lunedì, gennaio 23, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA


























Arrival di Denis Villeneuve (USA, 2016)

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sabato, gennaio 21, 2017

THE AUTOPSY OF JANE DOE

The Autopsy of Jane Doe
di Andre Ovredal
con Brian Cox, Emilie Hirsh
USA, 2016
genere, horror
durata, 99' 


Della considerazione per cui nel cinema horror si dice che il subconscio generi mostri e che il nemico è dentro di noi lo scandinavo Andre Ovredal ha fatto tesoro per il suo esordio americano, immaginando che nella vicenda che sta al centro di “The Autopsy of Jane Doe” il male scaturisca e si propaghi dalle viscere del cadavere su cui i due protagonisti devono eseguire l’autopsia per chiarire le cause del decesso. Succede infatti che il procedimento autoptico eseguito dai due malcapitati diventi la causa di una serie di inquietanti fenomeni destinati a concretizzarsi nelle malefiche presenze che in un crescendo di sangue e persecuzione iniziano a tormentare i protagonisti della storia. 


In questo senso “The Autopsy of Jane Doe” vive i suoi momenti migliori quando a prevalere è la parte più istintiva della vicenda, quella che a partire dal rinvenimento del cadavere e nella successiva necroscopia trova modo di esaltarsi in un mix di mistero e tensione che Ovredal si conquista limitando la sfera d’azione dei personaggi, i quali, rinchiusi all’interno della stanza ambulatorio vivono il divenire degli accadimenti attraverso ciò che succede oltre i confini del loro “territorio” e cioè nel resto dell’edificio che li ospita. In questo contesto Brian Cox nella parte del coroner Tommy Tilden e Emile Hirsch il quello di Austin Tilden, il figlio che lo assiste in qualità di tecnico medico sono perfetti nel rendere il senso di claustrofobia e la paura che deriva dalla consapevolezza di essere di fronte a una situazione senza via d’uscita. Al contrario quando - a metà del “guado” - la ragione e la voglia di spiegare prendono il sopravvento al fuori campo cine testuale il mistero si trasforma in una fabula così piena di banalità e forzature (alcune delle quali legati da risultare sterile in termini di suspence e coinvolgimento. A beneficio dello spettatore a cui questa recensione è rivolta diciamo che se fosse un match di boxe “The Autopsy of Jane Doe” sarebbe un ko tecnico. A buon intenditor...
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martedì, gennaio 17, 2017

LA SINDROME DI ANTONIO

La sindrome di Antonio
di Claudio Rossi Massimi
con Biagio Iacovielli, Antonio Catania, Remo Girone,
Italia, 2016
genere, commedia
durata, 100'



Sapevamo già di quella che per descrivere gli effetti provocati dalla vista di un’opera d’arte aveva trovato il modo di rifarsi a un episodio della vita del celebre scrittore francese; e pure dell’altra, che aveva scelto la capitale della Svezia per dare un titolo alla malsana empatia delle vittime nei confronti dei propri carnefici. Eravamo invece ignari circa ’esistenza della sindrome che affligge il protagonista del film di Claudio Rossi Massimi intitolato non a caso “La sindrome di Antonio”. La patologia del titolo è invero un ‘invenzione del regista- peraltro autore del libro dal quale il film è tratto - utile a descrivere l’ossessione che al conseguimento del diploma spinge il ragazzo a partire alla volta della penisola ellenica per ritrovare i luoghi dove Platone e i suoi colleghi elaborarono i pilastri del pensiero moderno. Considerando che la storia è ambientata nella Grecia degli anni settanta in cui il regime dei colonnelli resisteva nella maniera più bieca e violenta allo spirito di cambiamento imposto dalle istanze sessantottine, si capisce quasi subito che la sintomatologia del titolo non è il motivo centrale della storia ma piuttosto il pretesto per innescare una serie di pensieri, comportamenti e azioni che  permettono a Massimi di raccontare di una generazione  - quella di Antonio e dello stesso regista - destinata a farsi carico del fallimento delle utopie di un’intera epoca; e, in particolare, di quella voglia di cambiare il mondo che emerge dal desiderio di conoscenza, di giustizia e di libertà presente nei discorsi del lo studente come pure in quelli di Maria, la ragazza greca che l’accompagna nel suo viaggio di scoperta e di cui finirà neanche tanto segretamente per innamorarsi. 


