venerdì, marzo 24, 2017

STEEKSPEL

Steekspel
di Paul Verhoeven
Peter Block, Ricky Coole, Carolien Spoor
Paesi Bassi, 2012
durata, 52'



Uno script iniziale di appena quattro minuti, circa duemila sceneggiature fornite dagli utenti del web ai quali era stato chiesto di completare la storia, e una gran quantità di materiale video inviato allo stesso scopo. Sono questi i numeri dell'ultimo film di Paul Verhoeven, "Steekspel", frutto di una scommessa produttiva a cui il regista ha affidato il suo ritorno al cinema. La trama è presto detta: una festa di compleanno che si trasforma in una giostra (è questo la traduzione del titolo originale) di emozioni e di colpi di scena, innescati dall'entrata in scena di una ragazza, la cui gravidanza potrebbe essere il frutto della relazione tra lei ed il festeggiato, sposato con moglie e figli, a capo di un'impresa in gravi difficoltà economiche. Sono questi gli elementi principali di una storia che parte come "Festen" e procede alla maniera dei "Dieci piccoli indiani", con la differenza che, al posto del delitto, a passare da un personaggio all'altro è il punto di vista sul racconto e, di conseguenza, la possibilità per ognuno di loro di essere (seppur temporaneamente) i protagonisti del film. Il risultato è di una perfezione che in termini di scrittura rivaleggia con due capolavori come "Carnage" e "Una separazione". Verhoeven ci mette del suo armonizzando gli aspetti sperimentali con una spettacolarità non forzata, e conseguente ad una fluidità che appartiene tanto al modo di girare quanto alla spontaneità della recitazione. In appena 57 minuti "Steekspel" si inventa un mondo di desideri e di paura, di erotismo e tradimenti, il cui motto potrebbe essere il famoso detto "Chi la fa l'aspetti!". Un piccolo grande film.
(pubblicata su ondacinema.it)

mercoledì, marzo 22, 2017

NON E' UN PAESE PER GIOVANI

Non è un paese per giovani
di Giovanni Veronesi
con Filippo Schicchitano, Giovanni Anzaldo, Sara Serraiocco, Sergio Rubini
Italia, 2017
durato, 105'


Non è un paese per giovani.

Perché i giovani qui in Italia sembrano non avere più un loro posto né alcuna speranza per il futuro.

E allora sono costretti a partire, a cercare altrove fortuna e lavoro. Ma con la loro dipartita obbligata il Paese si svuota contestualmente anche di ogni sentimento con la lettera maiuscola, ossia perde l’Amore, la Bellezza, la Fragilità, la freschezza, la Poesia..

Un po’ come il pifferaio magico che porta via con sé tutti i bambini che lo seguono come ipnotizzati dalla sua musica che esce dal piffero.

Luciano e Sandro sono i protagonisti di questa storia. Hanno circa trent’anni e la voglia di realizzare i loro progetti e desideri.

Lavorano insieme in un ristorante per sbarcare il lunario ma senza che questo lavoro possa offrire loro reali speranze.

Preferirebbero  - come tutti i ragazzi - fare i camerieri in un ristorante altrove, all’estero, come a Londra o in America ma comunque non in Italia.

L’occasione di andare a Cuba la offre Luciano a Sandro: si può fare business acquisendo concessioni dallo Stato Cubano per il WI-FI (“uifi” come viene pronunciato a Cuba e non “uaifai”).

Cuba è la terra di frontiera, è l’ultimo avamposto comunista prima che tutto cambi irreversibilmente. Perché ora anche lì tutto sta cambiando. L’embargo non c’è quasi più, i comunisti con la C maiuscola non ci sono più, o quasi e prima che scompaiano del tutto si deve andare lì ora come ultima occasione.


Almeno per quelle generazioni di comunisti dagli anni ‘60 ad oggi per i quali Cuba, Fidel ed il Che sono stati autentici miti.


La svolta economica per i due ragazzi italiani dovrebbe venire proprio dalla tecnologia capitalistica per antonomasia sempre ripudiata dai comunisti puri: Internet, la rete WI-FI, i Social ancora mezzi rari sull’isola perché oggetto di limitate concessioni governative, mezzi che – come ormai accade in tutto il mondo- dovrebbero venire offerti all’interno di un ristorante.

Cuba rappresenta nell’immaginario collettivo la nuova frontiera della speranza dove ogni cosa può ancora succedere. Ma dove bisogna anche stare attenti perché ci si può imbattere in faccendieri, in personaggi loschi che cercano il facile guadagno sulla pelle di chi è ingenuo a loro si affida per fare affari. 

I due ragazzi sperimenteranno anche questi incontri difficili e pericolosi.

Rilevante però sarà il loro incontro con Nora, una ragazza italiana che si è scelta una nuova famiglia in alcuni cubani, ripudiando la sua. La famiglia diventa quella che ci si sceglie, non quella di nascita, secondo il pensiero di Nora.

E Nora è l’apice, il vertice di un triangolo formato da lei, Sandro e Luciano che però è solo di amicizia e mai di amore passionale come lo fu per Truffaut con Jules & Jim (film del 1962 diretto da François Truffaut).

Nora è una ragazza "borderline", una diversamente bella, passionale, romantica sentimentale, ma autentica e mai “stonata” pur se inserita in un contesto, come quello de l’Havana, suggestivo e caraibico eppure al contempo estremamente violento.

Sandro e Luciano lo sperimenteranno sulla loro pelle e - come due facce della stessa medaglia – uno riuscirà a trovare la forza e la sua strada mentre l’altro si perderà nei meandri più oscuri della sua anima.

Luciano è il “cuore di tenebra” di conradiana memoria, è colui che rivela in dall’inizio la tragicità del suo destino al quale non può sottrarsi nonostante tenti di modificarlo ad un certo punto della vicenda.

Il destino è però ineluttabile ed avvolge tutti e tre i protagonisti i quali – dopo essersi letteralmente spezzati dentro, ognuno a modo loro – varcano quella “linea d’ombra: Sandro riesce a scrivere, Nora “travasa” e “trasloca” il suo sogno d’amore e Luciano proietta se stesso oltre, oltre il finito, verso un mondo di cd. “non svaniti” , diventando lui stesso parte integrante dell’universo, quel vento che ti accarezza i capelli ed il viso.

