Casa Bianca davanti a JFK e Jackie Kennedy, noto per le sue interpretazioni dei classici, da Bach a Beethoven, da Schumann a Dvorak, ma anche per il suo eclettismo, è riluttante a restare ingabbiato nel repertorio. Prima ha portato la musica fuori dalle accademie e dagli auditoria, a beneficio di chi più difficilmente ne godrebbe, poi fondato quel progetto dietro il quale sta l'idea di ricreare quel tessuto connettivo, ovvero di scambio non solo commerciale ma anche creativo, che caratterizzava la via della seta, antichissimo collegamento tra Cina e Mediterraneo. In poco più di 15 anni la formazione ha realizzato sette album, suonando in trentatré diversi Paesi. Per rappresentare cinematograficamente questa sua idea Ma si affida a Morgan Neville, già produttore di diversi documentari musicali, nonché premio Oscar 2014 per il documentario 20 Feet From Stardom, inedito in Italia, sul ruolo di quei cantanti di seconda fila che rispetto ai divi per cui lavorano stanno "a venti passi dalla fama". Invece di riposare sugli allori di un successo acclarato, Ma desidera uscire dal divismo della classica e interrogarsi sul compito dell'artista, che può andare molto oltre la perfezione dell'esecuzione in sé. Ovvero la ricerca di sé, citando Leonard Bernstein. In una delle prime sequenze lo si vede infatti dietro le quinte di un teatro minimizzare e canzonare l'ampollosa presentazione che precede il suo ingresso. L'incontro tra Ma e Neville dà luogo a un film che si prefigge di celebrare il potere unificante e universale della musica, la sua straordinaria capacità di connessione tra esseri umani oltre ogni diversità etnica e religiosa. 


Nel farlo, non si sofferma tanto sul suo protagonista, sugli aspetti della creazione musicale o sulle performance concertistiche, quanto sulle esperienze di quattro di loro: Wu Man, campionessa di liuto cinese, che ricorda i limiti della Rivoluzione culturale e ci fa scoprire l'ultima generazione degli Zhang, suonatori e artisti di teatro di figura; il siriano Kinan Azmeh, clarinettista, che nonostante la devastazione del suo paese vede nella musica un futuro; Cristina Pato, virtuosa della gaita, la cornamusa galiziana, e fiera conservatrice delle isolate tradizioni locali; l'esiliato Kayan Kalhor, maestro di kamancheh, antico strumento a corde iraniano, sopravvissuto a traversie causate da repressioni e conflitti. Tra le loro testimonianze passano in rapida successione immagini naturali e paesaggistiche, anche vere e proprie esplosioni cromatiche, a tratti estetizzanti, con il preciso compito di interrompere con una prorompente bellezza racconti individuali spesso drammatici. Il film è produttivamente complesso, con tantissime le location, da Istanbul a Boston, da Teheran alla Spagna, anche difficili, come il capo profughi siriano o la Cina. Più che documentario strettamente musicale, il film è saggio umanista sull'importanza di preservare musica, lingua, cultura, per scambiarle e continuamente arricchirle nell'incontro con l'Altro: un inno alla simpatia, nel senso più originale di condivisione e connessione, di corde che vibrano insieme, di atto politico e gioioso di contrasto a qualsiasi tentativo di divisione. Un film teso a tal punto all'utopia che, per l'intensità con cui la mostra, in chiusura quasi rischia l'enfasi. La portata dell'esperienza resta trascinante, come la musica della Silk Road Ensemble; i movimenti di macchina volanti nella prima performance en plein air, così come nelle altre, danno l'illusione che un altro mondo sia veramente possibile.
Riccardo Supino
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venerdì, novembre 25, 2016

IL CITTADINO ILLUSTRE

Il cittadino illustre
di Marian Cohn, Gaston Duprat
con Oscar Martinez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Nora Navas
Argentina, Spagna 2016
genere, commedia, drammatico
durata, 118'