Strutturato come un film on the road, con le diverse tappe del tragitto destinate a corrispondere  ai tasselli del percorso di formazione del protagonista, “La sindrome di Antonio” emula i classici del genere a cominciare dal capolavoro di Jack Kerouac, da cui Massimi eredità persino l’utilizzo della macchina come mezzo di locomozione e l’idea di spostarsi all’interno di un territorio geograficamente definito. A differenza di questi modelli il regista sceglie però una forma che sembra voler rispecchiare l’ingenuità del protagonista, dando vita a un favola morale che nella sua ricercata semplicità si rivolge soprattutto a chi nei settanta non era ancora nato. Con il risultato di appiattire psicologie e contenuti su un didascalismo di stampo televisivo che non rende merito all’ultima presenza sullo schermo del grande Giorgio Albertazzi, la cui aristocratica figura è comunque esaltata da un ruolo tanto ricco di significati quanto privo di battute. Almeno in questo ambito “La sindrome di Antonio” è destinato a entrare nella storia del nostro cinema.
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domenica, gennaio 15, 2017

ALLIED - UN'OMBRA NASCOSTA

Allied - Un'ombra nascosta
di Robert Zemeckis
con Brad Pitt, Marion Cotillard
USA, 2017
genere, avventura, melò, drammatico
durata, 147' 


La tentazione per un film come quello di Robert Zemeckis è di risolvere la faccenda prendendo in prestito la frase pronunciata da Marianne Beausejour, protagonista della storia insieme al collega e marito Max Vatan, ufficiale dei servizi segreti in missione nel Marocco del 1942 e, nella fattispecie, in quella Casablanca che almeno al cinema e per mano dell’omonimo film interpretato da Humphrey Bogart è diventato sinonimo di amori pericolosi e spericolati. Nella scena che li vede per la prima volta insieme e lontani da sguardi indiscreti la donna confessa che il segreto del suo successo consiste in una sola regola: “Io non mento sulle emozioni. E’ per questo che funziona” dice Marianne riferendosi al metodo che fin lì gli ha permesso di farla franca, preservandola dalle conseguenze meno piacevoli della sua “professione”. Il principio appena enunciato torna  infatti utile per spiegare una delle caratteristiche principali del cinema di Zemekis che consiste appunto nel non perdere mai di vista il cuore delle sue “creature” e di farlo battere anche quando ci tratta di concepire un film come “Allied” che funziona soprattutto per la riuscita della sua messinscena. E’ infatti quest’ultima a dare una marcia in più a una trama che di per sé non ha nulla di originale e che però, essendo incentrata su due personaggi professionalmente abituati a farsi gioco delle apparenze risulta determinante nella produzione di senso quando si tratta di alimentare il tormento di Max, incaricato di scoprire se la donna diventata nel frattempo la madre di sua figlia sia davvero una spia al soldo dei nazisti. 

Nel caso di “Allied” però non si tratta solo della precisione delle ricostruzioni scenografica relative al paesaggio nord africano in cui è ambientata la prima parte della vicenda, più dinamica e avventurosa, ne di quella del contesto inglese dove, con il trasferimento dell’azione nella capitale inglese, a prevalere sono gli aspetti psicologici e quelli di genere legati al mistery e al melò. Il nostro riferimento va alla natura stessa delle immagini che nel tradire “volutamente” l’effetto di verosimiglianza con l’evidente  utilizzo della CG rimanda continuamente alla doppiezza dei personaggi, e perciò alla personalità e ai sentimenti che li riguardano; e ancora alla teatralità delle pose assunte dagli attori (e in particolare del Brad Pitt in divisa da ufficiale nell’ufficio del suo diretto superiore) volte a rievocare il modo di stare in scena tipico degli anni 40/50. Il resto lo fa la maestria del regista che non spreca un’inquadratura, tra gusto cinefilo (Hitchcock aleggia durante tutto il film) passaggi magistrali (la sequenza iniziale dal sapore metafisico e il bacio nella tempesta di sabbia) e primi piani evocativi (quello finale di Marion Cotillard).  Bello con anima "Allied" è un titolo da non perdere.
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LA FOTO DELLA SETTIMANA



















"Allied - Un'ombra nascosta" di Robert Zemeckis (USA, 2016)
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sabato, gennaio 14, 2017

COLLATERAL BEAUTY

Collateral Beauty
di David Frankel 
con Will Smith, Edward Norton, Kate Winslet
USA, 2016 Genere: drammatico 
durata: 94' 


Howard è il manager di maggior successo di una grande azienda. Colpito dalla tragedia della morte della figlia di sei anni, non riesce a tornare a vivere. I suoi tre migliori amici e colleghi di lunga data vengono a sapere che ha scritto delle lettere, al Tempo, all'Amore e alla Morte, e assoldano tre teatranti perché impersonino queste entità astratte e dialoghino con Howard, scuotendolo e riportandolo alla consapevolezza che la sua vita non è finita. Nemmeno in mano ad un grande autore visionario un copione come questo, sarebbe stato al sicuro; meno che mai in quelle di David Frankel e di un cast troppo stranamente assortito, in cui grandi attori del calibro di Norton e Winslet vedono sminuite le proprie potenzialità: soltanto Helen Mirren riesce a emergere come merita, ma con un personaggio da commedia, lanciato come una trottola impazzita su un tappeto drammatico. Non che una dose di leggerezza non sia contemplata in partenza, ma non è quella della commedia, bensì quella sentimentale del "Canto di Natale" dickensiano, che il film riprende esplicitamente nelle figure dei tre attori che, come angeli, vedono in profondità nelle vite dei loro interlocutori. Anche qui, però, le forzature non mancano; soprattutto, diventa sempre più chiaro che in "Collateral Beauty" sono contenuti due film che non s'incontrano se non in maniera illusoria, soltanto apparente. Da un lato, il melodramma con Will Smith e Naomie Harris, film dal notevole portato tragico; dall'altro, un film dal sapore più indipendente e dal soggetto più singolare, su una piccola compagnia di attori pagati per uscire dalla comfort zone del loro teatrino off Broadway e misurare la loro arte con un'esigenza della vita vera, un terreno su cui non possono sbagliare, pena l'aggravamento di una sofferenza già insopportabile. Una prova difficile, che Keira Knightley rischia di fallire. Quando arriva il momento di spiegare il titolo, la motivazione non è convincente e appare chiaro che l'architettura, molto complessa e suggestiva, fatica a reggere per tutta la durata della pellicola.
Riccardo Supino
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giovedì, gennaio 12, 2017

