lunedì, aprile 24, 2017

SPAGHETTI STORY

Spaghetti Story
di, Ciro De Caro
con, Valerio Di Benedetto, Cristian Di Sante, SaraTosti, Rossella d'Andrea
Italia, 2013 
genere, commediadurata, 85'





Tra un de profundis e l'altro, magari arriva il momento in cui se ne ha abbastanza delle rampogne, ricevute o dispensate che siano. Figurarsi delle lagne. Deve essere stato un percorso mentale molto simile a questo ad aver indotto un cineasta come De Caro a piantar l'affollata baracca con annessi burattini dei pluridecennali sermoni in articulo mortis, nonché delle lacrime spesso e volentieri di coccodrillo, riguardanti lo stato-del-Cinema-italiano; a vuotarsi altresì le tasche - pare anche a vendersi la macchina - allo scopo di raggranellare i quindicimila euro e spiccioli utili a mettere insieme il suo nuovo film, quasi un nuovo esordio, "Spaghetti story", appunto. E già questo - la semplice ostinazione di qualcuno che scommette, non solo metaforicamente, su un'intuizione - un paio di riflessioni dovrebbe suscitarle.

Senza scadere nell'esaltazione stucchevole e ridicola del pauperismo (che è bello e nobile soprattutto se lo praticano gli altri) che, per quanto il Cinema sia uno dei principali campi di applicazione dell'innovazione tecnologica, alla lunga, da risorsa diciamo così creativa, diventa solo e unicamente indigesto impasto di frustrazioni, osserviamo subito che nel caso di De Caro penuria di mezzi (una manciata di giorni per le riprese, set per gentile concessione di parenti e amici), freschezza e stretta attualità della storia, necessità di ribattere a colpi d'idee (non solo alle angustie produttive ma anche e - forse - soprattutto all'attualità di cui sopra, tanto all'apparenza liberale e dispensatrice di promesse di affermazione o di affrancamento, quanto, assai spesso, amalgama ostile e appiccicosa costituita da sempre nuove combinazioni di antichissimi collanti quali l'accidia, il menefreghismo, le convenienze incrociate, le mere mascalzonate et.), si danno allegramente di gomito infondendo vita ad un insieme semplice, di garbata ingenuità e a tratti piuttosto divertente.


D'altro canto, l'occhio fisso e ravvicinato del regista sulle vicissitudini paradossali se non fossero così autentiche di un gruppo di giovani (nel caso, romani) la cui precarietà ormai non è più la variabile avversa dei rapporti di produzione ma un vero e proprio modo di (non) vivere giunto a mettere sul piano di un grottesco aut-aut l'opzione di un piatto di pasta o di una pizza e l'acquisto di un paio di scarpe, pena il fallimento delle economie personali (e nei confronti del quale l'unica alternativa rimasta sembra essere la totale emarginazione o lo spaccio - quest'ultimo nei modi e negli esiti più vicini ai "Soliti ignoti", tanto per capirsi, che, per dire, alle prospettive iperboliche e cool delle "Belve" di Stone -  e nonostante i toni spesso spassosamente frenetici della commedia tutta ruspante cattiveria e dialoghi mordaci contrappuntati da improvvisi silenzi - alla cui riuscita concorre in maniera determinante l'uso per una volta coerente e ben cadenzato del dialetto -), aiuta a contestualizzare meglio le psicologie e gli atteggiamenti di tutti i personaggi, di certo non esenti da fragilità tanto epidermiche nella loro oggettività quanto incistate in una prassi che pulsa sottotraccia e oscilla quasi solo tra disimpegno e opportunismo. Uomini e donne angustiati ma allo stesso tempo come sollevati dagli orizzonti ristretti di una vita che un po' è diventata, un po' non si è impedito che si trasformasse in una routinea corto raggio. Persone orgogliose, in fondo, di quella indipendenza di ritorno come risacca dell'individualismo narcisistico di massa, eppure, a stringere, sole e disarmate appena una porta si chiude, a un imbarazzo non segue motto e il riflesso condizionato che si oppone a un rifiuto finisce per essere invariabilmente un mutismo perplesso e in parte vittimistico.


Chiaro che, in un esperimento condotto di forza su direttrici così limitate benché nette, decisivo diventa l'apporto dei volti e dei corpi chiamati a incarnare lo sviluppo e l'anima delle circostanze descritte. Anche su questo "Spaghetti story" è in grado di dire la sua. Assemblando, infatti, un gruppo di giovani interpreti - più o meno alle prime armi (o, per meglio dire, con una qual gavetta nel Cinema piccolo o indipendente o invisibile, è lo stesso) - affiatati, scevri da birignao e pose fasulle, sorretti dalla prossimità autobiografica ai fatti (qualcosa che può avvicinarsi, più in generale e oggi come oggi, all'autobiografia stessa di un paio di generazioni), ecco che pressoché senza filtro viene restituita a chi guarda la vivace ma anche amara empatia di traversie magari solo drenate dal rumore di fondo della cronaca; orecchiate, forse, o - perché no ? - la cui asprezza è stata provata direttamente sulla propria pelle. In tal modo le peripezie di Valerio, factotum per sfinimento e aspirante attore; il cinismo dal cuore d'oro di Cristian, l'amicone di una vita, quello che non fa il pusher ma sta "a mette in piedi 'na cosa che c'ha 'n futuro"; la petulanza venata di comprensione di Giovanna - sorella di Valerio - sempre pronta a sostenerlo e soprattutto a metter mano al portafogli e non ultima, la costanza, la testardaggine giocata come finta arrendevolezza della di lui fidanzata Serena, studentessa lavoratrice e futura mamma (interessante connubio di sagacia ed enigmatica indolenza), diventano, senza sforzo apparente, quasi sotto i nostri occhi, l'epitome di una condizione, nel nucleo della quale però si riconosce ancora lo sforzo di tenere al centro l'umanità irripetibile della persona, l'importanza di ascoltarne - e tollerarne - le contraddizioni: in particolare quell'istinto che, per quanto estenuato da mille sollecitazioni, non ha perso la misura del valore e insieme lo slancio a prendersi cura delle cose (per tutti valga il piccolo ma significativo gesto di Valerio il quale, nel gorgo della sua sconfitta sentimentale e professionale, ramingo e stanco, fuori da un bar, gettando via la carta del suo panino mangiato controvoglia e vedendola mancare il cestino e rotolare a terra, si alza e ve la depone).