Ne è passato di tempo da quando nel cinema argentino si riusciva a fare film solo con narrazioni impregnate di impegno civile o volte a criticare gli orrori del passato golpista. A prendere il posto delle metafore e delle grandi costruzioni allegoriche di cui erano pieni i film di quel periodo sono oggi progetti più concreti che amano spaziare soprattutto nel cinema di genere, come testimonia il successo internazionale di thriller come "Il segreto dei suoi occhi" e "Nove regine" e di commedie sul tipo di "Cosa piove dal cielo?", comprati ed applauditi in ogni angolo di mondo. Per questo motivo destava curiosità la presenza nel concorso ufficiale di "The Distinguished Gentleman" diretto da un coppia di registi - Marian Cohn, Gaston Duprat - da anni attivi nel cinema e nella televisione ma da noi pressoché sconosciuti. La trama del loro film era di una semplicità estrema, raccontando di un illustre romanziere che all'indomani della vittoria del premio Nobel accetta di tornare nel paese natale per tenere una serie di conferenze e ricevere la cittadinanza onoraria conferitagli dai suoi concittadini. Fedeli al motto "Nemo Propheta in Patria" i registi riservano all'illustre cittadino un'accoglienza ambivalente che inizia all'insegna del tripudio e si trasforma in una resa dei conti piena di odio e di rancore nei confronti di chi è riuscito a farcela. Ed è proprio la riflessione sulla fama e sul successo artistico, con ciò che esso comporta sia in termini di opportunità - come quella di ritrovarsi nel proprio letto una fan bella e disponibile - sia per quanto riguarda i fraintendimenti che derivano dall'identificare il privato dello scrittore con quello dei suoi personaggi a creare terreno fertile per un umorismo divertente e caustico, ideale per una commedia drammatica come "The Distinguished Gentleman". Oscar Martinez nella parte di Daniel Mantovani si candida al premio per il migliore attore del concorso.

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mercoledì, novembre 23, 2016

SNOWDEN

Snowden
di Oliver Stone
con, Joseph Gordon-Levitt, Shailene Woodley
Usa, 2016
genere, drammatico
durata, 134' 


Il nuovo film di Oliver Stone si poggia su un presupposto che non centra nulla con la biografia di Edward Snowden e che chiama in causa "Citizenfour", il documentario realizzato da Laura Poitras per il quale la regista è riuscita a vincere l'Oscar nella categoria di riferimento. Ricordiamo che il lavoro della Poitras si basava per la maggior parte sulla registrazione filmata dell'intervista rilasciata da Snowden a lei e al reporter del Guardian che poi ne avrebbe diffuso le dichiarazioni sull'esistenza di un programma di sorveglianza di massa utilizzato dal governo americano per spiare le mosse dei governi stranieri come pure dei suoi stessi cittadini. A dispetto del caos mediatico scatenatosi all'indomani delle affermazioni rilasciate dall'ex consulente dell'NSA il film della Poitras fu ignorato dal pubblico statunitense (e non solo), mai troppo tenero con chi ha il coraggio di mettere in dubbio i pilastri della sua democrazia, terminando la corsa al botteghino con un incasso di poco inferiore ai tre milioni di dollari. Un dato che, numeri alla mano, equivaleva a considerare "Citizenfour" una sorta di desaparecidos delle sale, uscito nei cinema senza lasciare alcuna traccia. Ed è qui che si inserisce Oliver Stone e l' idea di realizzare una versione dello stesso film con le forme e la progettualità della grandi produzioni mainstream.

In questo senso "Snowden" senza avere la possibilità di potersene ufficialmente fregiare partiva con le caratteristiche che lo indicavano come il remake in chiave fiction del film del 2014. La sceneggiatura scritta da Stone e da Kieran Fitzgerald in effetti recepiva l'assunto del modello offertole dal lavoro della Poitras confermandone l'impianto di base e quindi le rivelazioni a cui abbiamo fatto cenno nel precedente paragrafo e la location principale (la stanza di un hotel di Hong Kong), nella versione pensata dal regista di "Platoon" chiamata a fare da cornice ai flashback che mettono insieme la parti inedite, quelle che per forza di cose non potevano essere incluse nel documentario della Poitras. Stiamo parlando degli inserti narrativi che consentono allo spettatore di passare in rassegna il quadro completo degli aspetti pubblici e privati attribuiti al personaggio e che hanno come estremi da una parte il mancato arruolamento nei corpi speciali dell'esercito per motivi di salute e la conseguente annessione nei ranghi della Cia che gli permette di farsi strada nella comunità intelligence nazionale, dall'altra il passaggio alla società di consulenza che supportava la National Security Agency.


Apprendiamo cosi che la goccia che fa traboccare il vaso, convincendo Snowden a entrare nella clandestinità non è tanto il sistema messo a punto dai suoi datori di lavoro, moralmente discutibile ma necessario per tutelare il paese da eventuali attacchi esterni non preventivati, quanto piuttosto il fatto che ad essere vittima della raccolta segreta di informazioni da parte dei servizi segreti americani non siano solo i governi delle nazioni avversarie o quelli in carica nelle aree di possibile ingerenza ma anche l'intera comunità dei cittadini statunitensi. In questo ambito è del tutto inedita dal punto di vista cinematografico il ruolo di Lindsay Mills (interpretata da Shailene Woodley) la fidanzata di Snowden che oltre a sostenere l'uomo per tutto il corso della sua articolata e drammatica esperienza fornisce al film di Stone la possibilità di dotarsi di un filone sentimentale che insieme a quello spionistico rappresentato dalle azioni poste in essere dal protagonista per l'assolvimento dei suoi compiti consentono al film di cambiare pelle assumendo le sembianze del cinema d'azione. 