BLUE JAY

Blue Jay
di Alexandre Lehmann
con Mark Duplass, Sarah Paulson
USA, 2016
genere, drammatico
durata, 80'



Di fronte all’amore che fu le storie del cinema si sono divise tra quelle che hanno puntato l’occhio sui tentativi di rimuoverne l’esistenza e le altre, indaffarate a rievocarlo in una dimensione di ricordi e parole dolcemente malinconica. Alexander Lehmann per il suo esordio cinematografico sceglie una forma che le contempla entrambe, immaginando che in un giorno qualsiasi di una tranquilla cittadina californiana un uomo e una donna si incontrino in un supermercato e finiscano per arrivare alle ventiquattrore seguenti ragionando su ciò che ne è stato della loro vita da quando, ancora giovanissimi, hanno deciso di lasciarsi. L’approccio narrativo usato dal regista è infatti quello del progressivo disvelamento di una verità che pur aleggiando dietro lo timidezze e i non detti dei personaggi viene celata allo spettatore fino a quando, nel corso di una serata casalinga trascorsa a rimembrare i rituali dell’antica liaison arriva a manifestarsi in un clima di crescente trepidazione per l’avvicinarsi del momento fatale, quello in cui inevitabilmente la coppia sarà chiamata a toccare e forse risolvere le questioni rimaste in sospeso anni prima.

Girato per la maggior parte in interni e illuminato da un bianco e nero che esprime il lutto sentimentale sofferto dai protagonisti “Blue Jay” è un piccolo gioiello cinematografico che alla maniera del miglior cinema indie supplisce alla mancanza di mezzi con una scrittura che permette agli attori di vivere all’interno  dei personaggi annullando lo scarto tra finzione e realtà. Va in questa direzione la scelta di Mark Duplass (attore, sceneggiatore e qui produttore insieme al fratello) nel ruolo di Jim e di una splendida Sarah Paulson (“Carol” ma anche la serie tv “American Crime”) in quello di Amanda i quali, relegati a ruoli da caratterista dall’omologazione estetica in vigore nelle grandi produzioni hollywoodiane trovano nella colloquialità di “Blu Jay” il palcoscenico adeguato a un talento in grado di reggere la scena dalla prima all’ultima immagine e capace di tradurre il lavoro d’introspezione effettuato per entrare nei personaggi in una spontaneità a tratti commovente. 


Se “Blu Jay” è un film sulla fine dell’amore Duplass e Paulson, e con essi la sceneggiatura la mettono in scena raccontandone però la parte più romantica e bella, derivata dalla possibilità offerta ai personaggi di riscoprire nell’altro i motivi che una volta li avevano uniti. In questo senso, pur nel suo drammatico sotto testo “Blue Jay” riesce a comunicare sensazione positive quando si tratta di mostrare come la condivisione di brandelli della stessa esistenza  trovi comunque il modo di dare un senso alle inadeguatezze della condizione umana.  
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lunedì, gennaio 09, 2017

LE CLASSIFICHE DE ICINEMANIACI 2016



1.The Witch (Robert Eggers)
2. Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti)
3. Tutti vogliono  qualcosa (Richard Linklater)
4. Paterson(Jim Jarmush)
5. La canzone del mare (Tomm Moore)
6. Neruda (Pablo Larrain)
7.Carol (Todd Haynes)
7. The Neon Demon
7. Un padre, una figlia (Christian Mungiu)
7. Il libro della giungla (Jon Favreau)


Le classifiche dei redattori

nickoftime




Classifica

1. Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater
2. Un padre, una figlia/Christian Mungiu    
3. Lo chiamavano Jeeg Robot/Gabriele Mainetti
4. Carol/Todd Haynes
5. Little Sister/Hirokazu Kore'eda
6. Al di la delle montagne/Jia Zhang-Ke
7. Steve Jobs/Danny Boyle
8. I miei giorni più belli/ Arnaud Desplechin      
9. Miss Peregrine/Tim Burton 
10.One more time with feeling /Andrew Dominik

