domenica, febbraio 19, 2017

RESIDENT EVIL: THE FINAL CHAPTER


The Resident Evil 6: final chapter

di Paul W. S. Anderson

Con Milla Jovovich, Ali Larter, Iain Glen 
Germania-Australia-Canada-Francia, 2017 
genere: azione
durata: 106'




A seguito degli eventi accaduti in "Resident Evil Retribution", l'umanità è ridotta ai minimi termini dopo che Alice è stata tradita da Wesker a Washington D.C. Come unica sopravvissuta del gruppo che avrebbe dovuto combattere le orde di non morti, dovrà fare ritorno nel luogo in cui l'incubo ha avuto inizio, a Raccoon City, dove la Umbrella Corporation sta radunando le sue forze per sferrare un colpo fatale agli unici superstiti dell'Apocalisse. In una lotta contro il tempo, Alice si unirà agli amici di una volta e, grazie a una nuova improbabile alleanza, si scontrerà con orde di non morti e con nuovi mostri mutanti. Fra la perdita delle sue capacità sovrumane e l'imminente attacco dell'Umbrella, Alice vivrà la sua avventura più difficile, nella lotta per salvare il genere umano, che rischia di precipitare nell'oblio.
Il modo in cui Paul W.S. Anderson aggredisce lo spettatore nelle sequenze iniziali, dopo i primi cinque minuti d'inutile riassunto delle puntate precedenti, è frutto di un montaggio iper-frenetico che riduce le inquadrature in schegge taglienti e impazzite: l'azione, in questo modo, risulta spesso incomprensibile.
Se a questo aggiungiamo la studiata pesantezza della colonna sonora che accompagna le scene e il fatto che solo lentamente, e mai del tutto, il regista abbandoni la sua caratteristica, estremizzata firma autoriale, si può capire come questo capitolo finale di una saga iniziata quindici anni fa sia rivolta principalmente agli amanti del genere.

Questo Final Chapter è assurdo, sproporzionato, infantile, talvolta ovvio.

A salvare le sorti della pellicola ha contribuito in maniera determinante Milla Jovovich, che ne è la protagonista e la colonna portante, la presenza costante e immanente.


Quando Milla, con i suoi 41 anni, fa la sua performance, quando inizia a menare come un fabbro mentre volteggia come un'acrobata del Cirque du Soleil, sfidando a mani nude o all'arma bianca creature che nemmeno si saprebbe da dove iniziare a descrivere, l'adesione al film è totale, l'incredulità non è qualcosa da sospendere, ma che non esiste nemmeno.
Alice dovrà specchiare i suoi bellissimi occhi azzurri nel buio delle sue vere origini, infilare la mano nel groviglio misterioso del suo rapporto con la Umbrella, mentre armate di non morti marciano al seguito di pazzi esaltati e altri pazzi esaltati si credono Dio alle prese col Diluvio.
Alice lo farà, è il suo destino, non potrebbe essere altrimenti. Un destino ovvio e banale come la trama del film; un destino che seguirà, fino alle estreme conseguenze, con un atteggiamento simile a quello di Frederick in Frankenstein Junior, quando dice "il destino è quel che è, non c'è scampo più per me."

Riccardo Supino 
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LA FOTO DELLA SETTIMANA






















Glory di Edward Zwick (USA, 1989)

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sabato, febbraio 18, 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: MANCHESTER BY THE SEA

Manchester by the Sea
di Kenneth Lonergan
con Casey Affleck,  Michelle Williams, Kyle Chandler
USA, 2016
genere, drammatico
durata, 135' 



Che il cinema sia in primo luogo una questione di immagini in movimento nessuno lo mette in dubbio; è così fin dal principio e cioè dal 1896 quando i fratelli Lumiere presentarono il loro "Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", accolto da sentimenti di meraviglia mista a paura per la caratteristiche di verosimiglianza causata dalla percezione che la locomotiva da un momento all'altro potesse uscire dallo schermo e investire gli spettatori. Lo conferma la produzione contemporanea sempre più attenta al rendimento degli aspetti formali e all'efficacia del comparto visuale. Un interesse, quest'ultimo, che ha fatto venir meno la centralità della funzione narrativa, quand'anche presente nelle forme più classiche, depauperata delle istanze di coerenza e di approfondimento che dovrebbero appartenergli. Ad equilibrare la partita almeno qui a Roma e perlomeno in queste prime due giornate della Festa del cinema ci pensano una manciata di titoli che si impongono per la qualità della scrittura e della direzione attoriale. "Manchester By the Sea", terzo lungometraggio di Kenneth Lonergan rispondeva ai requisiti appena detti, potendo contare su un regista sceneggiatore (il testo del film era stato scritto da Lonergan per Matt Damon a cui è a sua volta subentrato dopo la rinuncia della star americana) e su un attore - Casey Affleck - adatto al ruolo principale per averlo ricoperto più volte nel corso della carriera.



Come era già successo in "Conta su di me" (1999) Lonergan pone a premessa della storia un lutto famigliare (figurato quello del primo film, reale quello del secondo) dal quale scaturisce il ritorno a casa del protagonista che alla pari del Terry Prescott di Mark Ruffalo si ritrova con l'inadeguatezza che lo contraddistingue a a fare le veci della figura paterna nei confronti del nipote adolescente. Le analogie però finiscono qui perché se è vero che anche "Manchester by the Sea" inquadra il rapporto tra un giovane e un adulto all'interno di schemi e dinamiche familiari assimilabili a quelli che si instaurano nella relazione tra genitori e figli, in questo caso il punto focale della narrazione risiede in qualcosa di più intimo e personale che prova a scavare nel dolore di Lee Chandler (Affleck), il protagonista dilaniato da un passato che torna a perseguitarlo nel momento in cui giunto nel paese natale (Manchester by the Sea, città del New England) per far fronte all'improvvisa morte del fratello vede materializzarsi i fantasmi dei propri trascorsi.