Se questa è la prospettiva - e fermo restando la chirurgica riuscita degli assolo-per-due-voci di Cristian e Valerio (quasi un film a parte) che ricordano i micidiali battibecchi tra Dante e Randall in "Clerks" di Smith - giocoforza si fa più conciliante la valutazione circa la ripetuta frammentazione del montaggio all'interno dell'inquadratura, che nulla aggiunge in termini d’instabilità perenne delle vicende di quanto già non facciano, e più palpabilmente, le frequenti sfocature (casomai, nell'insistenza, quella sottrae qualcosa alla spontaneità d'assieme come all'accorto uso della luce naturale). Identico discorso si può applicare all'ultima parte del film, in cui speranza e ottimismo sembrano più cercati che consequenziali alle premesse, in leggero attrito col compatto realismo che permea buona parte degli ottantacinque minuti di quest'opera che si sta facendo strada unicamente in ragione della sua irresistibile impertinenza e di un contagioso passaparola.
TFK





DA "IL CONTAGGIO" A "IL PRINCIPE DELLE PEZZE", LE NUOVE PRODUZIONI DELLA GEKON PRODUCTIONS

Forse ve ne sarete accorti ma esiste un certo cinema italiano che amiamo vedere più di altri, e a cui dedichiamo tempo e attenzione in virtù della capacità che ha di scoprire talenti e di saperli valorizzarle attraverso opere che non perdono di vista i gusti del pubblico. Da qui la decisione di pubblicare il comunicato stampa della Gekon Productions relativo alla lavorazioni di alcuni titoli, primo fra tutti quello dei registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, "Il contagio", tratto dal romanzo di Walter Siti, che per quanto ci riguarda sono già adesso in cima alla lista dei film più attesi della prossima stagione. 





Sono appena finite le riprese de Il contagio dei registi romani Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, con Vincenzo SalemmeAnna FogliettaVinicio MarchioniGiulia BevilacquaMaurizio Tesei. Tratto dall’omonimo best seller di Walter Siti, il film è stato prodotto daKimerafilm e Rai Cinema in collaborazione con la Gekon Productions. “Mi auguro che questo film possa segnare l’inizio di una lunga collaborazione, di un percorso insieme rivolto ad un’autorialità e una qualità cinematografica capace di coniugare anche i gusti del pubblico” – afferma Francesco Dainotti, socio fondatore della Gekon Productions. “In questi anni, infatti – prosegue Dainotti –, la KimeraFilm si è ritagliata uno spazio importante in questa dimensione, per ciò spero che la sinergia che si è venuta a creare sul set possa ritrovarsi in futuro con altre collaborazioni produttive”.


Ma se il set de Il contagio si è appena concluso, ecco che ne inizia subito un altro, quello deIl principe delle pezze del talentuoso esordiente Alessandro Di Ronza. Le riprese del film – un documentario che offre un nuovo ritratto della storia del cinema italiano attraverso le tappe che hanno fatto grande l’arte del costume cinematografico in Italia e nel mondo – inizieranno questa settimana con la partecipazione straordinaria di Claudia Cardinale. Un altro sodalizio artistico, quest’ultimo, creatosi con il primo film prodotto dalla Gekon, Ultima fermata diGiambattista Assanti – con cui la Cardinale si è aggiudicata la Nomination come Miglior attrice non protagonista ai David di Donatello 2016.
In fase di post-produzione, invece, il mediometraggio Confinati a Ponza di Francesco Maria Cordella con Debora CaprioglioPeppino Mazzotta Bruno Torrisi – ritratto a sfondo intimistico di Benito Mussolini e Pietro Nenni durante la prigionia sull’isola pontina.
Un lungo e proficuo percorso, quello della Gekon Productions, che punta ad un cinema giovane e di qualità, trovando il giusto equilibrio fra la dimensione artistica e quella popolare.


BOSTON - CACCIA ALL'UOMO

Boston - caccia all'uomo
di Peter Berg
con Mark Wahlberg, Melissa Benoist, Michelle Monaghan
USA, 2017
genere, drammatico
durata, 133'


Boston, 15 aprile 2013. A causa di una sanzione disciplinare, il sergente Tommy Saunders è costretto a integrare la squadra incaricata della sicurezza della maratona, la più vecchia degli Stati Uniti. Il clima festivo è interrotto dall'esplosione di due bombe. Gli ordigni, piazzati lungo la linea d'arrivo sulla Boylston Street, uccidono tre persone e ne feriscono 264. In tempi rapidissimi, la video sorveglianza permette di identificare i due colpevoli, due fratelli di origine cecena devoti alla causa estremista. FBI e polizia cominciano una serrata caccia all'uomo attraverso una città in stato di choc. Una corsa contro il tempo a cui Tommy Saunders darà il suo eroico contributo. Con "Boston - Caccia all'uomo", centrato di nuovo su una storia vera, Peter Berg risale il tempo di qualche anno e ritorna sul drammatico attentato di Boston nel giorno della sua celebre maratona. Abile a ricostruire gli avvenimenti, e qualche volta i luoghi a chilometri di distanza, ricrea l'attentato del 2013 e ritraccia la ricerca che ha permesso di neutralizzare uno dei due terroristi e catturare il secondo. La prima mezz'ora del film predispone una suspense angosciosa, impiegando una struttura corale e introducendo una galleria di personaggi che saranno coinvolti nel tragico avvenimento. Tutto, note sintetiche comprese, è orchestrato per forzare l'empatia e rendere più impressionante il momento dell'esplosione. La storia procede in montaggio parallelo, raccontando da una parte il tentativo di fuga dei colpevoli, dall'altra l'inchiesta che rende conto degli sforzi dei bostoniani. La ricostruzione scrupolosa non impedisce i movimenti, ricollegando abilmente gli intrecci orditi al centro di una folla di corridori, spettatori, infermieri, medici, soccorritori, pompieri, poliziotti, agenti dell'FBI, giornalisti. Come in "Sully", gli eroi sono persone che fanno bene il loro lavoro: un'inchiesta straordinariamente rapida ed efficace avviata da un piccolo indizio, un uomo che guarda in direzione contraria della folla che lo circonda. 


Certo gli eroi di Berg non hanno l'intelligenza visionaria dei personaggi di Eastwood; nondimeno Mark Wahlberg, alla sua terza collaborazione con il regista, serve impeccabilmente l'ora fatidica inseguita dal suo cinema, che è coerente dietro al fragore delle bombe o all'esplosione di una piattaforma. Ciascuna scena, ciascun piano ci rammenta i fondamenti del cinema di Berg: una camera piazzata nel cuore dell'azione che riscrive con brio tutta l'intensità di una missione compromessa, di un disastro ecologico, di una maratona 'mutilata'. Il dinamismo, l'energia cinetica e il contre-plongée iconico amplificano il rapimento del disastro, quella contemplazione emotivamente assorta che è parte del paesaggio artistico e culturale di Peter Berg. Sullo sfondo di un décor che collassa, dentro l'estasi del caos, Mark Wahlberg incarna un'estetica di ordine. Il cinema di Berg genera americani capaci di prendere le misure della propria responsabilità, di accordarsi su valori che li trascendono e allo stesso tempo una forza impersonale che spinge l'azione, è questo il caso, contro la tentazione dell'esaltazione patriottica. Boston - Caccia all'uomo declina intenzionalmente l'analisi delle motivazioni dei terroristi, per focalizzarsi sul vissuto dei protagonisti, che sfilano, quelli veri, sull'epilogo come da tradizione. E da retorica. Primo di due film consacrati all'attentato di Boston, "Boston - Caccia all'uomo" precipita lo spettatore in due ore intense, che confermano la solidità del cinema di Peter Berg.
Riccardo Supino

domenica, aprile 23, 2017

9 FESTIVAL DEL FILM DI ROMA: NIGHTCRAWLER

Festival del film di Roma 10 giornata
Nightcrawler
di D. Girloy
USA 2014
durata, 117'