Premi

Miglior attore. Viggo Mortensen (Captain Fantastic)
Miglior attrice:. Sonia Braga (Aquarius)
Miglior regista. Christian Mungiu (Un padre, una figlia)
miglior sceneggiatura.  Lo chiamavano Jeeg Robot
miglior fotografia. Tudor Vladimir Panduru (Un padre, una figlia)
miglior colonna sonora: Tutti vogliono qualcosa 
miglior montaggio: Mircea Olteanu (un padre, una figlia) 

Migliori inediti
La La Land/Damien Chazelle
Moonlight/ Barry Jenkins
Manchester By the Sea/ Kenneth Lonergan
Il cliente/Asgar Farhadi
Wet Woman in the Wind/Akihiko Shiota
Mister Universo/Tizza Covi e Rainer Frimmel



TheFisherKing


Classifica


  1.The witch/ Robert Eggers
  2.The neon demon/ Nicolas Winding Refn
 3. Knight of cups/ Terrence Malick
  4.The assassin/ Hou Hsiao Hsien
  5.Paterson/J.Jarmush    
  6.Tutti vogliono qualcosa/ Richard Linklater     
  7.La canzone del mare/Tomm Moore
  8.Sully/ Clint Eastwood 
  9.Ma Loute/ Bruno Dumont
  10.Kubo e la spada magica/Travis Knight

Premi

 Miglior regia: Robert Eggers/"The witch".
Miglior fotografia: Emmanuel Lubezki/Knight of cups; J.Blaschke/"The witch".
Miglior attore: Ryan Gosling/The nice guys
Miglior attrice: Amy Adams/Nocturnal animals
Migliori inediti
Love / GasparNoè
    


Riccardo Supino

   



Classifica

1. Il libro della giungla (Jon Favreau) 
2. Revenant (Alejandro Ganzàles Inarritu) 
3. La vita possibile (Ivano De Matteo) 
4. The witch (Robert Eggers) 
5. Cafè society (Woody Allen) 
6. Paterson (Jim Jarmusch) 
7. Mine (Fabio Guaglione) 
8. Lo chiamavano Geeg Robot (Gabriele Mainetti) 
9. It follows (David Robert Mitchell)
10. Ave Cesare (Fratelli Coen)

Premi

Miglior regia: Inarritu (Revenant)
Miglior fotografia: Bill Pope (Il libro della giungla)
Miglior attore: Armie Hammer (Mine)

Miglior attrice: Maria Monroe (It follows)


Antonio Pettierre



Classifica

1.Neruda di Pablo Larrain 
2.Il Club di Pablo Larrain
3.The Hateful Eight di Quentin Tarantino 
4.El abrazo de la serpiente di Ciro Guerra 
5.La canzone del mare di Tomm Moore 
6.Tom à la ferme di Xavier Dolan 
7.Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti 
8.1981: indagine a New York di J.C. Chandor 
9.Carol di Todd Haynes 
10.Little Sister di Hirokazu Kore-eda 


Premi

Miglior Regista: Pablo Larrain (Neruda, Il Club)
Miglior Attore: Oscar Isaac (1981: indagine a New York)
Miglior Attrice: Cate Blanchett e  Rooney Mara (Carol)
Miglior Sceneggiatura: Quentin Tarantino (The Hateful Eight)
Miglior Fotografia: David Gallego (El abrazo de la serpiente)
Miglior Montaggio: Hervé Schneid (Neruda)
Miglior Colonna sonora: Gabriele Mainetti e Michele Braga (Lo chiamavano Jeeg Robot)

Migliori inediti
Elle/Paul Verhoeven
Dans la foret/Gilles Marchand
Wet Woman in the Wind/Akihiko Shiota
Mister Universo/ Tizza Covi e Rainer Frimmel








                                                       



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ASSASSIN'S CREED

Assassin’s Creed
di Justin Kurzel
Michael Fassbender, Marion Cotillard, Brendan Gleason, Charlotte Rampling
Francia, USA, 2017
genere, azione, avventura, storico,fantascienza
durata, 116'


Secondo molti mass mediologi cinema e videogiochi sono destinati nel prossimo futuro a incontrarsi in una sintesi sempre più completa di forma e contenuto. Prendendo per buone queste teorie che peraltro non avremmo ne il tempo ne la competenza per affrontare si può affermare che fin qui il suddetto connubio, almeno in termini di incassi, non abbia prodotto i risultati sperati: valgano per tutti l’esempio proposto dal dittico tratto dalla serie di “Tomb Raider”, rimasto al palo senza aver messo a frutto le potenzialità di un Angelina Jolie al massimo della fama e, per tirare in causa un titolo di stagione, quello offertoci dal pur buono “Warcraft: l’inizio” che soprattutto sul territorio americano ha rastrellato un bottino (poco più di 47 milioni di dollari) di molto inferiore ai soldi necessari alla sua realizzazione. Questo per dire che sulla carta la decisione di Michael Fassbender di produrre e intepretare la versione cinematografica del videogame “Assassin’s Creed” presentava non poche incognite.