Il film è una vera e propria commedia con l’anima, capace non solo di farti ridere e sorridere. Ciò anche grazie alle battute di un Nino Frassica ristoratore all’Havana esplosivo che prende in giro il mondo dei comunisti di oggi (“Voi siete tutti comunisti..”) o di un Sergio Rubini, padre di Sandro ed edicolante a Roma, che denuncia il fatto che “non si vende più un giornale..” quale segno dei tempi odierni in cui la carta stampata è ormai “vintage”, soppiantata dall’immediatezza dei Social e in genere delle letture on line.

Il quadro che emerge è quello di un’Italia fugacemente tratteggiata nei suoi vizi e nelle sue paure, disorientata ed immersa in una incessante ed interminabile crisi economica a causa della quale ci si è costretti a reiventarci anche ai limiti di ciò che è legale (l’edicolante Rubini deve vendere anche pomodori pachino fintamente biologici nella sua edicola, abusivamente e di nascosto ma per riuscire a sopravvivere); Frassica è emigrato a Cuba dalla Sicilia per evadere le tasse e non pagare la Mafia e nel suo ristorante fa finta di essere un napoletano.. ...

Ma saranno proprio i tre giovani protagonisti a recuperare con la loro freschezza e semplicità gli ideali perduti in un certo senso. Hanno la forza ed il coraggio di salpare, di diventare capitani del loro destino della loro vita. Non si arrendono alla logica qualunquista, cercano di scardinare altre porte, si fanno male, ma non si voltano indietro.

Si riappropriano del loro destino e  lo fanno in una maniera così forte e coinvolgente da portare alla “salvezza” ed alla rinascita interiore anche gli altri personaggi che sembravano aver perso ogni speranza nel domani.

E così accadrà che Cesare (Rubini), il padre di Sandro finirà per non poter che condividere gli ideali ed i sogni del figlio, Frassica, il ristoratore disincantato, si sentirà in qualche modo anche lui un padre per Sandro, il pescatore della spiaggia a L’Havana non potrà che credere nel progetto del WI-FI senza sapere neanche cosa la parola “WI-FI- veramente significhi.

Tutto grazie alla forza trascinante del superamento della linea d’ombra. Si arriva ad un certo punto in cui o si salta o si resta fermi e si muore. Luciano identifica chiaramente questo momento di passaggio obbligato, di salto nel vuoto quando dice: “Non è fuori che sono a pezzi. E’ dentro che si è rotto tutto”.

Ed è proprio nel momento in cui tutto sembra essersi irrimediabilmente rotto, frantumato e scheggiato in mille pezzi che invece si trova il coraggio di ripartire e di tuffarsi nel futuro, nel proprio destino per scrivere una nuova pagina di vita. Da protagonisti e fedeli alla propria intima essenza.


Esiste ed esisterà sempre un luogo in cui si riesce a diventare grandi: Giovanni Veronesi ci lascia questa speranza, accarezzandoci per tutto il film con la colonna sonora dei Negroamaro e chiudendo con una bellissima e poetica descrizione della vita, delle emozioni e degli abbracci che svaniscono e poi però ritornano. Con la certezza che chi è entrato nel nostro cuore non potrà mai veramente uscirne, non svanirà mai veramente. Sarà tutt’al più un “non svanito” che cavalca il vento della vita in un mondo parallelo al nostro. 
Michela Montanari

martedì, marzo 21, 2017

I AM NOT YOUR NEGRO

I Am not Your Negro
di Raoul Peck
con James Baldwin
USA, 2016
genere, documentario
durata, 95'


Dopo il perbenismo consumatosi nella notte degli Oscar, alla quale il film di Raoul Peck ha peraltro partecipato gareggiando nella cinquina dei migliori documentari, arriva nelle sale "I Am not Your Negro", cruda, quanto appropriata, riflessione sulla condizione della popolazione afro-americana vista attraverso gli occhi e le parole di James Baldwin, romanziere tra i più importati e celebrati della letteratura americana del XX secolo che, negli anni cruciali della lotta per i diritti civili e l'abolizione della segregazione razziale (siamo nel periodo che va dall'inizio degli anni cinquanta alla metà dei sessanta), si impegnò a testimoniare la violenza e le ingiustizie perpetrate nei confronti dei membri della sua comunità da parte della classe dominante.

Baldwin che, nel corso della sua vita ebbe modo di venire a contatto e di dialogare con tutte le figure più importanti del proprio tempo, decise nel giugno del 1979 di raccontare la storia americana traendo spunto dall'esperienza di tre figure che, attraverso il pensiero e le azioni che furono capaci di compiere, rappresentano ancora oggi il principale punto di riferimento della nazione afro americana: stiamo parlando di Medgar Evers, Martin Luther King e di Malcon X di cui Baldwin fu amico e sostenitore e che lo scrittore scelse quale fonte d'ispirazione di "Remember This House", opera incompiuta alla quale Peck si rivolge per rivivere il viaggio compiuto dal protagonista nella parte più oscura e indicibile del paese. Considerato che le pagine del libro in questione non superano le trenta unità, ciò che vediamo sullo schermo è il frutto di una selezione di materiali d'archivio composti da fotografie e filmati d'epoca ma anche di spezzoni relativi a interviste e conferenze tenute dallo stesso Baldwin che sono chiamati a integrare l'esiguità della fonte scritta.

Continuamente in bilico tra una dimensione personale e intimista, derivata dalla scelta di adottare una forma di racconto propria del Journal intime e un'altra, oggettiva e storiografica in cui gli elementi documentali (tra cui inserti tratti da altrettanti film) si inseriscono per confermare o ampliare le tesi del protagonista, "I Am not Your Negro" non si accontenta di rileggere la storia, mostrandola, ma si cimenta nella qualità posseduta da Baldwin di rendere semplici realtà molto complesse, in una sorta di referto psicologico in cui lo spettatore riesce a comprendere a quale grado di aberrazione e di mancanza di umanità fossero costretti tutti coloro che ieri come oggi vengono discriminati per il colore della pelle. Erigendosi a testimone del proprio tempo con la consapevolezza di non essere egli stesso esente da colpe e ingenuità, Baldwin non risparmia nessuno, smascherando con la logica dei suoi ragionamenti miti apparentemente intoccabili come quello dei fratelli Kennedy, accusati di rimanere volutamente sulla superficie del problema o della stessa comunità nera, divisa sul da farsi e in parte afflitta dagli stessi problemi del suo avversario. 