L'ennesimo assaggio di come e quanto la cosiddetta informazione può essere volutamente manipolatrice e orgogliosamente cialtrona, l'avevamo avuto nemmeno una settimana fa incrociando le vicende dei protagonisti di "Gone girl" di Fincher. Ora, con "Nightcrawler" di D.Gilroy - sceneggiatore passato alla regia; co-autore, tra l'altro, insieme al fratello Tony, dello script di "The Bourne legacy" (2012) - rischiamo una, forse, salutare indigestione, rovistando tra gli avanzi di un più che metaforico punto-di-non-ritorno, alle propaggini del quale comunicazione, giornalismo, arbitrio, voyeurismo, indifferenza, cinismo, speculazione, si fondono in una massa tanto ancora indistinta quanto già solo di primo impatto sinistra.
Los Angeles. Oggi. Louis Lou Bloom (sul serio una specie di fiore-pronto-a-sbocciare, della cui presenza nel variegato giardino sociale non ci eravamo ancora accorti; strano germoglio subdolo e con tutte le carte in regola per diventare parassitario, nel caso, restituito dalle fattezze smagrite, il passo rigido e lo sguardo fisso e penetrante di Gyllenhaal, attore che qui ribadisce la propria confidenza nel cambiar pelle con una certa disinvoltura), cerca di sfangarla improvvisandosi ladro ma è poco più di una mezza tacca. A malapena, infatti, mette insieme rottami di rame, metallo da recinzione e tombini che poi svende a piccole ditte sempre a caccia di materie prime. Una notte qualunque gli si rivela il proprio destino sotto forma di un incidente stradale e di un operatore che, telecamera in spalla, sbircia e ruba sequenze delle operazioni di rimozione dalle lamiere. A suo modo, per Lou, è una rivelazione: da qui ad improvvisarsi cameraman d'assalto o, come si dice in gergo, stringer, il passo è breve. Messa assieme un'attrezzatura rudimentale, munitosi di un apparecchio sintonizzabile sulle frequenze della Polizia, analizzati e ordinati i codici di riconoscimento dei crimini, si scapicolla sulla scena di eventi tragici o delittuosi appena consumati (e in una casistica così vasta, può entrarci di tutto: dalla rapina in un supermercato, allo scontro automobilistico; dall'omicidio allo stupro, passando per un incendio, un'aggressione o un tentato suicidio e così via), filma il possibile - riservando particolare preminenza ai dettagli efferati e ai risvolti truculenti - e mette il materiale girato a disposizione di quella rete di emittenti locali, piccole o medie, che su tali notizie impostano la quasi totalità dei loro palinsesti. All'inizio è dura ma mosso da una personalissima filosofia aziendale che mescola in una amalgama inedita quanto spavalda reminiscenze da manualistica della motivazione, istinto di rivalsa e feroce auto-conservazione, ambizione di guadagno e una qual atonia interiore di fondo, Lou si scaltrisce e si organizza in fretta. Al suo svezzamento concorre anche Nina/R.Russo (per inciso, moglie di Gilroy, interprete che sopperisce con la grinta a palesi ed annosi limiti espressivi), spregiudicato direttore di una televisione con pochi peli sullo stomaco, che sulle prime ne sfrutta il noviziato, quindi ne incoraggia e puntella la mancanza di remore, al punto che Lou non si tirerà indietro neanche quando si prospetterà l'ipotesi di mettersi di traverso ad una pericolosa indagine dell'LAPD, con tutto ciò che ne seguirà...

Immerso nel labirinto di pastose luci notturne (a cura di R.Elswit), di frequente squarciato da macchie sciolte sui toni del blu, del rosso e del giallo, come se l'intero spettro del visibile (e del praticabile) fosse ricoperto della medesima laida membrana che tutto accorpa e destina ad una ripetizione ottusa e crudele nella sua ciclica indolenza, "Nightcrawler" svela il suo pregio più grande - e fonte principale dell'inquietudine che secerne - nella concentrazione senza divagazioni o, peggio, sottolineature esplicative e moraleggianti, sulla prassi spietata e contabile di un uomo totalmente ma monodimensionalmente moderno, ossia solo, senza affetti, senza distrazioni, animato dalla nuda volontà di potenza la quale, una volta individuato il suo campo di applicazione, su di esso prende a esercitarsi con qualunque mezzo, senza la minima esitazione, fino a imporsi/impossessarsene nella più stringente delle logiche capitalistiche produzione-profitto-consumo-distruzione. Lou, a dire, nel suo piccolo agisce - in un ben munito carnevale dell'assurdo che sostanzia e sostiene quel rapporto d'interdipendenza patologica che lega il sistema odierno di costruzione delle informazioni (e fruizione delle immagini), sempre più teso verso la ricerca di un oltre, di preferenza estremo, a un pubblico (in rapida crescita) che di quell'oltre si nutre avido secondo l'arcaico principio di piacere basato sulla contemplazione compiaciuta della sofferenza altrui da una posizione di relativa sicurezza - alla stregua della libera circolazione dei capitali all'interno del tessuto connettivo che regola l'equilibrio e il funzionamento delle attività umane in un contesto vergine: ossia ne invade, in primis, per gradi ma con metodo e diffusione capillare, i gangli, alterando i meccanismi di reciproca interazione (in origine, non necessariamente orientati a un fine cumulativo o a un interesse particolare); piega, poi, i rapporti alla sola dinamica guadagno/perdita, diventandone arbitro indispensabile, da un lato e, di fatto, svuotandoli di ogni peculiarità, dall'altro; per ergersi, infine, a ago della bilancia di qualsivoglia relazione (in tutto e per tutto derubricabile a semplice legame di natura contrattuale) e sola unità di misura in rapporto alla quale argomentare su termini come valore, scelta, senso et. Bloom, armato di telecamera e a riparo dagli scrupoli, cioè, opera - addirittura anticipando talune mosse sulla scacchiera degli eventi o predisponendo le circostanze su una linea che gli riservi il minimo attrito e il massimo ricavo - su una lunghezza d'onda assai simile a quella del principio economico dominante la modernità, quasi ne fosse una naturale estensione, in ogni caso, per il medesimo scopo: proliferare, espandersi, rafforzarsi. Come un virus. Come un tumore.