L’idea del nostro però era tutt’altro che peregrina perché a margine di un film che sulla carta doveva replicare l’intrattenimento totalizzante tipico dei lungometraggi dedicati ai super eroi, “Assassin’s Creed” presentava un cast tecnico e attoriale imperniato su artisti per la maggior parte provenienti dal cinema d’autore. A leggere il cast infatti i nomi di Marion Cotillard, Jeremy Irons, Brendan Gleason, Charlotte Rampling e dello stesso Fassbender (che però era stato Magneto nella saga degli X-Men) tutto viene in mente tranne il mondo portentoso e ultra dinamico dei personaggi della Marvel e della DC Comics. 


La curiosità nei riguardi del lungometraggio diretto da Justin Kurzel (dopo “Macbeth” nuovamente regista della coppia Fassbender/Cotillard)  stava quindi nel capire se l’unione tra universi cinematografici così distanti potesse funzionare. Si trattava cioè di verificare se esisteva un punto di contatto tra la performance di attori abituati a far “vivere” i personaggi attraverso il talento della propria recitazione e l’allestimento in salsa techno fantasy della Santa Inquisizione, chiamata in causa dalla trama del film quando si tratta di giustificare la lotta che vede gli assassini del credo impegnati a fermare i propositi della setta dei templari capeggiata da un mefistofelico Jeremy Irons dalla figlia Marion Cotillard in versione dark lady, determinati con il resto dei loro accoliti a  impossessarsi dei codici che gli permetterebbero di avere il mondo ai loro piedi.

Nella considerazione della netta prevalenza degli elementi formali su quelli drammaturgico narrativi, la prestanza fisica di Fassbender così come il carisma degli illustri colleghi riescono a dare sostanza a un’operazione che, ove si faccia eccezione per una parte finale condizionata dalla necessità di costruire un finale aperto a una possibile trilogia, si mantiene per ritmo e tensione all’altezza delle aspettative. Se non si sbagliano i termini di paragone che, per una produzione come “Assassin’s Creed”, devono essere quelli di una serie come quella interpretata da Milla Jonovich, ciò che si vede sullo schermo vale di certo il prezzo del biglietto.
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VENEZIA 73: LA LA LAND

La La Land
di Damien Chazelle
con Ryan Gosling, Emma Stone
Usa, 2016
genere, drammatico, musicale,commedia, sentimentale
durata, 126'




Una giornata qualsiasi nella vita di un uomo e di una donna: serpenti di macchine messe in fila da un ingorgo cittadino, rumori di clacson, motori fuori giri e il brontolio delle stazioni radio costituiscono il sostrato dell'esplosione energetica che scandisce la scena d'apertura di "La La Land", il film di Damien Chazelle scelto per inaugurare la 73esima edizione del festival di Venezia. Balzati fuori dalle rispettive autovetture e scatenati in un'orgia di balletti pirotecnici che sembrano farsi beffa della gravità dei corpi e della vita i ragazzi di Chazelle con la loro voglia di esserci e con lo spettacolo che mettono in scena si incaricano di annullare le distanze tra film e spettatore, invitando quest'ultimo ad abbracciare senza remore la fantasia visiva e la libertà espressiva di un regista cinefilo che al suo terzo film compie un doppio salto mortale realizzando una storia d'amore che è allo stesso tempo un omaggio ai musical hollywoodiani degli anni d'oro - quelli che tanto per capirci realizzava Vincent Minelli - e dal punto di vista personale la messa a punto di un dispositivo cinematografico che dopo "Whiplash" rafforza il connubio tra musica e settima arte.


Di fronte all'importanza dei rimandi cinematografici che è possibile rintracciare durante la visione di "La La Land", primo fra tutti quello con il Martin Scorsese di "New York, New York", ripreso da Chazelle nelle similitudini biografiche dei personaggi (il Jimmy Doyle sassofonista interpretato da De Niro sta al pianista jazz di Ryan Gosling come la giovane cantante di Liza Minelli sta alla Mia, aspirante attrice, di Emma Stone) così come negli esiti delle loro aspirazioni, la priorità assegnata da questa analisi al film del 2014 potrebbe sembrare inappropriata. E invece se si ricorda la storia del giovane batterista Andrew Neiman disposto a tutto pur di sfondare nel mondo della musica (il mito del successo e le rinunce che esso comporta è anche in "La La Land" uno dei temi principali) viene da se che il Sebastian di Gosling altri non è che una versione romantica dello studente di batteria incarnato da Miles Teller. A muoverli nelle loro ossessione di purezza è infatti una radicalità che "La La Land" sembra a prima vista mitigare grazie all'inserimento della componente sentimentale (in "Whiplash" rimossa a priori dalle scelte del protagonista) costituita dalla storia d'amore tra Mia e Sebastian e invece destinata a farla da padrone tanto negli sviluppi della liaison tra i due protagonisti, come pure nelle conseguenze delle scelte che decideranno il destino della coppia (di cui evitiamo di riferire per lasciare il piacere di scoprirle guardando il film), tanto nella scelte operate in sede di regia dal talentuoso cineasta.