E a essere messi sotto la lente di ingrandimento sono, per usare le parole dello stesso scrittore, anche "l'apatia morale e la morte dello spirito che è presente nel mio paese". A venire a galla non è solo la capacità del protagonista di leggere il proprio tempo e di prevederne gli sviluppi con anni di anticipo ma è l'efficacia con cui "I Am not Negro" riesce a ribaltare le prospettive della Storia, portandoci a vivere la questione razziale dalla parte e nell'animo di chi ne è vessato al fine di far "sentire" quale sia il dramma di coloro che, non potendo fare a meno di sentirsi cittadini americani, sono costretti a guardarsi le spalle da chi invece li dovrebbe tutelare. Slogan del tipo "La mescolanza delle razze è comunismo" e affermazioni come "Dio perdona l'omicidio e l'adulterio ma è in collera contro chi è a favore dell'integrazione" rivolte a Dorothy Counts, la prima ragazza di colore ammessa in una scuola per soli bianchi, entrano dentro la pelle e lì rimangono insieme all'invito - rivolto da Baldwin alla popolazione di razza bianca - di fare i conti con i propri fantasmi per individuare e sconfiggere le cause di una cattiveria che rischia di compromettere le sorti del paese.
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, marzo 20, 2017

MIDNIGHT SPECIAL

Midnight Special
di Jeff Nichols
con Michael Shannon, Kirsten Dust, Sam Shepard, Jaeden Lieberher
USA, 2016
genere, fantascienza, drammatico
durata, 111'



Una delle cose che salta subito all'occhio nei film di Jeff Nichols è la cifra di un'autorialità che si manifesta innanzitutto in fase di sceneggiatura. A differenza di molti colleghi che come lui possono dirsi autori dei propri film Nichols aggiunge la costante non così diffusa a riferibile al fatto di essersi scritto per proprio conto le storie dei lungometraggi che ha diretto. Questo caratteristica, lungi dall'essere un mero dato statistico incide non poco nell'economia dei risultati sia in termini formali che di contenuti. "Midnight Special" ingiustamente dimenticato dai distributori italiani dopo il suo passaggio (in concorso) a Berlino 2016 ci permette di entrare nel merito del discorso a partire dalla scelta di genere operata dal regista americano che per il suo quarto film si confronta con il cinema di fantascienza raccontando di un bambino dotato di poteri sovrannaturali costretto a fuggire da chi (le forze governative che lo vorrebbero "studiare" e la setta religiosa che lo ha elevato a profeta) vorrebbe impedirgli di seguire il proprio destino. Se di "Midnight Special" analizzassimo esclusivamente la forma quello che ne verrebbe fuori sarebbe di certo un contesto apprezzabile ma non originale poiché l'equilibrio della composizione visiva, caratterizzata dall'uso di campi medi e piani americani e il montaggio delle varie sequenze, organizzato all'interno di una logica consequenzialità, dimostrano si una buona padronanza della lezione offerta dai classici del passato ma non permettono una efficace caratterizzazione del prodotto finale. Al contrario, il testo del film è di quelli in grado di creare le peculiarità che lo collocano al di fuori della norma. A partire dalla consistenza dei dialoghi e dalla tipizzazione dei personaggi, i primi come i secondi depauperati di quella surplus di informazioni verbali e visive a cui ci ha abituato il mainstream contemporaneo. In questo senso "Midnight Special", alla stregua degli altri titoli del regista valorizza ciò che le parole non dicono, assegnando ai silenzi e ai non detti il compito di stratificare lo stato d'animo dei personaggi e, più in generale, di lambire i connotati di una realtà tanto indecifrabile quanto lo sono le identità degli uomini e delle donne che gli appartengono. A conferma di ciò, basterebbe soffermarsi sul rapporto tra il padre e il figlio (uno dei topos del cinema di Nichols) a cui prestano il volto Michael Shannon e Jaeden Lieberher, calibrato su livelli di gravità da romanzo esistenziale lontani anni luce da quelli che ci si aspetterebbe da un prodotto di questo tipo (per contro vedasi quello ludico e infantile impostato da Shyamalan in "After Earth") e ancora, valutare gli sviluppi dell'indagine di Paul Savier (Adam Driver), agente della NSA incaricato (per conto dello spettatore) di fare luce sulla figura del misterioso transfuga destinata a rimanere tale per la scarsità di rivelazioni raccolte nel corso della sua ricerca.


Una continuità testuale che "Midnight Special" manifesta anche e soprattutto nella presenza dei temi cari alla poetica del regista e in particolare di quello che ruota intorno al senso di sconfitta derivato dalla consapevolezza di non riuscire a proteggere i propri cari dai rovesci di una realtà ostile e indecifrabile: vera e propria ossessione dell'uomo Nicholsiano ( ivi compreso del Richard Loving interpretato da Joel Edgerton in"Loving" appena uscito nelle nostre sale) che per questo è capace di arrivare alla follia ("Take Shelter") o di sacrificarsi finanche alla morte ("Mud"), la sopraffazione che ne deriva si trasforma in "Midnight Special" in un'accettazione che, a conti fatti - per le caratteristiche messianiche della storia, legittimate dall'ascensione finale del piccolo protagonista - si rivela meno drammatica del previsto in ragione di uno scenario complessivo in cui i genitori del piccolo Alton (l'immancabile Shannon affiancato da Kirsten Dust) assistono al compimento della sorte del proprio figlio con una predisposizione simile a quella della "famiglia" di Nazareth, modello inarrivabile e però in qualche modo riprodotto dai tre protagonisti lungo il percorso narrativo che li vede impegnati in prima persona o indirettamente attraverso lo sguardo dei loro "persecutori".