L'insolita variante di creatura notturna che egli è (un nightcrawler, un lombrico, appunto, che impassibile rimesta le frattaglie di un'umanità devastata per trarne vantaggio), si dimostra così in grado - al netto di una blanda consapevolezza e di una ancor più scarsa partecipazione - di ritoccare in via ulteriore i margini di una convivenza solo propagandisticamente stabilizzata e regolata da presupposti e norme razionali. E se, con ogni probabilità, all'opera di Gilroy avrebbe giovato una maggior asciuttezza per lenire l'intermittente sensazione di programmaticità dell'insieme, il resoconto scabro e dal torbido fascino della perversione a cui è giunto l'ottimismo contagioso (e opportunista) del nulla esiste, tutto è permesso - quasi senza colpo ferire già virato in una sua nemesi ancor più deforme e aggressiva - resta intatto e, anzi, col progredire della vicenda, si ammanta di una sua intransigente e spaventosa inevitabilità, tale da riaffermare che se questa è ormai da considerarsi buona parte della canticchiante e danzante merda del mondo, allora sembra persino grottesco, oltreché tardivo, votarsi alla eventualità per cui deus dementat quos vult perdere.
TFK

LA FOTO DELLA SETTIMANA


                                           Eden di Mia Hansen-Love (Francia, 2014)

sabato, aprile 22, 2017

ACQUA DI MARZO

Acqua di Marzo
di Ciro De Caro
con Roberto Caccioppoli, Rossella D'Andrea, Claudia Vismara
Italia, 2017
genere, commedia
durata, 100'



Ci sono film di nicchia che diventano tali non perché non abbiano le caratteristiche per conquistare le grandi platee ma in ragione di cause che riguardano la possibilità di promuovere il prodotto e di piazzarlo nella sale con un adeguato numero di copie. Ne sa qualcosa Ciro De Caro che per il suo film d’esordio, “Spaghetti Story”, realizzato con mezzi di fortuna e con un budget inesistente (5 mila euro) è riuscito - grazie a una strategia distributiva diventata in seguito un modello da seguire - nell’impresa di sopravvivere all’oblio cui sono destinati quei film che nel corso della prima settimana di programmazione non riescono a realizzare introiti sufficienti a giustificarne la permanenza in sala. Dopo circa quattro anni dall’uscita del primo film “Acqua di Marzo” conferma quanto di buono si era detto a proposito del regista romano, il quale, per la sua opera seconda si affida ancora una volta alla commedia, declinata secondo lo stile semplice ma sostanzioso che sembra essere uno dei marchi di fabbrica della sua cinematografia. Al centro della scena di “Acqua di Marzo” troviamo tre personaggi - un ragazzo e due ragazze - che, neanche a farlo apposta sembrano parenti stretti di quelli che avevamo conosciuto in “Spaghetti Story”,  se non fosse che il fatto di essere un poco più adulti dei loro predecessori basta e avanza per fare della vita uno scenario diverso da quello ludico e speranzoso che ci si aspetterebbe quando l’età consente ancora di andare a spasso con la gioventù. Se a fare da motivo trainante in “Acqua di Marzo” è il triangolo sentimentale che si forma quando Libero (l’ottimo Roberto Caccioppoli), in trasferta a Battipaglia per fare visita la nonna morente, si imbatte nell’ex compagna di banco (la brava Rossella D’Andrea ) separata e con figlia a carico, in realtà il film mette in scena una serie di crisi esistenziali che intercettano le problematiche di una generazione alle prese con le difficoltà del precariato lavorativo e con il problema di  conciliare il pragmatismo della ragione alla fede dei sentimenti. 


Come già era successo in “Spaghetti Story”, il regista fa di necessità virtù, articolando il suo dispositivo in modo che la semplicità della forma cinematografica - fatta in prevalenza di piani sequenza a camera fissa e con la telecamera concentrata sul corpo degli attori - non sia un modo per supplire alla mancanza di mezzi ma la conseguenza di una scelta volta a incidere sul senso della storia. In questo modo anche il montaggio sconnesso e la frammentazione derivante dalla continuità tra sequenze  relative a due diversi piani spazio temporali (uno ambientato a Roma, con protagonisti Libero e la sua ragazza, l’altro ubicato a Battipaglia, in cui il protagonista si relaziona con l’altra donna e con i propri famigliari) non sono espedienti fini a se stessi, ma il modo di rappresentare attraverso le immagini la confusione e le ansie di Libero e degli altri ragazzi. Non contento dell’empatia suscitata dall’umanità di personaggi ai quali, nessuno escluso, non si può non volere bene, e della presa drammaturgica assicurata dalla perfetta commistione tra dramma e commedia (caratteristica, questa, che pone De Caro sulla scia del Virzì de “La pazza gioia”) il regista stimola il coinvolgimento del pubblico nascondendo fino all’ultimo le reali intenzione dei protagonisti, divisi tra la volontà di rimanere fedele ai propri principi e il desiderio di infrangerli le regole per iniziare una nuova vita. Distribuito sul territorio nazionale in un numero limitato di copie “Acqua di Marzo” è un film d’autore con la a maiuscola. 
(pubblicato su Taxidrivers.it)

giovedì, aprile 20, 2017

LASCIAMI PER SEMPRE

Lasciami per sempre
di Simona Izzo
con Barbara Bobulova, Maurizio Casagrande, Max Gazzè, Valentina Cervi
Italia, 2017
genere, commedia
durata, 133'


Lorenzo compie 20 anni e questa è l’occasione giusta per riunire una famiglia cosiddetta allargata dinanzi ad una torta di compleanno con candeline. Presto però  la festa diviene una tragicommedia in quanto la famiglia di Viola /Barbora Bobulova è una comunità sgangherata tra figli depressi e malati di disturbi alimentari e genitori separati ed eternamente indecisi in  amore. A completare il quadro a dir poco disfunzionale concorrono poi le presenze delle due sorelle di Viola, delle quali una è lesbica ( o meglio “saffica” come si definisce l’attrice Valentina Cervi) e l’altra è una divorziata “scoppiata” il cui ex marito ha una nuova compagna di razza nera e una figlia bulimica mentre il padre delle sorelle (Renato, impersonato da Mariano Rigillo) è un depresso indefesso Casanova che ha tentato il suicidio.

Se la famiglia è chiaramente il tema centrale di “Lasciami per sempre” con le tre sorelle sulla scena - Carmen, Viola e Aida - figlie di Renato, il deus ex machina della storia sarà però l’arrivo di un ospite inatteso, e cioè di  Martina, la ragazza di Lorenzo di cui si sta festeggiando il compleanno.
La regia di Simona Izzo inizia presentando i personaggi singolarmente, facendoli sfilare nelle loro storie di vita per poi farli grottescamente scontrare nel momento clou della festa, quello dell’arrivo della torta di compleanno, in cui commedia volge alla farsa con classici bagni in piscina e bagarre continue tra gli ospiti nella cornice floreale della villa della stessa regista. L’ambientazione scelta tra verde e fragranze floreali è propedeutica nel film a evidenziare la passione di Viola che è esperta di profumi e che alla fine darà vita alla creazione di un profumo specifico e nuovo che Max Gazzè denominerà semplicemente “Acqua”. 