Il quale per nulla spaventato dall'impresa di richiamarsi agli esempi di cui parlavamo poc'anzi si confronta con i modelli in questione senza timore di sorta: da una parte dichiarando il suo tributo al cinema che fu (dalle effigie di James Dean e Marylin Monroe ritratti sui murales della città losangelina alla scoperta di "Gioventù bruciata" il film sembra una Hall of Fame dedicata agli anni d'oro del divismo americano); dall'altra reinterpretandoli senza prenderne le distanze (come avevano fatto per esempio Woody Allen in "Tutti dicono I Love You" ) ma anzi provando a non sfigurare ne in termini di glamour - e in questo senso il binomio Gosling/Stone riesce a non far rimpiangere le star di un tempo - ne in termini di performance, con gli attori impegnati da par loro a cantare e ballare con ingenua disinvoltura. Girato come si faceva all'epoca del technicolor e del cinemascope, "La La Land" accarezza il cuore dello spettatore coinvolgendolo nella tenzone amorosa di Mia e Sebastian senza dimenticarsi di ottenere il massimo dal potenziale visivo tipico del genere. In questo senso anche chi non è un fan dei vecchi musical non potrà non apprezzare una per una le coreografie messe a punto da Chapelle che arriva a far volare gli amanti sulla città di Los Angeles pur di soddisfare il bisogno di infinito che muove i loro passi. Oltre allo straniamento prodotto da una versione mai vista della città delle luci, stilizzata in maniera da rimanere sospesa tra passato e presente, non è da trascurare poi, l'apporto artistico di Gosling e di Emma Stone: il primo pronto a confermare una capacità di lavorare di sottrazione davvero rara per una star hollywoodiana, la seconda davvero strepitosa nel tour de force che le da modo di mostrare la completezza del suo repertorio. Per entrambi prevediamo una stagione che li vedrà in prima fila tra le candidature ai premi di categoria. Iniziando da Venezia dove "La La Land" potrebbe trovare estimatori nella giura del concorso ufficiale che Chapelle non poteva aprire nel migliore dei modi.
(pubblicata su ondacinema.it/speciale 73 festival di Venezia)
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domenica, gennaio 08, 2017

LA FOTO DELLA SETTIMANA


























"Tutta la vita davanti" di Daniele Virzì (Ita, 2008)






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MA LOUTE

Ma loute
di Bruno Dumont
con Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi
Germania-Francia, 2016 
genere, commedia
durata: 122' 


Nell'estate del 1910, nella Baia de La Slack, nel Nord della Francia, sparizioni misteriose spingono l’ispettore Machin e il suo assistente a recarsi sul luogo per indagare. In zona vive la famiglia Brufort, a cui appartiene Ma Loute, un giovane che lavora come raccoglitore di cozze e, insieme al padre, come trasportatore a braccia di borghesi che vogliono raggiungere la riva opposta di una piccola laguna. Proprio da questi ultimi è formata la famiglia dei Van Peteghem, che raggiunge la propria villa in stile egizio situata su un’altura prospiciente il mare. Bruno Dumont, dopo essersi messo alla prova in una serie televisiva, decide di cimentarsi come autore comico sul grande schermo. I suoi film fino a questo momento erano fondamentalmente strutturati sul piano del dramma anche se, di quando in quando, vi emergevano delle punte di ironia surreale. 


Forte del successo dello straordinario "P'tit Quinquin", il regista ha voluto procedere sulla stessa strada: quella dell'affresco corale di un'umanità che può essere splendida e mostruosa al tempo stesso, di personaggi talmente deviati e devianti, talmente improbabili, da risultare spesso irresistibili. Come nella miniserie di due anni fa, anche qui si nascondono dramma e tragedia sotto la coperta della comicità, ma rispetto ad allora si dà meno spazio alla riflessione, all'introspezione psicologica: si lascia dominare una surrealtà metafisica, che è quella che porta alcuni suoi personaggi a spiccare il volo. Se nel segreto brutale di Brufort c'è il germe del crudo e sanguinoso verismo di Zola, portato all'estremo, è lo spirito di un Magritte che pare aleggiare sul il racconto di "Ma Lute" e permearne ogni scena. Anarchico e iconoclasta, anche nei confronti dell'immaginario culturale francese delle zone atlantiche del nord, Dumont esagera, volutamente: va spesso sopra le righe, in maniera magari discutibile, come nel caso della caratterizzazione dei Van Peteghem e nella recitazione di Fabrice Luchini e Juliette Binoche, ma con una incoscienza talmente libera e spericolata da sorprendere e spingere al sorriso. Meno disteso, meno articolato e meno compiuto di "P'tit Quinquin", "Ma Loute" è comunque un film sorprendente, spiazzante, divertente, che non manca, nei suoi placidi interrogativi, nelle malsane invenzioni, nelle sue interruzioni e nei suoi voli senza spiegazioni, di suscitare anche un filo di sottile inquietudine che rende tutto più ambiguo e più intenso. Non ci sono nè inversione di ruoli, né risoluzione del giallo nel film di Dumont. Tanto gli inconsistenti ed eterei Van Peteghem, quanto i terrigni e ferini Brufort mantengono le loro devianze, le loro diversità. Succede di tutto in un film in cui si cade, si vola, si cammina ondeggiando e si presenta al mondo un perbenismo di facciata che si vuole contrapporre alla primitività di chi si nutre della diversità.
Riccardo Supino
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sabato, gennaio 07, 2017