Vera e propria variazione sul tema il lavoro operato da Nichols in fase di scrittura combinato con l'abitudine del regista di girare in spazi aperti ha tra gli effetti più evidenti quello di creare una sorta di mondo a parte in cui il contrasto tra l'intimismo delle storie (tutte, nessuna esclusa) e l'infinito del paesaggio naturale funzionano come cassa di risonanza dei sentimenti dei personaggi, stabilendo un punto di contatto tra il sentimento di inadeguatezza dei singoli ("Talvolta ci viene chiesto di fare cose che vanno al di là di noi" dice ad un certo punto uno degli inseguitori) e lo scarto visivo prodotto dalla messa in scena di vite tanto ordinarie dal punto di vista del quotidiano quanto complesse sotto il profilo esistenziale. La sensazione è quella di un film che può dirsi riuscito ove il genere in questione non sia il fine ultimo della visione ma solamente lo strumento che permette al regista di continuare a ragione sulle cose che gli stanno più a cuore.
(pubblicata su ondacinema.it)

domenica, marzo 19, 2017

VEDETE, SONO UNO DI VOI

Vedete, sono uno di voi
di Ermanno Olmi
Italia, 2017 
genere, documentario
durata, 76' 


Chi era Carlo Maria Martini e perché ha significato tanto per i milanesi e, in generale, per i cattolici? Si pongono questa domanda Ermanno Olmi e Marco Garonzio, giornalista del Corriere della Sera che per decenni ha seguito l'uomo destinato a diventare arcivescovo di Milano, e insieme ne ripercorrono la vicenda umana e spirituale parlando in prima persona, come se fosse lo stesso Carlo Maria Martini a raccontarsi. La voce fuori campo e la regia sono dello stesso Olmi, che firma anche la sceneggiatura con Garonzio; la fotografia è del figlio Fabio, il montaggio è di Paolo Cottignola, le ricerche d'archivio, quello dell'Istituto Luce, anche produttore con Rai Cinema e distributore, come di molte altre collezioni di memoria, sono di Nathalie Giacobino: nomi da citare per descrivere uno sforzo collettivo ed ecumenico nel rendere giustizia ad una figura che ha attraversato la storia d'Italia e ha rappresentato un punto di riferimento spirituale anche per molti non credenti. Le musiche, dal requiem di Verdi fino alle composizioni di Fabio Vacchi e Paolo Fresu, più che un accompagnamento sono un sostegno. Martini ha attraversato alcune delle pagine più buie del passato recente, facendosi portatore di luce: a volte un faro, a volte una fiammella, quasi sempre consegnata a mano, in prima persona, e accompagnata da quello sguardo terso e azzurro che chi gli ha voluto bene non dimentica. Olmi e Garonzio partono dall'infanzia, privilegiata ma sobria, di Carlo Maria, identificando nelle sue radici altoborghesi mai troppo lontane dalla terra la formazione al rispetto della dignità umana e alla libertà di pensiero e di azione e la capacità di interloquire in egual misura con i potenti e con gli umili, in quella sfida di essere onesti che caratterizzerà tutta la sua attività pastorale, rendendolo talvolta scomodo per i suoi interlocutori. 


Alle immagini dell'infanzia, accompagnate dalle riprese di una casa di campagna che è stata un microcosmo e un bacino di coltura, si alternano quelle della camera da letto in cui Martini è spirato, contenente ancora medicinali e asta porta flebo, per ricordare quello "spavento" che coglie tutti in imminenza della morte. Come accenna il titolo del documentario, Martini era "uno di noi", in primis nella capacità di ammettere la propria paura. E Olmi e Garonzio permettono che l'arcivescovo, studioso e scienziato di alta levatura, si esprima sempre con parole semplici, quelle che useremmo noi, e che usa oggi Papa Francesco, di formazione gesuitica come Martini, per rendersi accessibile alla gente. Dal conflitto mondiale alla ricostruzione, dalla guerra fredda alla contestazione giovanile, dagli anni di piombo a Tangentopoli, Olmi mostra come Martini sia stato uomo di preghiera sincera e non bigotto, come, più che alla teologia politica, fosse interessato ad analizzare le azioni degli uomini e al dialogo come risanatore di contrapposizioni ottuse e ostili. La cultura umanistica del regista unisce i pensieri del prelato alla prosa di Gogol, trova echi e rimandi, evoca la responsabilità politica attraverso una lettura di Piero Calamandrei che, nel suo spiccato accento fiorentino, ricorda come la nostra Costituzione contenga il portato etico e politico di Mazzini, Cavour e Beccaria. 


Come sempre, il cinema di Olmi è fatto di strati sovrapposti, di doppifondi segreti, di profonda consapevolezza della memoria individuale e collettiva. Come sempre, la sua costruzione narrativa di immagini e suoni, prima ancora che di parole, mette in moto un flusso di coscienza, porta in superficie la commozione e l'empatia. Con "Vedete, sono uno di voi" Olmi e Garonzio raccontano un "compagno di cammino" che entrava ovunque a piedi, con il Vangelo in mano, contraddicendo il proprio aspetto ascetico e aristocratico con l'umiltà accogliente della sua postura, sempre leggermente sbilanciata verso l'altro. In mezzo alla frenesia della contemporaneità, Martini ha invocato la necessità di fermarsi: in mezzo al chiasso ha chiesto il silenzio, in difesa dalla prepotenza retorica ha invitato all'ascolto. Ma ha anche parlato chiaro contro la corruzione, contro quella Milano diventata "capitale del capitale", contro lo sviluppo economico che non abbatte, anzi, esacerba, le diseguaglianze sociali, l'"Europa dei mercanti", gli errori della Chiesa. Olmi e Garonzio ricordano un portavoce della "cultura del seme gettato, del lievito, del granello di senape".
Riccardo Supino

LA FOTO DELLA SETTIMANA





























Richard and Mildred Loving (Virginia,  Stati Uniti, 1958)

venerdì, marzo 17, 2017

“LA LA LAND” : DILLO CON UN MUSICAL E SARA’ PER SEMPRE



“La La Land", l’ultima opera cinematografica del regista Damien Chazelle dopo aver vinto premi sia al BAFTA che al Golden Globe, si è accaparrato 6 Oscar dopo essere stato candidato addirittura per 14 nomination tra cui quella al Miglior Film.
Il regista, dopo essersi espresso nella regia del film “Whiplash”, nel 2014, raccontando una storia di passione per la musica ed in particolare per il jazz (ma per precisa sua scelta non si parla di storie d’amore), passione talmente travolgente da annientare lo stesso protagonista Miles Teller nel corpo e nella anima, persevera nel porre al centro delle  sue opere il jazz e la musica in genere.
Infatti con “La La Land" utilizza proprio il jazz e la musica quale veicolo per parlare d’amore.
Considerato che l’amore trova tra la sue massime espressioni proprio quella musicale e canora, dunque quale miglior strumento e veste cinematografica se non il Musical per celebrarlo?
Inoltre, la motivazione più intima di questa scelta riposa nel fatto che il Musical da sempre fa sognare e il cinema deve far sognare…
Lo stesso titolo del film “La La Land” rimanda alla musica: La-la è, non a caso, un tema musicale. Sono note musicali, in particolare, una duplicazione dell’acronimo LA ma anche uno stato d’animo di chi vive tra le nuvole, poiché in inglese “lalaland” significa proprio “vivere tra le nuvole”.