Attori “importanti” sono il navigato Mariano Rigillo nei panni del capofamiglia Renato, Maurizio Casagrande in quelli del ginecologo Pietro e Max Gazzé nel ruolo del musicista Nikos: i primi due sono presi in prestito dalla loro consumata esperienza teatrale, mentre Gazzè è neofita nella recitazione ma volenteroso nel suo desiderio di apprenderla. Detto questo la commedia, pur nei suoi colori forti ed intensi e nelle battute dei protagonisti non riesce a sorprendere ne ad appassionare a causa di una messinscena troppo carica e grottesca. che rasenta banalità nelle apodittiche affermazioni dei protagonisti sia in merito alle separazioni tra coniugi che per quanto riguarda il tema dell’omosessualità e del razzismo; argomenti che la Izzo  introduce troppo velocemente e che poi vengono liquidati con battute assolutamente non calzanti  e che rasentano la barzelletta raccontata al bar di quartiere.

“Lasciami per sempre” è dunque una commedia che non convince, che “eccede” nei colori, nel linguaggio, nelle scene, dipingendo il dramma di tutte le attuali famiglie allargate senza raggiungere alcun livello di poesia e di coinvolgimento emotivo in quello che sono le problematiche di ogni personaggio. Questo perché la storia è prevedibile, già vista nei suoi clichè ripetitivi di ogni insoluto dilemma della società e del costume dei giorni nostri, e soprattutto in ragione di uno sguardo che non riesce a trasmettere passione, ostinato com’è a voler ridurre a fattore comico ognuna delle problematiche affrontate, o per meglio dire, sfiorate.

Siamo lontanissimi dalle atmosfere portate in scena nel noto film di Woody Allen “Hanna e le sue sorelle” del 1986: anche lì vi era un’occasione di ritrovo di famiglia allargata che si ritrovava per la festa del Ringraziamento. Il regista americano infatti optava per una soluzione borghese e “politically correct” atteso che estrapolava una immagine di nucleo familiare eterogeneo ma apparentemente unito e felice, senza evidenziare alcun chiasso o frastuono esageratamente esasperato nei rapporti tra i protagonisti, come invece accade in “Lasciami per sempre”. Allen in quell’occasione, nel raccontare uno spaccato familiare anni ‘80 riusciva di converso a mescolare grazia, sorriso e dramma, doti sopraffine di metteur en scene e perfino una recitazione di gran classe. Senza urla, senza personaggi caricaturali e facili battute che in “Lasciami per sempre” hanno la capacità esclusivamente di causare cadute di stile e di non lanciare alla fine alcun messaggio o critica  costruttiva sui costumi del nostro secolo.
Michela Montanari







ASSALTO AL CIELO


Assalto al cielo
di Francesco Munzi
Italia,2017
genere, documentario
durata, 72'


L'inizio e la fine di "Assalto al cielo" tracciano in maniera esemplare la parabola disegnata dalle lotte politiche che tra gli anni sessanta e settanta animarono la vita del nostro paese, arrivando a destabilizzane la struttura civile e sociale con le derive di violenza e di stragismo che direttamente o meno ne furono conseguenza. Se infatti le sequenze iniziali, contrassegnate dall'idealismo non violento di chi credeva, primo fra tutti i ragazzi del movimento studentesco, di poter rovesciare i rapporti di forza tra potere e cittadino e, in particolare, tra capitale e lavoro, con la giustezza dei propri principi e a cui il regista Francesco Munzi regala la sonorità  ingenua e appassionata di "Un cuore matto" di Little Tony, quelle conclusive, relative al festival di "Re Nudo" organizzato nel 1976 a parco Lambro in cui le immagini della popolazione vietnamita stremata dalla guerra lasciano il posto all'utopia di chi, rendendosi conto di non poter cambiare il mondo dimentica gli altri e si ripiega su se stesso.

Rispetto a questi antipodi "Assalto al cielo" costruisce tre accordi (tanti sono i capitoli in cui il film è diviso) storico sentimentali che da una parte si prendono la briga di seguire in modo cronachistico gli sviluppi dello scontro tra lo stato e i giovani rivoluzionari, con le manifestazioni di piazza e le occupazioni universitarie destinate a macchiarsi di sangue attraverso le persecuzioni e le rese dei conti che da esse si scatenarono; dall'altra, hanno l'intento di restituire il clima di quei giorni attraverso lo slancio che ne muoveva i protagonisti. Dagli attentati di Piazza Fontana a Milano (1969) e Piazza della Loggia a Brescia (1974) alla scomparsa dei brigatista Walter Alasia la cui morte, avvenuta per mano di due agenti delle forze dell'ordine che cercavano di arrestarlo è raccontata dalla madre in una delle sequenze più toccanti di tutto il film, "Assalto al cielo" isola uno dei momenti  più  importanti della storia d'Italia - quello che dopo l'ottimismo degli anni sessanta precipitò il nostro paese in una sorta di guerra civile (si parla di "colpire il nostro avversario" riferendosi alle strategie da tenere nei confronti dei nemici politici e statuali e contro le forze dell'ordine prima di tutto, ripetutamente colpite nel corso delle cruente manifestazioni di quel periodo) - rivisitandolo attraverso le parole dei protagonisti meno noti, quelli che lontano dagli schermi televisivi e al di fuori dei partiti alimentarono il dibattito ideologico e la lotta politica. Da questo punto di vista la scelta di non utilizzare alcune voce over e di far scaturire il commento delle immagini dalle  parole dei vari interlocutori fa arrivare con maggior forza la passione e la fiducia nelle proprie idee che animava i manifestanti.

Se l'analisi compiuta da Munzi nella selezione del materiale d'archivio non nasconde niente a proposito delle contraddizioni a volte insanabili che i vari movimenti e prima di tutto quello studentesco si portarono dietro nel passaggio dalla teoria alla pratica, quando cioè si trattò di conciliare l'universo intellettuale e universitario da cui nascevano quelle idee con  le ragione di chi più di tutti doveva esserne il beneficiario e cioè il proletariato che lavorava nelle fabbriche,  ciò che emerge durante la visione del film è il paragone che scaturisce dal confronto con la realtà dei nostri giorni e la constatazione di come l'afflato e anche le ingenuità delle parti in causa, al di là della questioni contingenti proposte da quegli anni, siano diventate oggi puri reperti archeologici, del tutto, o quasi, assenti nelle generazioni coeve a quelle che sono protagoniste del film. Il dato antropologico si affianca allora a quello contenutistico facendosi preferire per il coinvolgimento emotivo che produce in coloro che riconoscono sullo schermo le loro vite o quelle dei propri genitori confermando un'attitudine al sociale che non è mai mancata nel cinema del regista romano.
(pubblicato su ondacinema.it)

mercoledì, aprile 19, 2017

MOGLIE E MARITO

Moglie e marito
di Simone Godano
con Pier Francesco Favino, Katia Smutniak
Italia, 2017
durata, 


Esistono film fenomeno, di quelli che si vedono sullo schermo una volta ogni tanto e poi c’è tutto il resto, con le diverse sfumature a determinare le classifica dei film belli e meno belli. “Moglie e marito” dell’esordiente Simone Godano senza avere l’originalità di “Perfetti sconosciuti” (film fenomeno della più recente produzione italiana) appartiene alla categoria delle opere che possono aspirare a un buon successo di pubblico senza cedere alle scorciatoie utilizzate da certo cinema italiano. Godano per l'appunto avendo a disposizione due attori particolarmente dotati sul piano del sexy appeal invece di sfruttarne l’ascendente nei confronti del pubblico mette in pratica una sorta di contrappasso cinematografico che da un lato vede Favino impegnato in una parte volta ad azzerarne la virilità, a causa dell’esperimento scientifico che vede il “suo” Andrea assumere la personalità della moglie Sofia, dall’altra ci da la possibilità di scoprire il lato meno conosciuto di Kasia Smutniak che nello scambio d’identità tra i due coniugi si ritrova nelle vesti di una specie di John Wayne in gonnella, andatura ciondolante e minigonne portate come fossero calzoni.