Con l'intento di non perdersi nulla dei propri personaggi ma anzi preoccupandosi di valorizzarne il potenziale umano e drammaturgo Lonergan colloca Lee e chi gli sta attorno all'interno di un contesto ambientale e scenografico minimale che non offre altre informazioni (come il dettaglio del mare improvvisamente increspato o un cambio improvviso di luce) che non siano riferibili ad allo stato d'animo del momento; e poi ne potenzia la presenza scenica regalandogli un palcoscenico che gli consente di essere assoluti protagonisti grazie a una tecnica di ripresa che limitando ampiezza e profondità di campo e mantenendo la mdp all' altezza del soggetto scenico impedisce allo spettatore di trovare altri motivi di interesse che non siano quelli indicati dalla volontà del regista. Un processo di sottrazione che da un canto metteva l'opera al riparo dalla retorica insita nella delicatezza dei temi trattati - il dolore, la perdita, il senso di colpa - e che dall'altro rischiava di farla risultare bloccata e priva di slanci. Ad evitare questo pericolo ci pensa soprattutto il montaggio di Jennifer Lame che altera la successione degli avvenimenti considerati non più nella loro scansione cronologica ma secondo un tempo interiore e quindi emotivo corrispondente a quello di Lee/Affleck, che di "Manchester by the Sea" sono i veri e propri factotum del copione imbastito da Lonergan. Il quale memore della lezione dei vari Risi, Germi e Monicelli realizza un melodramma struggente e appassionante che pur mantenendosi costantemente sulle note della tragedia vissuta da Chandler trova modo di alleggerire la tensione con momenti di ilarità che paradossalmente - ma non troppo - rendono ancora più credibile il calvario del protagonista. Preceduto dai rumors che lo danno tra i favoriti nella corsa ai prossimi Oscar "Manchester by the Sea" per quanto ci riguarda ha già un vincitore nella persona di Casey Affleck che abbonato ai ruoli da perdente tiene lontana la routine con un interpretazione sofferta e trattenuta che lo impone ai vertici della sua categoria.
(pubblicata su ondacinema.it)
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giovedì, febbraio 16, 2017

A PROPOSITO DI PATERSON DI JIM JARMUSCH

Paterson
di Jim Jarmusch
con Adam Driver, Golshifteh Farahani
Usa, 2016
Genere, drammatico
Durata, 113’’


Paterson è un autista di bus nella città di Paterson, New Jersey. Ha un cane di nome Marvin e convive con la bella e giovane moglie Laura. Paterson ha un piccolo quaderno e passa il suo tempo libero a scrivere poesie. La sua vita scorre tranquilla e ripetitiva, giorno per giorno, ascoltando i dialoghi dei passeggeri, cercando di rendere felice la moglie che vorrebbe diventare una produttrice di cupcake e una musicista, portando a spasso Marvin la sera e andando al solito pub a bere la solita birra e fare quattro chiacchiere con il proprietario.

Jim Jarmusch dirige il tredicesimo film con lo stile inconfondibile che lo contraddistingue: storie di individui ai margini, minimali, che vivono all’interno di scenari solo apparentemente anonimi, ma che in realtà nascondono improvvisi scarti narrativi, episodi epifanici, in un mondo velato dal mistero della (a)normalità che si nasconde in un incontro, un episodio imprevisto, un evento (e)straniante. I personaggi maschili che lavorano di sottrazione (e Adam Driver che interpreta Paterson non fa eccezione), con lo sguardo distaccato dal mondo che li circonda e da quelli femminili vulnerabili e civettuoli, più appariscenti; la macchina da presa si muove lungo il perimetro urbano, disegnando geometrie che racchiudono il mondo dove si muovono i protagonisti in linee orizzontali e verticali.


La scelta del regista è quella di una messa in scena lineare scandita dal tempo: in sovraimpressione abbiamo l’annuncio dei giorni di una settimana (il film inizia e finisce con un lunedì); Paterson si sveglia ogni mattina alle 6:15 (eccetto un giorno alle 6:30). Il tempo diegetico è scandito da gesti ripetitivi di ogni giorno (la colazione, la camminata verso il deposito dei bus, il dialogo con il controllore, le storie raccontate dai passeggeri). La ripetizione è poi riaffermata dall’idea della moglie che vorrebbe dei figli e gli dichiara il desiderio di avere una coppia di gemelli: da quel momento, nelle giornate che vive, vedrà gemelli ovunque. Il doppio che diventa metafisico di una realtà personale. Del resto anche lui è doppio: c’è il Paterson autista e il suo gemello poeta che legge e scrive. Così come c’è Paterson uomo e Paterson città. E lui diventa maschera metonimica della collettività. Anche i versi creati appaiono in sovraimpressione, come a dire che la parola si fa vita e la vita immagine in un rispecchiamento continuo durante tutto il film.

Ma l’apparente ordinarietà, come abbiamo detto, viene interrotta da eventi straordinari. Così veniamo a saper per esempio che a Paterson ha dato i natali al poeta Williams Carlos Williams (anche qui una replica del nome) e che ha vissuto a lungo in città Allen Ginsberg. E nella settimana di Paterson accadono due imprevisti: il primo, sventa un tentativo di suicidio di un innamorato abbandonato all’interno del pub per poi scoprire che la pistola era un giocattolo; il secondo, il bus ha un guasto all’impianto elettrico che lo costringe a fermarsi per chiedere l’intervento dell’officina e tranquillizzare i passeggeri. Un doppio evento che poi è l’annuncio della piccola tragedia personale che lo colpisce sabato: dimentica sul divano il proprio quaderno di poesie e dal ritorno dalla cena e dal film con la moglie lo troverà distrutto per colpa di Marvin. La moglie durante tutta la settimana lo pregherà di fare una copia del quaderno, ma Paterson tergiversa, rimanda, e alla fine non lo farà. L’unica cosa che non ha un doppione, una replica, è proprio la poesia che va perduta, parole nell’aria. L’incontro epifanico, quasi zen, con un turista giapponese (poeta anche lui), la domenica dopo, finisce proprio con un quaderno intonso ricevuto in regalo. Le pagine bianche come opportunità di un futuro. E il lunedì successivo ha inizio una nuova settimana e, forse, una nuova vita poetica.

Siamo in un mondo di piccole certezze e di grandi vuoti che Paterson attraversa con lentezza e metodo, dove la parola pensata e scritta diventa un momento di surrealtà, di fissazione nel tempo di un mondo minimalista, episodi illusori che possono essere perduti per sempre per colpa di un cane dispettoso.

Jarmusch costruisce un altro episodio del suo mondo, senza però aggiungere nulla di veramente nuovo e lontano dai suoi capolavori (Dead ManGhost Dog,Broken Flowers), ma mettendo in scena un ennesimo doppio, Paterson il film come copia della filmografia in un richiamo metacinematografico della sua poesia per immagini.
Antonio Pettierre
“Omaggio a Jim Jarmusch”, Fondazione Cineteca Italiana, Spazio Oberdan, Sala Alda Merini a Milano rassegna dal 11 al 21 febbraio 2017.