IL CLIENTE

Il cliente 
di Asghar Farhadi 
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi
Iran - Francia, 2016 
genere: drammatico
durata: 124'

Emad e Rana sono due coniugi costretti ad abbandonare il proprio appartamento a causa di un cedimento strutturale dell’edificio. Si trovano a dover cercare una nuova abitazione e vengono aiutati nella ricerca da un collega della compagnia teatrale in cui i due recitano da protagonisti di “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. La nuova casa è stata abitata da una donna con una cattiva reputazione. Un giorno Rana, essendo sola, apre la porta, certa che a suonare sia stato il marito, ma uno dei clienti della donna la aggredisce. Da quel momento per Emad inizia una caccia all'uomo in cui non vuole coinvolgere la polizia. Asghar Farhadi torna a Teheran per proporre una vicenda in cui azione teatrale e quotidianità finiscono per intrecciarsi. Il regista fa in modo che, sin dall’inizio, questa dimensione venga sottolineata, facendo diretto riferimento alla messa in scena. Ci ricorda, cioè, la nostra posizione di spettatori, invitandoci a leggere la duplice finzione, teatrale e cinematografica, e a individuarne gli scambi. Chi conosce il testo di Arthur Miller sa che seppe descrivere un momento di svolta nella dimensione sociale degli USA attraverso le vicende familiari del suo protagonista. È quello che anche Farhadi vuole fare, individuando in questa fase storica dell’Iran una trasformazione così veloce dal finire con lo schiacciare chi non è pronto per adattarvisi. Questa lettura sociologica viene filtrata attraverso quella che per il regista è la cartina di tornasole delle dinamiche umane: la coppia. Emad e Rana sono una coppia affiatata sia nel privato che sulla scena, ma nella loro vita irrompe l’atto violento che ne modifica profondamente le coordinate esistenziali. Se nella donna si insinua un senso di instabilità e di paura prima ignoto, nel marito si fa strada un desiderio di fare giustizia misto a un atavico senso di onore perduto. In tutto ciò, anche se en passant, Farhadi non si astiene dal ricordarci che in Iran la censura è ancora attiva e può decidere sulla messa in scena o meno di uno spettacolo. Come a dire che molto sta cambiando in quella società, ma che alcuni vincoli sono ancora ben presenti.
Riccardo Supino
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DEADPOOL


Deadpool
di Tim Miller
con Ryan Reynolds, 
USA, 2016
genere, azione, thriller, commedia, fantascienza
durata, 108'

Forse anche alla Marvel hanno capito che bisogna fare qualcosa e che in prospettiva futura l’omologazione della sua linea cinematografica potrebbe non bastare ad assicurare gli incassi stratosferici delle sue ultime produzioni. Il successo americano di un film come “Deadpool” che fa del rifiuto della mitologia superomistica così come l’abbiamo conosciuta nei cine comics realizzati dalla casa delle idee potrebbe accelerare il cambiamento anche perché gli ideali e il carattere dell’eroe in questione, refrattario a qualsiasi compromesso che non preveda la trasgressione delle regole, sono quanto di più lontano si possa immaginare dal rigore e dal senso del dovere che invece da sempre caratterizza l’operato dei vari  Thor, Spiderman e Capitan America. Anticipato da un personaggio come Hancock e coevo, neanche a farlo apposta del Jeeg Robot di Gabriele Mainetti nelle sale a partire dalla prossima settimana, Deadpool  è, alla pari dei colleghi appena menzionati un concentrato di stranezze e umanità destinate a deflagrare nel film in questione con una tragicomica caccia all’uomo organizzata per uccidere colui che con il pretesto di guarirlo da morte certa gli ha sfigurato il volto, costringendolo a rinunciare all’amore della sua ragazza.



Premesso che la capacità di rigenerare le cellule del corpo lo rendono praticamente invulnerabile e che l’addestramento ricevuto nei corpi speciali fanno di lui una perfetta macchina da guerra, ciò che interessa sottolineare del film diretto dallo statunitense Tim Miller non è lo sviluppo dell’intreccio, retto come altri dalla volontà dell’eroe di neutralizzare di offendere dei cattivi e neanche gli aspetti legati alla qualità degli effetti speciali, diventata un fatto acquisito per produzioni di questo livello. Ciò che distingue Deadpool e che lo rende allo stesso tempo divertente e unico nel suo genere è la predisposizione a duettare con lo spettatore che un poco alla volta viene coinvolto nelle sue smargiassate da una messinscena che fa dello straniamento e dell’esagerazione il proprio marchio di fabbrica. 