“Moglie e marito” d'altronde nel giocare con il contrasto tra l’immagine pubblica degli attori e quella deformata che il regista gli costruisce addosso altro non fa che riflettere le caratteristiche dei suo dispositivo che sotto le forme da commedia degli equivoci ragiona in maniera semiseria sulle questioni di gender trasfigurate nel disagio che l’incidente provoca sulle vite dei personaggi. Se Favino e la Smutniak sono bravi a rendere credibile la loro metamorfosi parte del merito va  assegnato all’equilibrio del contenitore che Godano gli mette a disposizione. Per questi motivi “Moglie e Marito” pur non essendo un capolavoro è certamente un film che gli amanti del genere non devono lasciarsi sfuggire.

martedì, aprile 18, 2017

LASCIATI ANDARE

Lasciati andare
di Francesco Amato
con Toni Servillo, Luca Marinelli, Verónica Echegui, Carla Signoris
Italia, 2017
genere, commedia
durata, 102'


Della nostra commedia si dice spesso che sia affetta da una forma di sudditanza nei confronti del mezzo televisivo dal quale, secondo i detrattori, prenderebbe in prestito non solo estetiche e contenuti ma anche quella che è la materia prima del divertimento e cioè gli attori, il più delle volte utilizzati dai registi di turno in maniera tale che non si veda la differenza tra personaggi interpretati per il grande schermo da quelli che li hanno resi famosi nei varietà e nelle sia-com prodotte dai network generalisti. Se qui non è il caso di ricordare difetti che oramai anche i lettori meno attenti conoscono a memoria, quello che è importante sottolineare è la progressiva disaffezione del destinatario del prodotto il quale, salvo rare eccezioni rappresentate nelle ultime stagioni dal fenomeno Checco Zalone e dall'exploit di un film come "Perfetti sconosciuti", capaci di attirare le attenzioni di un pubblico variegato e internazionale, fa registrare una serie di flop al botteghino in cui anche titoli di buona qualità ("Piccoli crimini coniugali") hanno difficoltà a rimanere più di una settimana nelle sale.

Ecco allora che un lungometraggio quale "Lasciati andare", proprio per ciò che abbiamo detto poc'anzi e nell'eccezionalità che mette in campo, acquista valore ancora prima di essere visto: in cartellone infatti ritroviamo in un colpo solo alcuni dei talenti più importanti del nostro cinema, interpreti che da soli rappresentano il meglio delle loro generazioni. A cominciare da Toni Servillo che, per la prima volta in carriera, decide di affrontare una commedia tout court, di quelle pensate - e "Lasciati andare" ha questo obiettivo - al solo scopo di far ridere il pubblico e di mantenerlo leggero per tutta la durata della storia; e continuando con Luca Marinelli. il quale, a dispetto di un physique du role da attore protagonista, si cimenta sempre più spesso in parti da caratterista (lo ricordiamo in "Slam - Tutto per una ragazza"), come quella dello svalvolato malvivente che ad un certo punto della storia si ritroverà faccia a faccia con il protagonista del film, lo psicanalista Elio Venezia (Servillo, appunto), refrattario a qualsivoglia empatia con il prossimo e però costretto per motivi di salute ad accettare la compagnia di un'effervescente personal trainer (la spagnola Verónica Echegui) la quale, mentre cerca di rimetterlo in forma con sedute di allenamento giornaliero, lo costringe a diventare partecipe dei suoi problemi e quindi ad uscire dalla zona di comfort che l'uomo si era costruito per difendersi dalle ostilità - vere o presunte - del mondo circostante.

Certo: un personaggio come quello del grumpy old man burbero e scostante ma in fondo tenero e compassionevole è tutt'altro che una novità sia nel cinema italiano che in quello internazionale; allo stesso modo non è la prima volta in cui capita di vedere la vicenda scaturire ed evolversi attraverso l'incontro di due personaggi socialmente e caratterialmente agli antipodi e però costretti dagli eventi a una convivenza tanto forzata quanto foriera di futura amicizia. Lo abbiamo visto in molti film di Verdone, ad esempio, e nel recente "Il padre d'Italia" (il rapporto affettivo-conflittuale tra i due protagonisti), ad emanazione più o meno diretta dal seminale "Qualcosa di travolgente" di Demme. E' altrettanto vero, però, che sequenze come quella in cui Elia/Servillo sottopone Ettore/Marinelli (che insieme al suo complice citano con profitto l'altrettanto sballata coppia W.Hurt/K.Reeves in "Ti amerò fino ad ammazzarti" di Kasdan) a una surreale seduta d'ipnosi, o un'altra in cui lo stesso Elia persuade Ettore a desistere dai suoi propositi criminali, risultano addirittura inedite per una commedia se valutate dal punto di vista della qualità dei singoli interpreti e dell'alchimia a cui danno vita, al punto di ripagare lo spettatore del prezzo del biglietto. Inoltre, se la recitazione di Servillo, compassata e in sottrazione, trova corrispettivo nella sceneggiatura di "Bruni/Amato/Lantieri, contrariamente a una tendenza piuttosto consolidata, priva d'enfasi anti-retorica, lo stile di regia oscilla con equilibrio tra i toni da commedia sofisticata della prima parte e le aperture slap-stick della seconda.

lunedì, aprile 17, 2017

New Hollywood (4): Il cacciatore




Il cacciatore  (The deer hunter)
di: M.Cimino.
con: R. De Niro, C. Walken, M. Streep, J. Savage, J. Cazale, G.Dzundza.
USA, 1978 
genere, drammatico, guerra
185'