E se il cinema deve sempre far sognare, in “La La Land" la dialettica realtà-sogno è affrontata per precisa scelta prevalentemente per mezzo della musica e del canto: tutto è detto con la musica, con il canto e con la danza, sin dalla spettacolare scena di apertura con la canzone “Another Day of Sun” che rappresenta un’esplosione gioiosa di attesa per la realizzazione dei propri sogni, con colori forti, acrobazie e movimenti di macchina funambolici.
E’ la joie de vivre dei sognatori che approfittano di lunghe code nel traffico solo per continuare a sognare e a sperare. La coreografia mostra proprio i cuori colmi di aspettativa di coloro che non smettono di credere e di guardare all’orizzonte.
Nessuna presentazione iniziale dei due protagonisti nella prima scena sull’autostrada, dunque: si apre con un’ouverture che esplode sulla scena come mille fuochi di artificio, senza dialoghi o titoli di testa ma solo musica. E canto. E ballo.
Chazelle intuisce come non vi sia niente di più meraviglioso per i sognatori che si recheranno nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, che notare che nella stupefacente coreografia iniziale non compaiano i due divi Ryan Gosling ed Emma Stone, né i loro nomi, bensì che si venga aggrediti letteralmente da una moltitudine colorata di persone che ci prendono per mano e di corsa ci fanno entrare nel film senza possibilità di dire di no.
Il richiamo è certamente a “West Side Story”, a “Fame” ma ciò che rende originale questa apertura è proprio il fatto di averla girata sulle highways di Los Angeles tra centinaia di macchine, sotto un cielo azzurro ed un sole che promette solo orizzonti felici.


La storia

“La La Land" racconta un’intensa, travolgente storia d'amore tra un'attrice e un musicista trasferitisi a Los Angeles in cerca di fortuna. Mia è un'aspirante attrice che, tra un provino e l'altro, lavora al bar degli studios della Warner come cameriera, servendo cappuccini proprio alle star del cinema. Sebastian (“Seb”) è un musicista jazz che cerca di guadagnare qualcosa suonando banali jingle natalizi nei piano bar.
Dopo alcuni incontri casuali e ripetuti (Mia chiederà a Seb perché si incontrino così spesso..) fra i due esplode una travolgente passione e un amore che poggia anche sulle loro aspirazioni di fama e sui loro sogni per una vita fedele ai loro ideali.
I problemi iniziano quando questi ideali si corrompono e vengono contaminati dalla realtà delle cose diventando fatti: Seb per sbarcare il lunario e trovare finanze sufficienti per aprire il suo locale jazz, inizia a suonare con una band che rifiuta il suo concetto di jazz in senso tradizionale in nome di qualcosa di più commerciale e che piace ai giovani (come dice il cantante John Legend nel film).
Seb è sempre via in tour, lontano da Mia, nel frattempo impegnata a scrivere la sua opera prima, un monologo da portare in scena.
E sarà proprio il momento in cui Mia e Seb iniziano a realizzare i loro sogni che si verificherà la drastica cesura della loro storia d’amore. Una rottura per contrappasso: i sogni li avevano fatti incontrare, unire e sostenersi a vicenda, e ora quegli stessi sogni li allontanano irrimediabilmente e ineluttabilmente.

Almeno così sembra, nel momento in cui Seb dice a Mia dopo il suo provino che dovranno entrambi prendersi del tempo e vedere cosa accade, in quanto ora per loro è arrivato il momento di investire tutte le energie per realizzare ciò che desiderano come aspirazioni lavorative. 
Le ambizioni professionali divengono la minaccia ed il limite al sogno d’amore… Ma la vita li aspetta al varco: dopo cinque anni dalla loro separazione, Mia si ritrova ad entrare con il suo nuovo compagno e marito in un locale jazz a Los Angeles ed è lì che lo spettatore viene travolto nella magica dimensione di un amore con la A maiuscola, un sentimento che non è mai veramente finito ma che si è nutrito della distanza tra i due amanti e per ciò rafforzandosi, anche a loro stessa insaputa.
Seb ha aperto il suo locale e suona la musica che ama ed ha sempre amato, e nel rivedere tra il pubblico Mia siede al piano per eseguire le canzoni che hanno accompagnato la loro storia d’amore (“City of Stars”, “Mia.& Sebastian’s Theme") e suona appassionatamente solo per lei.
Ed è in quel momento che entrambi ripercorrono tutta la vita che avrebbero voluto avere e che non si è realizzata: dal primo bacio non più negato da Seb al loro primo incontro, al dopo provino di Mia e al viaggio che avrebbero potuto fare insieme a Parigi, lei lavorando per il suo film, lui suonando jazz nei locali parigini, sino a sposarsi e avere il loro bambino.
Tutto raccontato non con dialoghi o pianti ma solo con immagini sempre felici e traboccanti di passione, travolgenti nel suono di un pianoforte toccato appassionatamente da Gosling, gesto estremo d’amore dedicato a Mia come per dirle “Noi siamo sempre qui, insieme. Noi ci ameremo per sempre”.
L’autore riesce proprio nell’epilogo a toccare le corde dell’anima e a farti entrare nella scena trasmettendo un autentico nodo alla gola, sciolto nell’ultima nota suonata da Seb prima che Mia decida di andare via dal locale non senza prima essersi soffermata a salutarlo sulla porta con gli occhi.
La meraviglia e la magia è proprio in questo finale che ci cattura e anzi ci trascina dentro la musica, dentro la forza viscerale di una canzone e di un ballo nel cielo che va a chiudere il cerchio della vita. L’ouverture iniziale sull’highway losangelina si unisce, così, senza sfumature, all’epilogo struggente dei due protagonisti che si ritrovano a danzare tra le stelle giurandosi eterno amore.