Un po' per mancanza di soldi - trovati in Europa e non negli States - un po' perché il linguaggio tecnico e le spiegazioni di Snowden sarebbero difficile da comprendere per i non addetti ai lavori senza un minimo di mediazione, lo "Snowden" di Stone tende alla semplificazione, allestendo uno spy movie anomalo per la mancanza di sparatorie, esplosioni, inseguimenti ed effetti speciali che normalmente fanno da corredo all'esposizione delle grandi teorie complottistiche. Valorizzato dal mimetismo attoriale di Joseph Gordon-Levitt "Snowden" è il film di un regista che supplisce con il mestiere al venir meno dell'antica energia.

(pubblicata su ondacinema.it)
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martedì, novembre 22, 2016

THE ZERO THEOREM - TUTTO E' VANITA'

The zero theorem
di, Terry Gilliam
con,  Christopher Waltz, Melanie tThierry, David Thewlis, Tilda Swinton, Matt Damon
USA/GB,Romania/Francia 2013 
durata, 107'



Autentico don quixote, l'altro Terry (essendo l'uno, volendo, Malick), mastro Gilliam, con sardonica negligenza s'applica, in questo teorema zero - sul cui misterioso profilo di opera solo fuggevolmente apparsa si sono depositati gl'invece infiniti granelli della polvere di tre anni - ad un intreccio (per lui) sin troppo familiare. Ossia la prepotenza coercitiva di un potere (nel caso, la Direzione suprema e sfuggente della Mancom, super-dittatura globale), tanto più brutale nelle pretese quanto di base ottuso, che si esercita sull'esistenza/inconsistenza già grama di un solitario, fobico, genialoide e malinconico a nome Qohen Leth/Waltz (patronimico evocativo al punto da suonare più come una sentenza che come una stranezza), chiamato a misurarsi col fondo mai del tutto abraso dell'umana disperazione - a dire il-senso-della-vita - nella forma dello spericolato, ingenuo e grottesco "Zero Theorem" del titolo, rappresentato (con gustosa cattiveria) da un'animazione digitale con cui il protagonista interagisce ricostruendo laboriosamente, in foggia di minuscoli cubi solcati da simboli matematici via via incastrati in opportuni vani su pareti di un fantasmagorico edificio a metà fra il nastro di Möbius, le spirali proteiche e le strutture ricorsive di Escher, quella che dovrebbe essere nientemeno che la forma definitiva dell'Equazione-Mondo, come se non bastasse un singolo inserimento sballato per far crollare intere sezioni dell'insieme, distruggendo giorni di feroce applicazione e cristallizzando, al tempo, la vanità di un gesto, di per sé, già così smisurato. Si aggiunga la deliziosa incoerenza del diversivo incarnato da Bainsley/Thierry (figura chissà quanto reale, chissà quanto idealizzata, inviata comunque dal Sistema per stimolare la produttività dell'incerto analista vieppiù vincolata alla trasmissione oraria di dati aggiornati) capace di strappare dai recessi di un uomo provato tremori forse mai del tutto spenti, e apparirà quasi ovvio come per Qohen Leth - di suo pure novello Estragone ossessionato da una telefonata decisiva che non arriva mai - il sussistere stesso diventi impraticabile se non al prezzo di una perentoria torsione verso il sogno/incubo di una virtualità consolatrice, degno corollario di quel vuoto interiore (non a caso identificato con un buco nero che vortica) da cui non gli riesce d'emanciparsi.



Lungi dallo splendore sarcastico e dalla rutilanza del tratto di alcuni altri suoi predecessori - da "The adventures of Baron Münchausen" a "The Fisher King"; da "Twelve Monkeys" al poco ricordato "Tideland", passando per il celeberrimo "Brazil" - "The Zero Theorem" ne diluisce l'allegra baldanza e l'estrosa originalità, lasciandone pressoché intatto l'aspetto esteriore, come se l'insolente resilienza di un universo sgangherato ma vivissimo e l'inesauribile capacità di sbozzare figure raminghe e paradossali di esiliati (innanzitutto dentro se stessi), avessero brigato - per momentanea inerzia, per il disincanto che suscita a volte il cimento corrente al baluginare improvviso di una nuova attrattiva - al fine d'imbastire un capriccioso cupio dissolvi dell'immaginazione, sì brillante eppure dispersivo, sempre alla rincorsa di ulteriori esagerazioni, teso per sua indole alla composizione di una insopprimibile irrequietezza ma incerto fra la narrazione elegiaco-favolistica e l’inappellabile dissacrazione di qualunque presunta razionalità, quasi la generosità comune ad ogni gesto del suo autore avesse incontrato una sorta di sorniona dissipazione e le avesse lasciato strada. Di  fatto, è una qual stanchezza ad emergere a mo' di tratto prevalente dalla presente galassia iper-densa e jacovittiana di Gilliam, fatta - da prassi - d'inquadrature spesso sghembe, al limite della deformazione, come che sia sature di ogni tipo di dettaglio, a conferma di quella stramba sensazione per cui "sembra che il mondo ti rida alle spalle", mentre gioca sull'illusione di star coinvolgendo. 