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FESTA DEL CINEMA DI ROMA: MOONLIGHT

Moonlight
di Barry Jenkins
con Trevante Rhodes, André Holland, Naomie Harris
USA, 2016
genere, drammatico
durata, 110'



Da quando a partire dall'inizio del nuovo millennio  il cinema afroamericano ha cominciato a presidiare in pianta stabile la programmazione del circuito ufficiale la preoccupazione dei suoi esponenti più importanti e celebrati è stata quella di preservarne il vitalismo che in larga parte coincideva con l'orgoglio di razza e i richiami alle proprie origini presenti nei lavori di registi come Spike Lee, John Singleton e Mario Van Peebles che seppur con risultati tra loro non paragonabili possiamo oggi considerare i precursori di questo movimento. Tutt'altro che scontate le preoccupazioni del regista di "Fai la cosa giusta" si riferivano soprattutto al rischio di sudditanza derivata dalla volontà di farsi accettare dall'establishment come in parte è avvenuto con il fiorire di un filone più commerciale perfettamente sovrapponibile alla produzioni di genere (soprattutto commedie) hollywoodiana. La festa del cinema di Roma prova a dare un contributo alla discussione animandola con la presenza di due titoli come "The Birth of the Nation" di Nate Parker e soprattutto di "Moonlight" diretto da Barry Jenkins destinati ad animare il dibattito. E se il film di Parker di cui parliamo in altra sede si inserisce nella maniera più classica nel filone dei titoli che rileggono la storia per denunciare gli orrori della schiavitù quello di Jenkins ha le carte in regola per figurare tra i titoli capaci di segnare uno scarto rispetto a ciò che l'ha preceduto.



La trama, divisa in tre atti ognuno dei quali corrispondenti a una diversa fase della vita del protagonista (infanzia, adolescenza ed età adulta) ci propone uno degli scenari più tipici rappresentato dal getto nero (di Miami) in cui tra violenza emarginazione e degrado sociale vive il giovane Chiron che trova conforto nell'amicizia con il boss del quartiere e della sua compagna presso i quali si rifugia per supplire all'assenza della madre tossicodipendente e per trovare un'alternativa al bullismo dei compagni di scuola. Dalla tradizione non si discosta neanche l'iconografia della fauna sociale regolata da una legge della strada uguale a quella che faceva da sfondo alle storie di "Boys on the Hood" e "Training Days", solo per citare due dei lungometraggi più emblematici, ne quella urbanistica, dominata dal degrado e dalla decadente fatiscenza del quartiere natale. Ad essere diversa è però la sensibilità del regista e il suo punto di vista sulle vite dei personaggi. Jenkins infatti non rinuncia ai temi della droga, della violenza e della discriminazione sociale ma li filtra attraverso un intimismo che serve alla storia per mettere in scena una formazione esistenziale segnata dalla diversità sessuale che Chiron scoprirà innamorandosi dell' amico del cuore. In questo maniera il modello del gangsta movie viene svuotato degli stilemi tipici del genere per essere riempito da una poetica rivolta a trasfigura i turbamenti dell'anima e le ragioni del cuore; con la dicotomia tra realtà e apparenza enfatizzata dalla trasformazione fisica e caratteriale di Chiron, uscito dal carcere trasformato nel corpo e nello spirito per difendersi dal peso delle antiche fragilità. Tratto da "Moonlight Black Boys Look Blue", opera teatrale di Tarell Alvin McCraney il film di Jenkins tradisce la sua matrice con immagini che non si limitano ad accompagnare la narrazione ma che si incaricano di inventarla quando la vicenda riflette sulla condizione umana del protagonista e sulle molte rinascite (famigliare, sessuale, sociale) della sua esistenza, ogni volta associate alla presenza dell'acqua, elemento psicanalitico destinato a fungere da fonte battesimale nella sequenza del bagno con Juan che suggella responsabilità genitoriale assunta dall'uomo nei confronti del suo piccolo amico.
(pubblicato su ondacinema.it)

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mercoledì, febbraio 15, 2017

ALWAYS SHINE

Always Shine
di Sophie Takal
con Caitlin Fitzgerald e Mackenzie Davis
USA, 2016
genere, thriller
durata, 85'


Prima attrice e poi regista Sophie Takal per la sua opera seconda decide di tradurre in immagini una sceneggiatura che più cinematografica di così non potrebbe essere. Se non bastasse il fatto che le protagoniste della storia sono due giovani attrici impegnate a rinsaldare la propria amicizia nel corso di un week end riparatorio c’è la presenza di un dispositivo che si diverte a giocare con i codici del cinema e in particolare con quelli collegati con la tecnica di montaggio e la funzione dei vari tipi di inquadratura. Rispetto a questi elementi appare eloquente la scelta di utilizzare due primi piani  molto ravvicinati per introdurre le protagoniste del film: separati da una sequenza di ambiente casalingo in cui una delle ragazze discute con il compagno sull’opportunità di girare scene di nudo, gli inserti in questione ci mostrano le ragazze rivolgersi alla telecamera in uno stato di alterazione emotiva causata dalla discussione con la voce fuori campo. “Always Shine” dapprima azzera la verità di cui questo tipo di soluzione si fa portatrice (il primo piano solitamente viene utilizzato come cartina di tornasole dello stato d’animo dei personaggi) svelando, con una sorpresa tutta da scoprire, l’artificialità delle informazioni in essa contenute; successivamente trasferisce sulla personalità delle donne il carico di ambiguità che di li in poi apparterà alla natura del visivo. 