“LA LA LAND” ed il Musical classico Hollywodiano: semplice deja vu o altro ?

Ma “La La Land" è sì un Musical ma non nel senso classico ed hollywoodiano del termine.
Tutto il film omaggia a colpi di jazz e tip-tap i musical, in primo luogo le atmosfere anni ’30 con Fred Astaire e Ginger Rogers, indimenticabili ballerini, i primi a far sognare con la loro danza ed il loro canto.
Cheek to cheek” di Irving Berlin in “Cappello a cilindro” (“Top Hat”) del 1935 è il più famoso dei motivi del film, cantato da Jerry/Fred Astaire a Dale/Ginger Rogers  all'inizio della serata all'hotel di Venezia: "Heaven, I'm in heaven, and my heart beats so that I can hardly speak...".
Di rimando la coreografia e la canzone del film di Chazelle, “What a lovely night”, omaggia proprio il balletto di Fred e Ginger sulle note di “Cheek to Cheek" ma con la maggiore ironia moderna e metropolitana nei personaggi di Mia e Seb, che nei loro volteggi e passi di tip-tap non hanno mai la presunzione di equipararsi ai mostri sacri di Fred e Ginger ma hanno la consapevolezza di essere solo neofiti timidamente appassionati.
Al contempo, l’omaggio è anche ai musical anni ’40 e ’50 con Gene Kelly, magistrale ballerino di tip-tap. Infatti, gli anni Quaranta e Cinquanta sono il periodo d'oro del musical hollywoodiano in cui la musica di Gershwin è assoluta protagonista. Non vanno comunque sottaciuti altri riferimenti ai divi del passato dei Musical: Danny Kaye, Cyd Charisse, Debbie Reynolds e Julie Andrews. 
Nonostante tutti i citati richiami, “La La Land”, come detto, non ha la pretesa di essere un Musical nel senso classico del termine. Utilizza Los Angeles, la Città delle Stelle dove i sogni più folli possono realizzarsi a colpi di tip-tap, alla maniera di Hollywood, città per antonomasia del Musical.
Il messaggio è quello più semplice, vero e disarmante di tutti: «Brindiamo ai sognatori (“Foolish as they may seem”) e ai cuori che si spezzeranno». Infatti, mentre la perfezione è propria del Sogno, la realtà essendo imperfetta, trasformandolo ne riduce l’attrattiva. Dunque non è un semplice musical, non è una copia dei Musical del passato. Non è il solito film d’amore. “La La Land" è una tisana per tutti coloro che vogliono ancora guardare l’orizzonte e vederci la meraviglia di inaspettate emozioni. Non è un film nostalgico. Non è un film romantico. E’ un film PER ROMANTICI. Basti pensare alla battuta che Seb fa alla sorella: “Perché hai detto romantico come se fosse una parolaccia?”. Un po' come è stato “Grease” con John Travolta e Olivia Newton-John, in cui la storia d’amore tra Sandy e Danny si muove all’interno di una cornice di musica e danza e canti sino a divenire un vero e proprio fenomeno di costume. Come “La La Land" è destinato a diventare, nonostante alla fine non sia stato premiato come Miglior film alla notte degli Oscar.

Molte critiche gli sono piovute addosso, bollandolo e tacciandolo di facile romanticismo: sinceramente credo siano critiche non giustificate emesse da coloro che non hanno colto il messaggio del regista che vuole utilizzare l’Amore come veicolo per vivere i propri sogni in una Los Angeles da sogno – all’ombra delle luci della ribalta hollywoodiane, al suono di nostalgici locali jazz, nel silenzio di cinema vintage come il Rialto aperto all’inizio del XX secolo e oggi in disuso, nel frastuono dei clacson e dei progetti infranti, portando in scena una storia veramente speciale.
Per tutti questi motivi il Musical rivive nell’opera di Chazelle come un’araba fenice, perché è un genere immortale e perché è strettamente legato al Sogno ed all’Amore. 
“Dimentica il cervello e ascolta il cuore” recitava in “Vi presento Joe Black” Anthony Hopkins nel famoso discorso sull’amore. E ancora: “Se ami, canti con rapimento e danzi come un derviscio e avrai una felicità delirante…”.
Se ami, lo esprimi danzando e cantando, quale inno alla vita ed alla gioia, entrando dentro una favola al suono delle note di una canzone.
E in fondo tutto questo è sempre avvenuto grazie al Musical, addirittura con Musical di seconda o terza qualità come i nostrani “Musicarelli” che in Italia hanno spopolato grazie a Rita Pavone, Gianni Morandi, Al Bano e Romina…
Perché il Musical non morirà mai ed anche quando lo hanno dato per spacciato è riuscito a resuscitare in virtù dell’opera di cineasti come Baz Luhrmann, oggi Damien Chazelle, attraverso le canzoni che gli stessi hanno inserito nelle loro opere cinematografiche destinate all’immortalità, così come i loro protagonisti. Indipendentemente da qualsiasi Oscar.
Proprio grazie all’amore cantato e sognato..
Esiste qualcosa di più sublime?

In fondo l’unica cosa che tutti desiderano è l’amore, l’amore di un’altra persona… come canta Mia/Emma Stone in City of Stars: “All we’re looking for is love from someone else.. a rush a glance a touch A DANCE…”
Michela Montanari

giovedì, marzo 16, 2017

VENEZIA 73: LA LUCE SUGLI OCEANI

La luce sugli oceani
di Derek Cianfrance
con Michael Fassbender, Alicia Wikander
Usa, Nuova Zelanda, 2016
genere, melodramma
durata, 133'