Forse c'è stato un tempo in cui ci siamo trovati bene con noi stessi, in cui abbiamo provato a vivere e ad amare. Ora questo tempo è finito. Adesso, come ammonisce H.Miller, siamo soli e siamo morti. Non cambierà stagione. Allora resteremo così, tra noi, ad intonare mesti "God bless America", preparando la tavola di questa che sarà la nostra infinita ultima cena. Tale è l'apparente conclusione/epitaffio di una delle più controverse pietre angolari della storia della cinematografia americana degli ultimi decenni, un film che è insieme romanzo di formazione e ritratto dell'amicizia virile, war-movie e racconto intimista, corposo e dolente melodramma: "The deer hunter”/"Il cacciatore" (1978) di M.Cimino. Controversa perché - al di là delle polemiche contingenti relative soprattutto ad alcune sequenze in cui la violenza è mostrata senza ritrosie o alle fin troppo dibattute scene inerenti la macabra partita della roulette russa, (metafora più che indigesta di un paese che con la guerra nel sud-est asiatico si pianta da sola la pistola alla testa) - Cimino è un regista che rappresenta un'anomalia anche all'interno di quella variegata galassia di autori che impose nuove idee e nuovi schemi al cinema USA dell'epoca e che fu ribattezzata New Hollywood. Di formazione artistica, studi di architettura, di arti grafiche, un dottorato in pittura a Yale, di carattere al tempo schivo e spregiudicato, Cimino guarda sin dagli inizi all'universo delle immagini e del cinema come ad un sistema di segni che nella più ampia disinvoltura nell'utilizzo delle forme e dei linguaggi può concorrere allo scopo di restituire - in una sorta di tela immaginaria senza contorni predefiniti - lo sforzo in divenire di una mente creativa. Non a caso, a proposito del suo esordio, "Thunderbolt and Lightfoot"/"Una calibro 20 per lo specialista" (1974), il regista riflette sul fatto "che ciò che costituisce i ricordi più vividi, ciò che ci appare ancora vivo, sono i momenti di libertà, la gioia di vivere". Questo desiderio di scoperta, di esplorazione del mondo, di nuove possibilità espressive senza mediazioni, soprattutto senza prudenze, se da un lato lo accomuna agli esponenti ormai celeberrimi della New Hollywood di fine anni '70 - Spileberg, Lucas, Coppola, Scorsese, De Palma, Milius, Bogdanovich, per citarne alcuni - tutti, con ovvie sfumature stilistiche e contributi personali, interessati sia alla rivisitazione riveduta e corretta di certi miti tipicamente americani (l'individuo, la comunità, l'amicizia, la giovinezza e il rapporto con il tempo, l'afflato morale o moralistico, i riti d'iniziazione alla vita, l'esperienza del sangue e della morte), sia alla riscoperta in chiave lirica del paesaggio e, ancora, alla trasformazione dei canoni e dei modi di fruizione del mezzo cinematografico; dall'altro, lentamente, ma con una inesorabilità che nel tempo è andata acuendosi, lo ha emarginato, escluso dagli ingranaggi produttivi, proprio in ragione di questo suo irrequieto aggirarsi tra i generi ( road-movie, melodramma, affresco storico, noir metropolitano, western sui generis…), ma sarebbe più giusto dire nel cuore stesso della più grande macchina deputata alla creazione dell'immaginario collettivo mondiale mai esistita, sempre con generosità, come in un abbraccio eternamente tentato quanto via via sempre meno ricambiato. Nello specifico, senza zattere produttive (vedi, per dire e per contrasto, l'abilità di Spielberg e Lucas di giostrare a proprio favore l'innovazione tecnologica o la maestosa tirannia esercitata da Coppola sul suo cinema adulto, seppur con esiti autolesionisti, se non disastrosi: il fallimento della Zoetrope e il cronico disagio a mettere in piedi nuovi progetti rappresentano a modo loro grandiosi fallimenti a fronte di un’idea di Cinema altrettanto se non più titanica). Senza rielaborazioni teoriche, riletture e aggiornamenti di capisaldi dottrinali (si pensi all'operazione vasta e profonda sotto questo punto di vista portata avanti da cineasti come De Palma e Bogdanovich, acutissimi conoscitori del cinema come strumento di invenzione/reinterpretazione della realtà). Senza un retroterra socioculturale fortemente caratterizzato da cui imparare e attingere suggestioni (si noti il ruolo delle origini, della tradizione, della comunità italo-americana nella storia di uno come Scorsese, con tutto il suo corredo di ricordi, di fervori e di attriti tra due culture; così come la precoce attrazione per il cinema, la fascinazione per il mondo delle gang di strada, il basso continuo di un ambiente religioso frequentato, ripudiato ma mai totalmente rimosso). Ebbene, la mancanza di tutto ciò, con tutti i limiti e le approssimazioni del caso, le possibili complicità, inerzie e incapacità dello stesso autore, fa di Cimino una sorta di strana escrescenza piantata - e non è un paradosso - nel bel mezzo del cinema americano, sorta di opacità di continuo ignorata, grumo oscuro che nessuno ha più notato per oltre un quindicennio (l'ultima prova di rilievo del nostro, "Sunchaser"/"Verso il sole", fa male pure scriverlo, risale al 1996 !). E l'approccio fornito alla materia di quello che resta il suo film di maggiore impatto emotivo di massa e riscontro mediatico, "Il cacciatore" appunto, - cinque Oscar, tra cui miglior film e miglior regia - non si discosta molto da quanto detto. 


Innanzitutto è bene ricordare il periodo in cui la storia del film prende corpo: più o meno il 1976. Se si considera come data ufficiale d'inizio del conflitto vietnamita il 1964 e il cosiddetto incidente del Tonchino (sorvolando sulla presenza nell'area di consiglieri militari statunitensi già dalla seconda metà del decennio precedente); che il ritiro definitivo delle forze americane è del 1973 e che la caduta di Saigon risale al 30 aprile 1975 - April is the cruellest month... ricorda Eliot e per gli USA è un ricordo straziante - ci si rende conto quanto sia per certi versi inquietante la proposta all'occhio e al cuore americano medio di una pellicola come "Il cacciatore” nel 1978. Data per acquisita la storica diffidenza delle major hollywoodiane a trattare temi di stretta attualità politica o sociale, dal momento che il sorgere di contrasti, di tensioni, l'eventualità tutt'altro che remota al tempo di vere e proprie forme di sabotaggio, influisce negativamente suo profitti, unico e solo scopo da sempre dell'industria cinematografica a stelle e strisce, esisteva un reale problema di come porsi di fronte a quella che giorno dopo giorno andava sempre più assumendo i contorni di un'autentica tragedia nazionale, di una sconfitta umana, civile e morale, al punto da essere da quel momento in poi citata-evocata-esorcizzata ad ogni coinvolgimento in arme del paese. Cimino - in compagnia del solo Coppola col suo quasi coevo (1979) "Apocalypse now" - gioca da subito la carta di un percorso obliquo rispetto agli stilemi abbastanza consolidati del war movie, in specie in salsa americana. Ovvero, evita l'approccio naturalistico, eccessivamente ancorato alla realtà (il Vietnam è il primo conflitto seguito si può dire in diretta dalla televisione e riproposto da tutti i mezzi di comunicazione di massa. Realtà o presunta tale ventiquattro ore su ventiquattro, quindi) e opta per una scelta emblematica, simbolica, spesso dagli accenti elegiaci e melodrammatici, (addirittura - in Coppola - grotteschi/allucinatori: in "Apocalypse now" la guerra è una sorta di iper-spettacolo insensato, fuori controllo, nonché sanguinoso). Ciò che ispira Cimino è più che altro la grande tradizione della letteratura avventurosa e di formazione/scoperta del secolo precedente, spesso incentrata sulla ricerca di una via di uscita dalla civilizzazione e sulla riconquista di una variante della primitiva condizione naturale. Già il titolo originale, "The deer hunter", più o meno "Il cacciatore di cervi", richiama il James Fenimore Cooper di "The deer slayer", "L'uccisore di cervi", romanzo del 1841 facente parte del ciclo detto "Leather stocking tales", in cui sono variamente presenti spunti come l'analisi dell'individuo e il suo rapporto con la natura; la passione per la caccia intesa come confronto leale; la fratellanza e l'amicizia; la solidarietà nel lavoro; l'inscrizione della vita umana entro la riproposizione di rituali come il matrimonio o l'esperienza bellica dalla quale acquisire consapevolezza: tutti in buona parte riletti e rielaborati dal film nelle figure del gruppo di amici che ne compone l'ossatura e il centro. Mike (R. De Niro), Nick (C. Walken), Steven/Steve (J. Savage) Stanley/Stosh (J. Cazale), John (G. Dzundza), e Axel (C. Aspergren), costituiscono infatti un insieme di persone che vive in un piccolo borgo siderurgico della Pennsylvania, Clairton. Quasi tutti occupati nella locale acciaieria, trascorrono il tempo tra il lavoro, qualche birra nel locale di John, occasionali battute di caccia al cervo, timide avances alle ragazze del posto, tra cui Linda (M. Streep). Richiamati al fronte per il conflitto in Vietnam, nell'imminenza del matrimonio di uno di loro (Steven), partiranno in tre, ognuno dei quali vedrà la propria vita cambiare da cima a fondo. Mike tornerà coperto di decorazioni ma sempre più chiuso in se stesso, attaccato alla propria disciplina interiore che lo ossessionerà persuadendolo di non aver fatto abbastanza per riportare a casa il suo grande amico Nick e che gli impedirà anche di vivere un rapporto sereno e magari soddisfacente con Linda, promessa sposa di Nick ma non indifferente al fascino ombroso e controverso di Mike. Nick, il più mite, puro dei tre, troverà la morte in una Saigon in preda al caos della smobilitazione forzata e del precipitoso quanto poco onorevole ritiro delle truppe americane, nel gorgo autodistruttivo al termine dell’ennesimo rilancio alla roulette russa. Steven, timido e timoroso, finirà i suoi giorni su una sedia a rotelle orribilmente mutilato. Nulla, insomma, sarà più come prima. Per nessuno. 