Ma non è tutto, perché nella scelta di raccontare il deteriorarsi del legame tra Beth e Anna privilegiando la dimensione psico sensoriale della crisi, quella che ad un certo punto metterà le protagoniste nella condizione di non distinguere più tra reale e immaginato, la Takal utilizza il montaggio per rappresentare la mente delle sue “erinni” con raccordi logici che minano la linearità spazio temporale delle progressione narrativa. L’effetto che ne deriva, enfantizzato dalla sensualità di attrici dalle movenze lynchiane (Caitlin Fitzgerald e Mackenzie Davis, prossimamente nel nuovo “Blade Runner 2049”) produce un risultato tanto affascinante nel togliere certezze alla ragione dello spettatore quanto insufficiente nel capitalizzare - soprattuto in fase conclusiva - i tanti spunti a cui da adito il tormentato rapporto tra le due protagoniste. Comunque da non perdere.
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lunedì, febbraio 13, 2017

50 SFUMATURE DI NERO

50 sfumature di nero
di James Foley
con Jamie Donan, Dakota Johnson, Kim Basinger
USA, 2017
genere, drammatico, sentimentale
durata, 118'



Ne è passato di tempo da quando in America ci fu chi pensò che i tempi fossero maturi per sdoganare il sesso dalla censura che impediva di mostrarlo senza veli nelle sale del circuito ufficiale. Era il 1972 quando Linda Lovelace con il suo "Gola profonda" tradusse in immagini le fantasie dei maschi americani facendo della sua bocca un strumento di piacere che oltre a solleticare l'immaginario della controparte maschile prefigurava una rivoluzione culturale e del costume di fatto mai avvenuta. Se così non fosse stato oggi di un film come "50 sfumature di nero" probabilmente non sentiremo neanche parlare. E invece, sulla scia del ritrovato perbenismo che da allora fino ad oggi ha fatto di Hollywood la terra promessa del proibizionismo sessuale, capita anche che un film senza alcuna pretesa diventi oggetto di attesa "messianica" per avere l'ardire di condire con le dovute fantasie una storia d'amore complicata come lo è qualsiasi relazione con un altro essere umano. Perché prima che con gli altri, ci dice il film in questione, bisogna andare d'accordo con se stessi e fare pace con quei demoni interiori che nel caso del miliardario Christian Grey (il modello irlandese Jamie Dornan) sembrano fatti apposta per tormentarne la relazione con la dolce Anastasia Steele (la morbida Dakota Johnson), convinta, come molte donne, di poter cambiare/salvare il proprio uomo inducendolo a desistere dal trarre piacere nell'infliggere punizioni alle sue amanti.

Detto che nell'America di Trump a mettere al riparo i produttori di "50 sfumature di grigio" dalla nuove possibili ondate di puritanesimo è il sotto testo del film che individua nelle pratiche dell'arte amatoria l'origine di tutti i mali e nell'unione matrimoniale - quella a cui Anastasia anela per lei e il suo cavaliere - l'unica panacea capace di mettergli fine, alla luce di ciò che vediamo sullo schermo non ci vuole molto a intuire quale sia la direzione della storia e di conseguenza a smascherare la finta trasgressione imposta dagli obblighi propagandistici. Per esserne sicuri, senza cercare motivazioni più sottili, basterebbe soffermarsi sullo stile di regia (di quel James Foley che pure a inizio carriera aveva firmato gli ottimi "A distanza ravvicinata" e Americani"), estetizzante alla maniera di quel cinema anni 80 (soprattutto dell'Adrian Lyne di "9 settimane e mezzo") che "50 sfumature di nero " ricalca in certi passaggi girati in forma di videoclip e soprattutto nella ricerca di una perfezione plastica e patinata dei corpi - scolpiti da una fotografia che soprattutto nel caso di Dornan enfatizza la tonicità della muscolatura - come pure nell'artificialità degli ambienti che, se da una parte servono ad assecondare lo sguardo dello spettatore, certamente a proprio agio con oggettistica e status symbol quotidianamente rintracciabili negli spot pubblicitari di orologi, macchine sportive e abiti alla moda, dall'altra non gli offrono la possibilità di ritrovare un minimo di autenticità in ciò che vede per un inconsistenza materica che emerge soprattutto quando assistiamo ad amplessi che sembrano più il risultato di un sessione fotografica che di un qualche tipo di contatto fisico tra le parti in causa, troppo asettiche e composte per sembrare verosimili. Considerato poi la natura commerciale del lungometraggio - realizzato per un pubblico generalista - con le limitazioni imposte al filmabile dalla necessità di ottenere un rate favorevole era chiaro che le sorti "artistiche" di "50 sfumature di nero" risiedessero per la maggior parte nella capacità delle altre componenti (prima di tutto della sceneggiatura) di compensare ciò che mancava necessariamente alle immagini.

Da questo punto di vista il film non riesce però a centrare l'obiettivo perché, lungi dal presentare una qualche variante drammaturgia ai dubbi della protagonista, perennemente in bilico tra l'accettare la personalità del suo amante o tirarsene indietro, la narrazione di fatto risulta orizzontale e priva di una qualsivoglia progressione che non sia quella di arrivare con motivi risibili se non alla pace dei sensi (peraltro auspicabile visti i problemi derivati dall'incontinenza sessuale dei due protagonisti) almeno al raggiunto conformismo delle dinamiche di coppia tra Christian e Anastasia. All'inseguimento di un romanticismo che stenta a decollare per i motivi appena enunciati "50 sfumature di nero" in termini di fantasia e pure di sorprese paga la sorte che da sempre spetta al secondo episodio di ogni trilogia cinematografica, contrassegnati dalla transitorietà che solitamente anticipa il carosello finale.
(pubblicato su ondacinema.it)
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domenica, febbraio 12, 2017

LE SPIE DELLA PORTA ACCANTO

Le spie della porta accanto
di Greg Mottola
con Zach Galifianakis, Jon Hamm, Isla Fisher
USA, 2016
genere, commedia
durata: 105' 


Una coppia, i cui figli sono convenientemente in campeggio, non riesce a rinvigorire la sua vita coniugale un po' spenta, per non parlare della routine di un lavoro povero di soddisfazioni. La loro realizzazione sta nel vivere nel perfetto mondo di Suburbia, addirittura in un cul-de-sac, una strada senza uscita piena di splendide villette, in cui tutti si conoscono e si festeggiano ogni giugno con una fiera del quartiere. In questa quiete soporifera irrompono i nuovi vicini di casa, una coppia bellissima, con lavori interessanti ed esperienze insolite, che affascina immediatamente i due pronvincialotti, anche se lei intuisce che la loro è solo una facciata. La loro vita, comunque, cambierà per sempre, quasi sicuramente in meglio, a contatto con l'eccitazione e il pericolo di un mondo così lontano dalla loro tranquilla e rassicurante noia. 