Il melodramma, lo si sa, è genere da prendere con le molle perché alla narrativa deve seguire la capacità di controllare una materia esistenziale anomala, il cui senso del tragico si esprime mediante una continua ricerca di enfasi emotiva e attraverso il ricorso a situazioni quasi sempre al di fuori della norma.
Come sanno bene coloro che vi ci sono cimentati il rischio in questi casi è quello di lasciarsi prendere la mano e, di conseguenza, di smarrire la sensibilità necessaria a raffreddare i picchi umorali che attraversano le storie. In questo campo, tra i registi americani dell'ultima generazione Derek Cianfrance aveva mostrato di sapersela cavare mettendo a segno con il suo secondo film ("Blu Valentine") un tormentone amoroso che si reggeva sulla capacità del regista di rendere credibile il dolore che lo attraversava. In tal senso con "La luce sugli oceani" Cianfrance partiva con un vantaggio non da poco per il fatto di poter contare su due d'attori come Michael Fassbender e Alicia Wikander, i quali prima ancora che sullo schermo facevano coppia fissa nella vita. Non meno importante in termini economici era stato il cambio di passo assicurato dalla Dreamworks che aveva consentito al regista di abbandonare gli interni angusti e risicati tipici dei prodotti indipendenti per affidarsi al potenziale paesaggistico fornito dalla natura australiana e neozelandese, filmata nella sua magnificenza con ampio uso di vedute struggenti e panoramiche mozzafiato.
Questo per dire dell'eccezionalità che "La luce sugli oceani" rivestiva nella carriera di Cianfrance, e soprattutto per cercare di trovare nel peso della responsabilità e nella conseguente ansia da prestazione le cause di una prova non all'altezza delle aspettative che avevano preceduto la presentazione in anteprima nel concorso del festival veneziano.

Forte di una trama che si avvale di un personaggio maschile (Tom Sherbourne, guardiano del faro di un'isola disabita) annichilito dalle atrocità della guerra, e perciò sufficientemente moribondo per stimolare l'istinto da crocerossina della controparte femminile (Isabel, sopravvissuta ai fratelli caduti sul fronte del primo conflitto mondiale ) "La luce sugli oceani" - ove si eccettui il breve preludio dedicato alle felicità matrimoniali - si tinge ben presto di nero: dapprima per l'impossibilità di Isabelle di diventare madre e successivamente per i sensi di colpa scaturiti dalla decisione degli innamorati di far credere propria la neonata ritrovata all'interno di una barca alla deriva.
La qual cosa andrebbe pure bene se la sceneggiatura (scritta dallo stesso Cianfrance) invece di rimanere a stretto contatto con le ragioni dei protagonisti - e con le motivazioni che dovrebbero legittimarne comportamenti e decisioni - non decidesse di abbandonare i due reprobi all'arbitrio di una serie di fattori "esterni" alla storia che riguardano più la correttezza della messinscena - con particolare attenzione al cote romantico e iconografico tipico dell'epoca in cui è ambientato il misfatto - che la plausibilità della vicenda, supportata da una liturgia interminabili di scene madri.

Caratterizzato sin dai titoli di testa dalla magniloquenza dell'accompagnamento musicale (di Alexandre Desplat) e dall'immagine di un tramonto sin troppo coreografico il film costringe Tom e Isabelle ad adattarsi al segno della cornice: a dettare i tempi non sono quindi i moti dell'anima dei personaggi, forzati a star dietro dall'inizio alla fine alla dittatura del commento sonoro e costretti a fare pendant con l'estetica pubblicitaria dell'elemento naturale (da manuale le camminate nel bagnasciuga).
Così facendo a mancare è prima di tutto il pathos, regalato al primato della forma, e subito dopo la coerenza narrativa, obbligata ad accumulare scene madri e cambi di rotta che paralizzano la spontaneità degli attori. Se Fassbender non si salva neanche con il mestiere figuriamoci la sua sposa, privata di parola e spinta dal copione a recitare con il viso solcato di lacrime dalla prima all'ultima scena. Solo il surplus divistico assicurato dagli attori in questione può spiegare ladecisione dei selezionatori di mettere in concorso "La luce sugli oceani".
(pubblicato su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)

mercoledì, marzo 15, 2017

AGONIA DELL'IMMAGINARIO IV: LE STELLE PIU' SPLENDENTI HANNO UN CUORE DI CARNE








a)
 “Quello che devi fare, fallo presto, disse tuo figlio. Ma lo disse per disappunto o per troppo amore ?”.
(Padre S.Rodrigues/A.Garfield, Silence).





b)
L: “Se potessi rivivere la tua vita, dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa ?”.
I: “Esprimerei più spesso quello che sento, non so… Ho passato gran parte della vita a testa in su a guardare le stelle. Però la più grande sorpresa non è stata incontrare loro. E’ stata incontrare te”.
(L.Banks/A.Adams, I.Donnell/J.Renner, Arrival).




c)
“E’ questo il sogno. Ogni volta nuovo di zecca, ogni sera. Ed è esaltante”. 
(S.Wilder/R.Gosling, La la land).


TFK

martedì, marzo 14, 2017

KONG: SKULL ISLAND

Kong: Skull Island
di Jordan Charles Vogt-Roberts
con Tom Hiddleston, Brie Larson, John Goodman, Samuel. L. Jackson
USA, 2017
genere, avventura, azione, fantasy, drammatico
durata, 118'





Da quando, nel 1975, Steven Spielberg ha inaugurato la stagione dei blockbuster con quello ("Lo squalo") che sarebbe stato il prototipo di una serie di lungometraggi destinati per modalità produttive e di spettacolarità a dominare i vertici del box-office, fu subito chiaro che ogni analisi cinematografica non poteva prescindere da aspetti apparentemente disgiunti dalla materia filmica, eppure destinati a condizionare le scelte dei molti registi che si sono alternati nei set di questo tipo di prodotto. Mai come ora questa considerazione appare più appropriata, perché con il passare degli anni la mancanza di idee e la necessità di far tornare i conti hanno avuto come conseguenza un aumento di importanza degli aspetti legati al marketing che un poco alla volta sono diventati preminenti rispetto a tutti gli altri. Così facendo, la ricerca di nuove sinergie in grado di ridurre i costi d'esercizio attraverso la ripartizione degli oneri è diventata negli anni non solo un modo per aumentare i profitti ma anche l'espediente con cui gli studios hanno cercato di dare nuova linfa a un immaginario che almeno per quanto riguarda i film di intrattenimento ad alto tasso di spettacolarità era a dir poco deficitario.