Suddiviso in tre grandi blocchi della durata di circa un'ora ciascuno, il film si snoda in ampie e solenni sequenze dagli accenti alternativamente epico-contemplativi (le scene relative alle battute di caccia in montagna); descrittive/naturalistiche (le lunghe immagini del matrimonio di Steven riprese secondo la geometria autentica di un rito ortodosso); malinconiche/melodrammatiche (le riflessioni in primis di Mike e Nick riguardo alle proprie attese per il futuro; le loro perplessità sentimentali e la volontà ribadita di rinsaldare l'aspra amicizia che li lega. "Non venissi tu a caccia, ci andrei da solo", confessa Mike a Nick); goliardico-cameratesche (le risate, i canti,  e le battute al bar davanti al biliardo; gli scherzi al promesso sposo Steven; gli scambi a base di freddure e nonsense: "Ma tu dici solo d'accordissimo, Axel ?”. "D'accordissimo", risponde Axel). Denominatore comune, l'atteggiamento dei personaggi, in particolare quelli principali, che sembrano assistere, quasi trascinati da una forza più grande di loro, allo sbriciolamento delle loro esistenze. Forza che non è solo il flusso letale e centripeto della guerra ma pure e forse soprattutto una specie di oscura dannazione che prima o poi raggiunge e travolge tutto, come non ci fosse possibilità di scampo, una volta usciti da quella condizione originaria che solo Mike - sorta di figura archetipica, eroe e asceta, guerriero e filosofo - anche a costo di subire lo scherno degli amici, fa di tutto per preservare. Un equilibrio ancestrale che ruota attorno all'amore e al rispetto per il mondo che ti accoglie; alla lealtà che devi a qualunque forma di vita esistente perché anch'essa parte di un respiro più grande - tutta la piccola mistica del colpo solo è racchiusa in una laconica nota di Mike: "Il cervo non ha il fucile". Epperò anche e primariamente all’essenza davvero drammatica e irriducibile riconosciuta alla Morte, che nella ritualità di un gesto letale ma sincero trova la sua sacralità e in parte si ridimensiona, si umanizza, mentre lasciata all'arbitrio o al capriccio non è che la banalità più vuota dentro uno stupido gioco di annientamento (la roulette russa, appunto).


Recitato da attori in stato di grazia, su tutti fa piacere ricordare C.Walken - Oscar come migliore attore non protagonista - che racchiude il suo Nick entro una bolla di magica beatitudine ("Mi piacciono gli alberi in montagna. Perché... sono diversi"), un alone d'imponderabilità prima che il destino si incarichi di distruggerla, confinandolo in una febbrile e assorta follia. Quindi De Niro, nei panni di Mike il leader del gruppo, lontano galassie dalla sbiadita indolenza che caratterizza quasi tutta la seconda parte della sua carriera. In scia, un'incantevole e introversa Meryl Streep, dai lunghissimi capelli biondi e l'incarnato diafano, madonna rinascimentale incerta e profondamente infelice, in eterno divisa tra l'intransigenza quasi monastica di Mike e la dolcezza disarmata di Nick. Infine, una menzione particolare s’impone per J.Cazale, sardonico e attaccabrighe, sempre "con in mano quella stupida pistola, che non sa nemmeno usare" (Mike), che non vide mai l'uscita del film per via di un tumore alle ossa che lo portò via poco prima. 


Impercettibilmente, il film risulta inoltre come avvolto dalla partitura musicale di S.Myers che ogni volta diffonde sulle immagini la pellicola di una conturbante quanto contagiosa tristezza. Fuso con essa, la mano esperta di V.Zsigmond ritrae con toni morbidi in cui prevalgono le gradazioni scure il capitolo delle nozze di Steven; si avvale di lampi di colore più marcati nella parte centrale dedicata alla guerra vera e propria e attenua il più possibile le esuberanze della luce nell'epilogo, il momento del dolore e del silenzio. "Il cacciatore" nelle mani di Cimino finisce per comporsi così come un ingrato ma riuscito equilibrio di elegia ed epica, di ricostruzione storica e gusto per la vita quotidiana di provincia, entro cui il rigore del dramma bellico e l’ostinazione per l'avventura in un mondo che già non vuole più saperne si sposano all’occhio partecipe delle vicende individuali e dell’interrogazione inesausta sulle aspirazioni e sui destini di un'intera nazione. Perché, dopotutto, sembra suggerirci questo cineasta forzatamente scomparso dalla mappa del nostro immaginario (fino a lasciarci per sempre nel luglio scorso), intorno a quel tavolo, il tavolo del dolore e della disperazione, appesantiti, storditi o vinti dalle sofferenze, dai rimpianti, dalle grettezze, un po' ci siamo anche noi. E se vogliamo staccarcene per ricominciare, è insieme che dobbiamo farlo.
TFK