In questo suo bizzarro futuro che tutto sommato somiglia ad un presente persistente, per quanto distorto, Gilliam si concede ancora il raro privilegio della coesistenza: tra ieri e oggi, tra oggi e un ipotetico domani, tra modernità e tradizione, come parimenti tra realtà e ricostruzione artificiosa della stessa, in un caleidoscopio che nulla si vieta - contagiando/travolgendo anche Qohen Leth - e che chiama al girotondo stili eterocliti di mobilio giustapposto, suppellettili di-pessimo-gusto, abbozzi di un laboratorio in perenne allestimento, condutture, ingranaggi, meccanismi, strati di tomi in equilibrio precario, fogli, matite, telefoni, i soliti molteplici schermi. Per non parlare dei cavi, dei tubi, delle derivazioni, ad intersecare mucchi di cianfrusaglie, di chincaglieria, del ninnolame più stravagante. L'incognita e l'irresolutezza del film gravitano proprio attorno all'alone d'estraneità che pare avvolgere gli elementi fisici ed intellettuali di un canone espressivo che aveva sempre rilanciato sulle proprie prerogative e che forse ora di tanta continuità comincia ad avvertire l'affanno. "Il futuro è già passato. Tu dov'eri ?", annuncia, soavemente ammonitrice, una voce femminile da un monitor gigantesco. Medesimo interrogativo deve essersi posto Gilliam, concedendo a Qohen Leth (e a se stesso) un istante di tregua in cui ritrovarsi, quella dimensione in cui diventa possibile stringere il sole - immane zero incandescente - tra le dita, prima che prosegua la sua corsa verso il tramonto.
TFK
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lunedì, novembre 21, 2016

PER MIO FIGLIO

Per mio figlio
di Frederic Mermoud
con Emmanuelle Devos, Nathalie Baye
Francia, Svizzera 2016
durata, 89'


Non è così frequente ma qualche volta capita che il significato di un film si raggrumi all’interno di una singola sequenza. A Frederic Mermoud ad esempio bastano pochi minuti, il tempo necessario per organizzare l’incontro tra le protagoniste di Per mio figlio e il gioco è fatto. Alle titubanze iniziali e alla forzata concatenazione degli eventi che permettono a Diane di individuare i (presunti) colpevoli della morte del figlio subentra quasi per magia una ripresa di senso dovuta in parte ai fotogrammi scelti dal regista per avviare la resa dei conti tra vittima e carnefici.

Il tenore delle scene in questione, ambientate all’interno della profumeria, è costruito all’insegna di una frivolezza che contrasta con la tensione drammatica percepibile nello sguardo di Diane: lo scambio di battute tra lei e Marlene (“Cerca qualcosa di particolare” chiede quest’ultima a Diane che a tono risponde “No, stavo guardando le creme per le occhiaie) seguito dal primo piano sul make up a cui Diane si sottopone per giustificare le sua presenza nel negozio, da una parte, rimandano alla “ricerca” che permette alla donna di individuare le sue prede e, ancora, al “mascheramento” che gli consente di avvicinarle senza destare alcun sospetto; dall’altra, alla duplicità narrativa che il film esprime quando, nella seconda parte, accanto alla componente thriller rappresentata dal modus operandi con cui Diane mette a punto la sua vendetta, acquista sempre maggior spazio il risvolto esistenziale della vicenda, quello che attraverso il rapporto instauratosi tra le due donne finisce per far entrare il racconto nell’intimità delle loro solitudini.

Rispetto al libro (Moka che è anche il titolo originale del lungometraggio) di Tatiana de Rosnay il regista sposta l’ambientazione da Parigi a quella porzione di provincia francese confinante con la Svizzera che nella sua vocazione frontaliera (sottolineata dagli sconfinamenti  necessari  a Diane per entrare in contatto con Marlene) contribuisce non poco a definire la dimensione di transitorietà e lo spaesamento che progressivamente, ma con una certa decisione, si impossessa delle vicende del film e dei suoi tormentati personaggi.
(pubblicata su TaxiDrivers.it)
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domenica, novembre 20, 2016

LA FOTO DELLA SETTIMANA





























Quando la moglie è in vacanza (Seven Year Itch) di Billy Wilder - Usa 1955
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