Da questo punto di vista, "Kong: Skull Island" offre qualche spunto di riflessione: la produzione del film è infatti il risultato dell'ulteriore alleanza tra la Warner Bros. e la Legendary Pictures, che nella doppia veste di produttori e distributori hanno pensato bene di dare vita a un universo a sé stante, già denominato Monster Universe, che a partire dal primo di quattro titoli ("Godzilla, 2014) è destinato a svilupparsi e a culminare nell'incontro-scontro tra i protagonisti assoluti della serie, ovvero Godzilla e appunto King Kong, il gigantesco primate a cui è appunto dedicato il film diretto da Jordan Charles Vogt-Roberts. Apparentemente innocua sotto il profilo cinematografico la svolta produttiva influenza non poco l'estetica del film e i suoi contenuti. Il fatto di doversi confrontare (nel quarto capitolo della serie) con il "dinosauro atomico" portato per la prima volta sullo schermo nel 1954 da Ishirō Honda fa sì che il King Kong di Vogt-Roberts non sia più soltanto un gorilla di dimensioni fuori dal normale ma un vero e proprio "mostro", alto come e più di una montagna, e soprattutto in grado di camminare in posizione eretta. In più - e qui passiamo agli aspetti legati alla mitologia del personaggio - l'esigenza di mantenere in vita il nostro (per farlo arrivare vivo e vegeto al cospetto dell'altro contendente) implica che, al posto della tragica fine prevista dalla tradizione narrativa, l'epilogo della storia si trasformi in un trionfante arrivederci da parte di Kong, il quale, dopo aver sconfitto i cattivi (in questo caso e in analogia con il Godzilla di Gareth Edwards, non più gli uomini ma i mostri che minacciano la razza umana), si allontana dalla scena da assoluto dominatore. Una delle conseguenze più vistose di questa rivoluzione è, da una parte, la ridotta empatia del "mostro" che, avvolto da una sorta di saggezza universale appare più distaccato e meno disposto a dialogare con gli esseri umani; dall'altra, il ruolo da comprimari toccato in sorte agli altri personaggi della vicenda: primo fra tutti quello della fotoreporter interpretata da Brie Larson, non più oggetto di platonico amore da parte della "Bestia" ma considerata alla stregua dei compagni di viaggio che compongono la spedizione scientifica messa in piedi dall'ufficiale governativo Bill Randa (John Goodman di molto dimagrito) a cui si deve il coinvolgimento dell'ex ufficiale dell'aviazione inglese James Conrad (Tom Hiddleston) in veste di guida e del manipolo di militari chiamati a proteggere l'incolumità del drappello.

Detto che la storia, fatte salve le debite differenze, procede in maniera speculare a quella del lungometraggio di Gareth Edwards, bisogna dire che "Kong: Skull Island" fa sua la moda di traslare la vicenda in un arco temporale diverso da quello abituale (da "X-Men: l'inizio" a "The Conjuring 2" e ancora "Ouija: Origin of Evil", solo per fare qualche esempio). In questo caso, la collocazione della storia negli anni settanta (il 1973, per essere precisi) serve al regista per arricchire la trama di una componente citazionista che prende di peso "Apocalypse Now" e la sua fonte letteraria ("Cuore di tenebra" di Joseph Conrad) facendoli rivivere in parte nel contesto ambientale in cui si muovono i personaggi durante il loro viaggio (la giungla, il fiume), in parte nelle tipizzazione dei caratteri (la dark side del tenente colonnello Preston Packar a fare il verso al Kurtz di Brando), come pure in alcuni dettagli sparsi qua e là (il parallelismo tra il personaggio della Larson e quello di Dennis Hopper, legittimato dal comune amore per la fotografia), per non dire della "cavalcata" degli elicotteri con cui gli Sky Devils del Com.te Packar rende omaggio ai ragazzi del Tenente Colonnello William "Bill" Kilgore.

Lungi dal rappresentare una riproposizione in chiave personale della wilderness coppoliana, il richiamo al capolavoro della new hollywood assolve, alla pari delle tante rivisitazioni messe a punto da Vogt-Roberts (per esempio il combattimento finale tra Kong e il letale striscia-teschio, visivamente simile a quelli "disputati" da Godzilla nelle sue avventure cinematografiche), alle funzioni di puro divertissement, impegnato com'è a far risaltare la propria componente ludica senza nulla aggiungere in termini di significato. Nondimeno, "Kong: Skull Island" nella suo essere la quintessenza dell' high concept movie contemporaneo risulta perfettamente in linea con gli obiettivi che ne hanno ispirato la realizzazione.
(pubblicata su ondacinema.it)

lunedì, marzo 13, 2017

THE AUTOPSY OF JANE DOE

The Autopsy of Jane Doe
di Andre Ovredal
con Brian Cox, Emilie Hirsh
USA, 2016
genere, horror
durata, 99' 


Della considerazione per cui nel cinema horror si dice che il subconscio generi mostri e che il nemico è dentro di noi lo scandinavo Andre Ovredal ha fatto tesoro per il suo esordio americano, immaginando che nella vicenda che sta al centro di “The Autopsy of Jane Doe” il male scaturisca e si propaghi dalle viscere del cadavere su cui i due protagonisti devono eseguire l’autopsia per chiarire le cause del decesso. Succede infatti che il procedimento autoptico eseguito dai due malcapitati diventi la causa di una serie di inquietanti fenomeni destinati a concretizzarsi nelle malefiche presenze che in un crescendo di sangue e persecuzione iniziano a tormentare i protagonisti della storia. 


In questo senso “The Autopsy of Jane Doe” vive i suoi momenti migliori quando a prevalere è la parte più istintiva della vicenda, quella che a partire dal rinvenimento del cadavere e nella successiva necroscopia trova modo di esaltarsi in un mix di mistero e tensione che Ovredal si conquista limitando la sfera d’azione dei personaggi, i quali, rinchiusi all’interno della stanza ambulatorio vivono il divenire degli accadimenti attraverso ciò che succede oltre i confini del loro “territorio” e cioè nel resto dell’edificio che li ospita. In questo contesto Brian Cox nella parte del coroner Tommy Tilden e Emile Hirsch il quello di Austin Tilden, il figlio che lo assiste in qualità di tecnico medico sono perfetti nel rendere il senso di claustrofobia e la paura che deriva dalla consapevolezza di essere di fronte a una situazione senza via d’uscita. Al contrario quando - a metà del “guado” - la ragione e la voglia di spiegare prendono il sopravvento al fuori campo cine testuale il mistero si trasforma in una fabula così piena di banalità e forzature (alcune delle quali legati da risultare sterile in termini di suspence e coinvolgimento. A beneficio dello spettatore a cui questa recensione è rivolta diciamo che se fosse un match di boxe “The Autopsy of Jane Doe” sarebbe un ko tecnico. A buon intenditor...