Oltre alla storia, che si presta a una serie di situazioni comiche a colpo sicuro, c'è un cast di alto livello: la coppia dei piccolini coccolosi è composta da uno Zach Galifianakis magro e carino e dalla spumeggiante Isla Fisher, mentre le spie, altissime e scandalosamente belle, sono Jon Hamm e Gal Gadot, che mostra nel film alcune delle sue qualità atletiche, oltre che estetiche. Purtroppo, però, nonostante tutto questo, qualcosa non funziona: il film non diventa mai davvero divertente e il finale risulta abbastanza prevedibile. Non sappiamo cosa sia andato storto, se i difetti stessero già nella sceneggiatura o se si sia verificato qualche incidente in fase di riprese: se è lodevole il tentativo di realizzare una commedia che non risulti volgare, si giunge, pero, a un risultato un po' troppo neutro.
Riccardo Supino
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LA FOTO DELLA SETTIMANA






















Half Nelson di Ryan Fleck (USA, 2006)
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venerdì, febbraio 10, 2017

UN RE ALLO SBANDO

Un re allo sbando
di Peter Brosens, Jessica Woodworth
Belgio, Olanda, Bulgaria 2017
genere, commedia, drammatico
durata, 94'


Che in termini di visibilità il Belgio debba parte della sua recente notorietà a cose (la presenza di organizzazioni europee e mondiali) e fenomeni (quello dei cosiddetti foreign fighters) non propriamente autoctone è un fatto assodato. Così come è altrettanto vero che ad alimentare la percezione di un paese sfuggevolmente astratto contribuiscono tanto il corto circuito tra la sua immagine reale e quella mediatica quanto la presenza di un’istituzione monarchica che oggi più di allora appare inadeguata a risolvere i problemi delle comunità statuali. A questo tipo di sensazioni sembrano attingere i registi (Peter Brosens e Jessica Woodworth) di “Un re allo sbando” nel dare vita alla vicenda del loro piccolo film, basato sulla vicissitudini del re del Belgio e della sua striminzita corte, impegnati nel viaggio che dalla Turchia li deve riportare in patria dove un inizio di secessione rende indispensabile la presenza di sua eminenza reale.  



Considerato che i nostri per sfuggire al divieto di movimento imposto dagli effetti di una tempesta solare sono costretti ad agire in incognito ricorrendo a un' espediente di fortuna per lasciare il paese e che, nell’attraversamento della penisola balcanica, il protagonista e i suoi accoliti si ritrovano ad affrontare inconvenienti di vario genere e natura, “Un re allo sbando” si trasforma in men che non si dica in un' anabasi contemporanea nella quale anche le situazioni più ordinarie risultano naturalmente deformate: un pò per lo straordinario lignaggio della parte in causa, un pò per il contrasto tra le implicazioni politiche e filosofiche derivate dall’essere la guida morale della nazione e le pratiche di vita minuta che re Nicola III si trova ad affrontare in veste di semplice cittadino. 


Riflessione surreale e tragicomica sulla responsabilità del potere e sulla solitudine che il suo esercizio comporta, “Un re allo sbando” nella messa a “nudo” della regalità del protagonista trasfigura il desiderio comune di avere istituzioni e classi governative più umane e vicine ai bisogni dei singoli. La presa di coscienza del protagonista rispetto ai problemi della vita reale più che lo specchio di una trasformazione già in atto (come apprendiamo ogni giorno dalle notizie quotidiane) è però la messinscena di un'utopia ancora lungi dal realizzarsi. In questo senso può essere letto il significato dell’immagine finale, con il re prima smarrito e ora avviato a nuove e più forti sicurezze, fatta apposta per sottolineare le caratteristiche d’eccezionalità (e quindi di difficile applicazione) di ciò a cui abbiamo appena assistito. Basato sul presupposto narrativo in base al quale ciò che vediamo sullo schermo è il “montato di un regista fittizio incaricato di girare un documentario sul re e allo stesso tempo di prestare la voce al commento fuori campo  “Un re allo sbando” ha quel modo di intrattenere intelligente e ironico che lo rende divertente senza essere troppo indulgente nei confronti dello spettatore. 
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giovedì, febbraio 09, 2017

LEVIATHAN

Leviathan
di Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor
USA, 2012
genere, documentario
durata, 83'


Tirato in ballo dalla maggior parte delle opere del concorso ufficiale che l'hanno fatto diventare una specie di brand in grado di legittimare il gradiente di verità dei loro contenuti, il documentario, nella sua forma più classica, arriva al festival con un'opera piena di suggestioni letterarie e che riprende nel titolo il mostro marino presente nell'Antico Testamento. Partendo infatti da quelle stesse acque che videro l'impresa della baleniera Pequod raccontata da Herman Melville e stabilendo un'audace quanto riuscito parallelismo tra l'apparato primordiale e mitologico connesso alla figura del Leviatano e la quotidianità meccanica e cruenta di un equipaggio di pescatori, il film riesce a creare un cortocircuito sensoriale capace di trasformare una realtà prosaica e poco frequentata in una sorta di mondo parallelo dove le cose più semplici e scontate diventano le componenti di una liturgia inquietate e allo stesso tempo sublime.


Sopraffatti da un ensemble di suoni e rumori che potrebbe appartenere a un concerto di una band heavy metal, e con il buio della notte e del mare a saturare lo schermo appena colorato da fiammelle di un pulviscolo colorato di luci psichedeliche, veniamo calati in un specie di fucina dei titani in cui tra argani e manovelle assistiamo alle conseguenze di un duello già combattuto in cui il cacciatore e la sua preda si dividono la sorte di un destino segnato in partenza. Da una parte i pesci, di ogni tipo e grandezza, battuti, torturati e infine uccisi all'interno di una camera della morte che non permette via di uscita se non agli scarti, rigettati in mare dopo la selezione delle parti più pregiate; dall'altra, l'essere umano nella sua essenza, ridotto a macchina per uccidere, infaticabile, mai stanco, dedito al suo lavoro come un religioso di fronte al crocefisso. Ci sono mani che frugano, braccia che tendono i muscoli, e poi sguardi marini che esalano l'ultimo respiro con occhi fuori dalle orbite e bocche spalancate. Ad allentare la presa giunge il volo sublime dei gabbiani e la tregua che sempre ritorna quando il buio della notte lascia il posto ai raggi di luce del primo mattino.