A cominciare dalle battute recitate rivolgendosi alla mdp oppure alle dilatazioni temporali che permettono alla storia di inserire nel bel mezzo di un combattimento i flashback necessari a spiegare le ragioni che hanno portato Deadpool fino a quel punto, per non dire degli scanzonati siparietti in cui conosciamo le vicende private del protagonista, quelli che riguardano l’ambiente in cui vive e le sue frequentazioni, entrambi riconducibili all’esistenza sgangherata e reitetta del personaggio. Uscito negli Stati Uniti con il divieto ai minori e nonostante questo capace di stabilire il record di sempre per quanto riguarda l’esordio di un film X-Rated, Deadpool è destinato a mettere d’accordo un pubblico quanto mai omogeneo e nel caso dell’Italia dove il film non è – giustamente – vietato, a divertire genitori e figli. 
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venerdì, gennaio 06, 2017

LE ANTEPRIME DE ICINEMANIACI: THE WITCH

The Witch
diretto da Robert Eggers
con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson
Canada, 2015
genere, horror
durata, 90'




Due film uniti dal medesimo destino. Il primo, “It follows”, arrivato nelle sale a più di un anno di distanza dalla distribuzione internazionale e sulla scia del passaparola promosso dalle visioni clandestine di chi ha avuto modo di vederlo nella rete. Il secondo, “The Witch”, distribuito a ferragosto con pari ritardo rispetto al successo ottenuto al Sundance Film Festival dove nel 2015 il lungometraggio di Robert Eggers ha raccolto molti consensi. Una miopia, quella dei nostri esercenti, che al di là delle solite ragioni trova una qualche spiegazione nelle caratteristiche di un offerta talmente diversa dalla media da scatenare la diffidenza di chi è abituato a un cinema commercialmente omologato. Perché sia “It Follows”, di cui abbiamo già detto, che “The Witch”, del quale ci apprestiamo a parlare, pur mantenendo inalterate le ragioni del loro essere e cioè quelle di spaventare lo spettatore, hanno dalla loro un imprinting di forme e contenuti che li distingue dalla media dei prodotti appartenenti alla stessa categoria. Siamo infatti di fronte - e qui entriamo nel merito del lavoro di Eggers – a un tipo di cinema più maturo che nell’esercizio dei codici di genere trova il modo di allargare il discorso a una visione dell’esistenza svincolata dalle istanze narrative che regolano il divenire dell’intreccio.

Per raggiungere lo scopo il regista parte però da premesse che vanno in senso opposto a quanto appena detto poichè invece di collocare la vicenda in un tempo indefinito, o perlomeno poco caratterizzato dal punto di vista iconografico e dell’immaginario, con “The Witch” veniamo catapultati all’interno della cornice storica in cui a partire dalla metà del seicento la nascita della nazione americana dovette pagare dazio a una voglia di uniformità e di disciplinamento che nelle accezioni più estreme raggiunse forme di intolleranza come quelle che portarono al cosiddetto periodo della caccia alle streghe durante il quale la ricerca del capro espiatorio trovò nel mancato rispetto all'ortodossia religiosa il motivo su cui sfogare il rovescio di un regime repressivo e delatorio.

Vincolato da precise coordinate storico culturali Eggers non si fa intrappolare dai pericoli di una messinscena illustrativa ma riesce a fare della precisione del dettaglio fisiognomico – evidente nella scelta di volti che sembrano prelevati dalla ritrattistica del periodo –   visuale – ispirato da una sensibilità che sembra rifarsi alla lezione dei grandi della pittura fiamminga – così come della ricerca filologica necessaria a raggiungere una verosimiglianza di dialoghi e pratiche quotidiane gli strumenti attraverso cui manifestare gli effetti della paura suscitata dal pericolo proveniente dalla foresta che circonda la casa dei protagonisti. In questo modo più che la presenza della malefica creatura (pressoché sottratta agli occhi del pubblico) a provocare disagio sono le conseguenze della sua evocazione, rintracciabili nell’incombente oscurità degli ambienti fotografati a lume di candela e nell’immota consistenza del paesaggio silvano; oppure nei volti stranulati dei genitori di Thomasin, la giovane protagonista che ad un certo punto dovrà difendersi dalle accuse di stregoneria rivoltigli dal suo stesso padre. Insomma un quadro generale che in apparenza non si discosta nel suo svolgimento dagli altri film incentrati sullo stesso argomento se non fosse che il gioco al massacro tra genitori e figli e il cambio di ruolo tra vittime e carnefici diventa ben presto la metafora di una nazione in guerra con se stessa e, ad un livello d’astrazione ancora superiore, la raffigurazione del retaggio ancestrale che impedisce agli esseri umani di godere appieno della propria libertà. Come dimostra l’assunto di “The Witch” che fa coincidere il sorgere del male nel momento in cui Thomasin e la sua famiglia vengono allontanati dalla comunità per metterli in grado di praticare culto religioso secondo le regole dettate dalla propria coscienza. Ed è proprio questo modo di essere allo stesso modo un prodotto di intrattenimento e un’opera d'arte a fare del lungometraggio di Eggers un evento che gli appassionati della settima arte non possono lasciarsi sfuggire.

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