Girato in maniera eroica con microscopiche telecamere allacciate al corpo dei pescatori e piazzati ad arte nei vari punti della nave, "Leviathan" riesce ad andare oltre alla realtà che documenta grazie ad un occhio capace di mettere sullo stesso piano i diversi punti di vista che entrano in gioco all'interno del contesto dato. In questo modo il gabbiano che tenta disperatamente e senza successo di entrare dentro la vasca dove sono contenuti i resti inutilizzati, i pesci imprigionati nelle reti e poi liberati per essere vivisezionati, la struttura meccanica e ferrosa della nave, protagonista ed insieme testimone dei fatti, così come i pescatori che inizialmente non vengono mai ripresi a figura intera e poi, gradualmente, sono restituiti alle abituali fattezze, danno vita ad una dialettica di vita e di morte che attraverso le acque del mare riproduce magicamente le origini del mondo con il suo caos primordiale. Insomma, più che un documentario, l'opera di Castaing-Taylor e Paravel è cinema allo stato puro appena rovinato da una lunghezza eccessiva che, nell'ultima parte, perde un po' di ritmo e fa sentire allo spettatore la fatica di una visione comunque da consigliare.
(pubblicato su ondacinema.it)
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martedì, febbraio 07, 2017

SLEEPLESS - IL GIUSTIZIERE

Sleepless - Il giustiziere
di Baran bo Odar
con Jamie Foxx, Michelle Mogahan
USA, 2
genere, azione, poliziesco, thriller
durata, 95'



Nel corso di un intervista apparsa all'interno di una nota pubblicazione a lui dedicata(1) Michael Mann chiamato a spiegare il suo rapporto con il sistema hollywoodiano risponde in una maniera che indirettamente ci offre una chiave di lettura che si attaglia all'analisi di un film come "Sleepless - Il giustiziere" diretto dal regista svizzero Baran bo Odar. Mann nel corso dell'intervista afferma di guardare ai suoi lungometraggi come al frutto di un punto di vista personale sulle cose e sugli uomini e che la commerciabilità di alcuni dei suoi titoli è sempre stata una conseguenza e non il fine del suo lavoro. Ad autorizzare l'accostamento tra i due autori è il fatto che nella sua forma di action thriller a tinte fosche "Sleepless" si colloca all'interno di un genere di cui Mann è stato eminente regista e anche produttore. Oltre a questo ad avvalorare il paragone tra i registi è la presenza nel film di Odar di alcuni dei topos più utilizzati dal cineasta americano che coincidono con la scelta di ambientare la vicenda nell'arco notturno (come accadeva in "Collateral") e ancora nelle peculiarità delle scene d'azione (pensiamo alla sparatoria metropolitana con cui si apre il film) realizzate con metodologia che per potenza di fuoco e ingaggio del nemico appaiono più simili a uno scontro militare ("Heat - La Sfida") che a un duello tra bande rivali. E qui entrano in gioco le parole di Mann, in quanto nel confronto tra i due stili di regia quello di "Sleepless" risulta esattamente l'opposto di ciò che intendeva l'autore di "Black Hat" in ragione della neutralità con la quale Odar si approccia alla materia del suo film.

In questo senso "Sleepless - Il giustiziere" non appare difforme dai tanti cop movie giunti dal mercato statunitense. Di certo nel caso specifico la diversità non bisognava cercarla nelle caratteristiche della trama che tanto nella costruzione dell'intreccio quanto nella definizione d'ambiente e personaggi utilizza contesti e stilemi propri del genere. Paradigmatica in tale direzione è la posizione di Vincent Downs il poliziotto di Las Vegas protagonista della storia, immerso nella bigger than life manifestatasi con necessità di restituire la droga sottratta al boss locale che nel frattempo gli ha rapito il figlio e minaccia di ucciderlo se non otterrà al più presto la refurtiva. La tendenza è confermata anche se dall'analisi della struttura narrativa si passa a quella delle tipologie umane con la variabile rappresentata dalla corruttibilità di Downs utilizzata per aprire squarci di disagio esistenziale che nell'iconografia poliziesca è da sempre la conseguenza di un mestiere borderline; e di nuovo, con la proposta di un parco di "arcidiavoli" capitanati dal cattivissimo Rob Novak a cui Scoot McNair presta il volto rilanciandone a ogni scena la patologica spietatezza.


In un quadro di conclamata riconoscibilità, peraltro perfettamente in linea con la regole del genere, a creare le condizioni per fare di "Sleepless" un film con una propria identità dovevano essere per esempio la capacità della sceneggiatura di rompere la prevedibilità narrativa dotandola di quei chiaroscuri che di solito aiutano la storie criminali a scavare nelle psicologie dei personaggi. E qui risiede la debolezza di "Sleepless", il quale nel mettere in scena il processo catartico che dovrebbe portare alla redenzione del poliziotto ne invalida gli effetti drammaturgici con una scena rivelatrice - inserita senza nessun costrutto nei primi minuti di proiezione - che di fatto non consente al racconto di avvalersi dell'ambiguità morale del protagonista. Così facendo, la figura di Kevin svuotata di ogni profondità diventa un meccanismo da consegnare alla storia come tassello di un ingranaggio che funziona nella maniera in cui il protagonista, con la sua insonne frenesia, è capace di tenere alto il ritmo dei frame. Una predisposizione al movimento, quello del dispositivo allestito dal regista, favorita dalla particolarità della scenografia che essendo la risultante dei diversi settori dell'albergo casinò dentro cui la vicenda si svolge enfatizza l'idea di una continua progressione narrativa che però si disinteressa di dare spessore ai personaggi. E quindi a quello di Jennifer Bryant (Michelle Monaghan) agente degli affari interni in cerca di riscatto e coinvolta suo malgrado nel giro di vite innescato dalla condotta di Kevin e, a seguire, allo Stanley Rubino del redivivo Dermot Mulroney, gestore del casinò colluso con la malavita locale, per non parlare dello stesso protagonista, messo all'angolo da una sceneggiatura che da potenziale giustiziere finisce per fare la figura del "povero cristo". Remake del francese "Nuit Blanche", diretto nel 2011 da Frederic Jardin "Sleepless - Il giustiziere" per qualità e respiro potrebbe essere equiparato a un prodotto televisivo; e non dei migliori, purtroppo.
(1) Pier Maria Bocchi, Michael Mann, Editrice Il Castoro, 2002
(pubblicata su ondacinema.it)
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domenica, febbraio 05, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA






















Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan (USA, 2016)
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SPLIT

Split
di MN Shyalaman
con James McAvoy, Anya Taylor Joy 
USA, 2017
genere, thriller
durata, 116'


In occasione dell’uscita di “The Visit” ci eravamo soffermati non poco sulle implicazioni conseguenti alla decisione di M. Night Shyalaman di rilanciare le proprie quotazioni affidandosi a un produttore come Jason Ferus Blum che aveva fatto dell’indipendenza artistica e commerciale il trampolino di lancio delle proprie fortune. Capace di sdoganare i concetti di terrore e paura dall'idea di un pubblico laterale e minoritario per riportarli in un contesto popolare e di massima tendenza, Blum ha sempre puntato su un cinema che pur in un regime di ristrettezza economica ha cercato comunque di non allontanarsi troppo dalle estetiche delle grandi produzioni hollywoodiani Per riuscirci aveva focalizzato il suo interesse su storie che gli consentissero di far sembrare la scelta di girare in spazi concentrati e in un numero ridotto di location non come mancanza di possibilità quanto piuttosto come la volontà di rimanere attaccato all’inconscio dei suoi personaggi e perciò bisognosa di una rappresentazione coerente a un assunto narrativo che negli spazi chiusi e scarsamente illuminati e nella rarefazione scenografica trovava lo scenario in grado di rendere al meglio la valenza psichica delle trame. Caratteristiche che non a caso erano state da sempre il cavallo di battaglia dello stesso Shyamalan che in film come “Signs” e “The Village” aveva fatto del contenimento spaziale e del ricorso al fuori campo gli strumenti per dare senso alle immagini 


E’ inutile dire che rispetto a quanto detto “Split” si incastra alla perfezione con il momento di carriera delle parti in causa perché se da una parte i nomi in cartellone consentivano a Blum di completare il processo di affrancamento da quello status di artigianalità e di improvvisazione poco utile a scalare le vette del box-office, dall’altra “Split” rappresentava per Shyalaman un ulteriore passo in avanti verso quella libertà creativa che il più delle volte finisce per coincidere con il pieno controllo dei mezzi di produzione. Un’unità di intenti confermata dalla consistenza psicologica della trama se è vero che il film, raccontando la storia del rapimento e della segregazione di tre ragazze da parte di un individuo affetto da personalità multiple, si avvale degli aspetti artistici e materiali verso i quali i nostri sono maggiormente avvezzi. Girato in interni il lungometraggio si sviluppa alternando le scene ambientate nel rifugio prigione dove il cattivo entrando in empatia con una delle tre ragazze da sfoggio della parte peggiore dei suoi istinti a quelle collocate nello studio della psichiatra che lo ha preso in cui il film oltre ad approfondire le caratteristiche della malattia di Kevin (l’ottimo James McAvoy) si costruisce la propria coerenza interna rispetto alle incredibili mutazioni del protagonista, legittimate agli occhi dello spettatore dalla  teoria - sostenuta dalla donna - secondo cui a ogni cambiamento di personalità ne corrisponde un’altra parimenti invasiva che riguarda la mutazione fisiologica del corpo.


Quasi lezioso e un po' troppo insistito quando si tratta di prendersi una pausa dalla aspetti più estremi della vicenda “Split” da il meglio di se nel mettere in scena il rapporto tra le vittime e il loro carnefice. In particolare, a prendere piede con il passare dei minuti è il confronto tra Kevin e la giovane Casey (la Anya Taylor Joy di “The Witch”), ragazza complicata e introversa la cui empatia nei confronti del suo carnefice rimanda a quella altrettanto drammatica e malata tra Clarice Sterling e Hannibal Lecter de “Il silenzio degli innocenti”. Alcune sequenze (come quella iniziale del rapimento) sfiorano il capolavoro ma a differenza dei suoi migliori lavori la regia di Shyamalan tende più a mostrare che a nascondere: così facendo i misteri della mente (del protagonista) non riescono ad andare oltre i cliché tipici del genere che il regista utilizza al massimo grado quando si tratta di tirare le fila della storia, decidendo non senza qualche sorpresa (presente soprattutto nell’immagine che conclude il film) il destino finale dei suoi protagonisti.

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sabato, febbraio 04, 2017

SMETTO QUANDO VOGLIO 2 - MASTERCLASS

Smetto quando voglio 2- Masterclass 
di Sidney Sibilia 
con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero De Rienzo
Italia, 2017 
genere: commedia
durata: 118' 

La banda dei ricercatori è tornata: l'associazione a delinquere con il più alto tasso di cultura di sempre decide di ricostituirsi quando una poliziotta offre al capo, Pietro Zinni, uno sconto di pena e a tutto il gruppo la ripulitura della fedina penale, a patto che aiutino le forze dell'ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Così, questi laureati, costretti a campare di espedienti, in un'Italia incapace di valorizzare la loro cultura, vanno a recuperare un paio di cervelli in fuga e lavorano insieme per stanare i creatori delle nuove droghe fatte con molecole non ancora illegali. Pietro però non può rivelare nulla del suo nuovo incarico alla compagna Giulia, incinta del loro primo figlio, ed è costretto a inventare con lei bugie sempre più evidenti. Sydney Sibilia si riconferma un'anomalia assoluta nel panorama cinematografico italiano, anche nella volontà di trasformare il suo esordio di successo in una trilogia che, pur rispondendo a un'esigenza specificamente commerciale, intende mantenere una sua coerenza artistica. Se il cinema è un'industria di prototipi che ogni tanto si declina in franchising, è raro che il secondo film di una saga, breve o lunga che sia, si mantenga all'altezza del precedente. Sibilia, però, tiene ha girato due sequel contemporaneamente e ha proseguito sulla strada della sua particolare ispirazione artistica, che mescola commedia all'italiana, con "I soliti ignoti" come punto di riferimento, all'action comedy statunitense in stile Ocean's Eleven. Il tratto comune dei due modelli è la forte caratterizzazione dei personaggi; in "Smetto quando voglio - Masterclass" fa leva sia su quanto già sappiamo di ciascun componente della banda, sia sul nostro immaginario cinematografico a cavallo fra tradizione e importazione. 


Il regista dimostra che si può avere fiducia nell'intelligenza degli spettatori, abituati dalle sitcom americane a gestire un fuoco di fila di battute sparate a raffica senza soffermarsi sull'effetto comico ottenuto, e prova che si può fare una commedia moderna rimanendo ancorati alla realtà di fondo, anche tragica come quella della disoccupazione italiana, senza dover per forza tracimare nel grottesco o nel surreale. Si può e si deve fornire allo spettatore una spiegazione, ancorché fantasiosa, delle apparenti incongruenze della trama, invece che ignorarle sperando nella clemenza o nella disattenzione di chi guarda. Una commedia riuscita è innanzitutto scritta bene, non solo a livello di gag e battute, ma anche di costruzione narrativa, e i personaggi non devono tradire la natura che è stata loro assegnata dal copione e dagli attori che li interpretano. Sibilia, con l'ottima Francesca Manieri già coautrice di "Veloce come il vento", e Luigi Di Capua, tiene saldo il timone della storia e la radica profondamente nella contemporaneità romana, facendo riferimento ad una città riconoscibile ma non scontata. Le new entry all'interno della banda - il napoletano Giampaolo Morelli in una parodia spassosa di Alessandro Siani e il siciliano Rosario Lisma, avvocato vaticanista - funzionano, perché allargano lo spettro romanocentrico del cast, e il palestrato Marco Bonini è opportunamente autoironico. Molto meno efficaci i personaggi interpretati da Greta, l'agente di polizia troppo giovane e inesperta, che conferisce l'incarico alla banda e Luigi Lo Cascio, la cui apparizione sorpresa nel film è purtroppo preannunciata da un trailer-spoiler che rivela alcune delle migliori gag del film. Davvero punitivo, infine, il ruolo di Giulia, che costringe Valeria Solarino a recitare su una nota sola, quella della moglie noiosa e ignorante. Nel complesso, "Smetto quando voglio - Masterclass" è un ottimo sequel, ricco di idee di cinema, anche se non sempre originali, con una sua cifra stilistica riconoscibile, un look acido e psichedelico adeguato al prodotto centrale della storia, pieno di gag visive, di inquadrature che strizzano l'occhio al fumetto e musiche che svolgono il ruolo di un commento, come quella di apertura che chiede: "Vuoi essere un leader o un gregario?" o sono evidentemente contrastanti con le situazioni, come le note del "Flauto magico" sull'incidente d'auto. Se "Masterclass" non ha l'effetto sorpresa del suo predecessore, è comunque strutturato sulla lunghezza come la buona serialità televisiva, che prevede linee narrative brevi ma anche sviluppi a distanza.
Riccardo Supino
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giovedì, febbraio 02, 2017

VENEZIA 73: HACKSAW RIDGE

Hacksaw Ridge
di Mel Gibson
con Andrew Garfield, Vince Vaughn, Teresa Palmer, Hugo Weaving
Usa, Australia 2016
genere, biopic, war movie
durata, 131'


l ritorno alla regia di Mel Gibson aveva implicazioni che andavano oltre le cose del cinema perché gli otto anni che separano "Apocalypto" da "Hacksaw Ridge", passato fuori concorso alla Mostra di Venezia, non erano stati il risultato di una mancata ispirazione, né la volontà dell'interessato di prendersi una vacanza dal proprio mestiere. A tutti sono note le vicissitudini pubbliche e private dell'attore/regista come pure l'ostilità di pubblico e media, pronti a infierire con chi non si era dimostrano all'altezza del proprio immaginario. Ciò che interessa in questa sede è però sottolineare come sul piano cinematografico tale avversione sia diventata uno strumento per delegittimare il lavoro di Gibson, quasi sempre liquidato con giudizi che tiravano in ballo aspetti relativi alla sua vita privata e all'ideologie politiche e religiose di cui egli si sarebbe fatto cantore.

Il preambolo torna utile quando si tratta di analizzare un film contraddittorio come "Hacksaw Ridge" la cui storia è incentrata su Desmond Doss, il primo obiettore di coscienza dell'esercito americano che durante la battaglia di Okinawa si rese artefice di ripetuti atti di eroismo rischiando la vita per salvare quella dei propri commilitoni. La scelta di un protagonista come Ross, che fa della sua fede e della sua rettitudine il principio informatore dell'intera esistenza, appartiene per antonomasia all'etica eterodossa che caratterizza i personaggi raccontati da Gibson a partire dal Gesù della "Passione di Cristo", a cui il nostro si avvicina quando si tratta di lanciarsi da solo e senza fucile contro il fuoco nemico (Doss fu dispensato dall'utilizzo delle armi e prese parte al conflitto con l'incarico di soccorritore barrelliere) per prestare soccorso ai compagni rimasti indietro durante la ritirata, oppure, nella prima parte del film, quando è pronto a rinunciare al matrimonio con la donna che ama e ad andare in prigione pur di non venire meno ai principi del proprio credo. D'altra parte, la scelta di un personaggio che fa della non violenza il suo cavallo di battaglia poteva essere sul piano autoriale (e forse lo è) la trasposizione di un mea culpa posticipato ma comunque valido e al tempo stesso la dimostrazione di un equilibrio psicofisico finalmente ritrovato.

A stridere sulle buone intenzioni del regista è però il modo con cui Gibson mette in pratica queste idee; perché è vero che la classicità di "Hacksaw Ridge" va di pari passo con la presenza di un protagonista senza macchia e senza paura, così come non sorprende in questo ambito né la distinzione manichea tra buoni e cattivi, con i soldati americani arruolati in toto all'interno dei primi, né il ricorso a un linguaggio espressivo altisonante e retorico che risponde alla volontà di coinvolgere il pubblico in determinati momenti della storia. Ciò che non torna con l'assunto di partenza è la spettacolarizzazione della violenza - difficile da escludere in un war movie - a cui Gibson si presta quando sottolinea i passaggi più cruenti del film attraverso l'enfasi del commento musicale e l'uso prolungato del ralenti che estende all'infinto l'effetto di esplosioni e sbudellamenti. Questo non vuol dire che "Hacksaw Ridge" non sia un film ben diretto e ottimamente recitato (e qui ci sarà il caso di aspettarsi la nomination per Andrew Garfield e per qualcuno dei suoi colleghi, magari per il sergente Vince Vaughn), comprensivo di una interminabile sequenza di combattimento che in questo senso ci restituisce il Gibson di "Braveheart". Rimane solo quell'unico neo costituito da un pathos irresistibile ma fin troppo premeditato.
(ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)
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